Vietare i social o insegnare ad abitarli?

Vietare i social agli under 16 sembra una soluzione semplice a un problema enorme. Ed è proprio questo che mi lascia perplesso: quando un tema è complesso, le scorciatoie raramente funzionano.

Sì, i social possono essere tossici. Possono amplificare ansie, dipendenze, bullismo, solitudine. Ma davvero pensiamo che basti spegnere un interruttore per risolvere tutto?

La domanda che mi faccio è un’altra: dov’erano gli adulti mentre le piattaforme diventavano il luogo dove intere generazioni crescevano senza strumenti? Dov’era la scuola? Dov’era una vera educazione digitale? Dov’era la politica quando algoritmi pensati per catturare attenzione diventavano più forti di qualsiasi presidio educativo?

Vietare è spesso la risposta più facile. Educare è la più difficile.

E poi c’è un rischio enorme: trasformare i ragazzi in un problema da contenere, invece che in persone da accompagnare. Perché il punto non è se un quindicenne entrerà online (entrerà comunque, magari aggirando divieti e controlli) ma con quali strumenti critici lo farà.

Forse il problema non è che i ragazzi stiano troppo sui social: forse il problema è che noi adulti abbiamo smesso da tempo di capire il mondo in cui vivono.

Accendere i fuochi

Se state cercando un libro che faccia riflettere senza appesantire, Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza di Gianrico Carofiglio è una piccola gemma da non sottovalutare. Non è un romanzo nel senso classico, ma una raccolta di pensieri, esempi e suggestioni sul potere delle parole e sull’importanza di usarle con consapevolezza.

Accendere i fuochi nasce da un’idea semplice ma potentissima: le parole non sono mai neutre. Possono chiarire o confondere, unire o dividere, costruire ponti oppure alzare muri. Carofiglio, con il suo stile limpido e diretto, ci accompagna in un percorso che mescola diritto, filosofia, retorica e vita quotidiana.

Il titolo stesso è una metafora evocativa: accendere i fuochi significa illuminare, dare energia, stimolare il pensiero. Ed è proprio quello che il libro fa, pagina dopo pagina.

Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è continua, veloce e spesso superficiale. Tra social network, commenti impulsivi e informazioni che scorrono senza filtro, il rischio di usare le parole in modo distratto è altissimo.

Uno dei punti di forza del libro è il tono: mai pedante, mai distante. Carofiglio riesce a essere profondo senza risultare complicato. Alterna esempi concreti, riferimenti culturali e riflessioni personali, creando un equilibrio che rende la lettura fluida e stimolante.

È il classico libro che si può leggere in poche ore, ma che continua a lavorarti dentro anche dopo averlo chiuso. Alla fine, Accendere i fuochi è soprattutto questo: un invito a rallentare. A non lasciarsi trascinare dalla fretta recuperando il valore del pensiero prima della parola.

In un mondo in cui spesso parlare di più sembra più importante che dire meglio, questo libro è quasi controcorrente. Ed è proprio per questo che vale la pena leggerlo.

Legioni di imbecilli

Basta guardare il mondo che ci circonda per avere l’assoluta certezza di essere attorniati da imbecilli.

Sull’argomento intervenne anche Umberto Eco (nel giugno del 2015).

I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno la stessa risonanza di un premio Nobel.

Non tutti gli imbecilli però sono uguali: esistono gli imbecilli inerti e quelli dinamici. 

L’imbecille inerte è stupido ma per sua natura tende a non infastidire nessuno, per cui egli non può dare tanto fastidio, almeno finché non ci si trovi a dover interagire con lui.

L’imbecille dinamico invece (purtroppo) è attivo, nonché quello che conosciamo meglio. Parla, interviene, agisce, tenta di fare lo spiritoso, deve sempre dire la sua. L’imbecillità dinamica genera aggressività, in quanto il soggetto, per difendere i suoi ragionamenti infondati ed errati, deve rafforzarli come può. In più, considerando i tempi che stiamo vivendo, la rete trasforma la scrittura in qualcosa di effimero e spesso violento, dove l’opinione dell’imbecille viene accreditata tanto quanto quella di un esperto (così come teorizzava Eco). E proprio per questo motivo, proprio per questa tenacia nell’essere imbecille, talora, nella vita, l’imbecille dinamico diviene una persona di successo e di potere. Non solo: gli imbecilli dinamici rappresentano una bella fetta della popolazione di questo pianeta, forse la maggioranza. Questo spiega diverse cose: la crisi economica, le guerre, gli altissimi ascolti di certe trasmissioni televisive, la musica senza spessore che ci viene propinata alle radio, i risultati delle elezioni politiche e vari altri fenomeni altrimenti incomprensibili.

Come una grande lobby inconsapevole, gli imbecilli dinamici governano il mondo. 

Facciamocene una ragione.