Vietare i social agli under 16 sembra una soluzione semplice a un problema enorme. Ed è proprio questo che mi lascia perplesso: quando un tema è complesso, le scorciatoie raramente funzionano.
Sì, i social possono essere tossici. Possono amplificare ansie, dipendenze, bullismo, solitudine. Ma davvero pensiamo che basti spegnere un interruttore per risolvere tutto?
La domanda che mi faccio è un’altra: dov’erano gli adulti mentre le piattaforme diventavano il luogo dove intere generazioni crescevano senza strumenti? Dov’era la scuola? Dov’era una vera educazione digitale? Dov’era la politica quando algoritmi pensati per catturare attenzione diventavano più forti di qualsiasi presidio educativo?
Vietare è spesso la risposta più facile. Educare è la più difficile.
E poi c’è un rischio enorme: trasformare i ragazzi in un problema da contenere, invece che in persone da accompagnare. Perché il punto non è se un quindicenne entrerà online (entrerà comunque, magari aggirando divieti e controlli) ma con quali strumenti critici lo farà.
Forse il problema non è che i ragazzi stiano troppo sui social: forse il problema è che noi adulti abbiamo smesso da tempo di capire il mondo in cui vivono.


