Uno dei film candidati ai David di Donatello di quest’anno (la cui premiazione è prevista domani sera), è La Grazia di Paolo Sorrentino, che personalmente ho trovato molto bello (ma sono di parte: adoro il cinema del regista campano).
È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.
Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.
Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.
I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).
La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.
(per chi lo volesse recuperare, sarà in programmazione su Netflix dal 13 maggio)
