C’è una cosa sottile che molti stanno iniziando a notare, anche senza darle subito un nome: la perdita del piacere di fare ciò che non serve.
Non ciò che è inutile in senso assoluto, ma ciò che non produce un risultato, non ottimizza, non entra in una casella misurabile: leggere senza motivo preciso, scrivere senza pubblicare, camminare senza contapassi, pensare senza arrivare a una conclusione.
Abbiamo interiorizzato l’idea che ogni gesto debba avere una funzione e così anche il tempo libero, lentamente, si è riempito di piccoli obiettivi. Persino il riposo è diventato recupero prestazioni.
Il problema è che, così facendo, si perde qualcosa di difficile da recuperare: la gratuità. Quel tipo di attività che non porta da nessuna parte, ma che proprio per questo lascia spazio mentale, emotivo e creativo.
Eppure, molte delle cose che oggi consideriamo più importanti nascono proprio lì: nel tempo non finalizzato, negli intervalli, nelle pause non giustificate.
Forse non si tratta di tornare indietro, ma di reimparare una cosa semplice: non tutto deve servire a qualcosa.
Alcune cose servono proprio perché non servono a niente.
