Il tennis senza Sinner farà la fine dello sci senza Tomba?

Il tennis italiano sta vivendo un momento irripetibile. Si parla di ranking ATP al bar, si organizzano serate per vedere una semifinale in Australia o la finale a Roma. Perfino chi fino a ieri ignorava la differenza tra terra rossa ed erba oggi segue partite di quattro ore. Ma c’è una domanda che forse andrebbe posta adesso, nel pieno dell’entusiasmo: cosa resterà del tennis senza Jannik Sinner?

La storia dello sport italiano invita alla cautela. Per capire il rischio basta tornare indietro di qualche decennio e pensare ad Alberto Tomba. Negli anni Ottanta e Novanta lo sci alpino era un fenomeno popolare. La domenica mattina milioni di italiani seguivano slalom e giganti come se fossero finali dei Mondiali. Tomba non era solo un campione: era un personaggio capace di trasformare uno sport tecnico in uno spettacolo per tutti. Poi si è ritirato e lo sci, lentamente, è tornato a essere una passione per appassionati, con meno centralità e meno attenzione collettiva.

Il tennis rischia di vivere qualcosa di simile. Oggi il boom ha un volto preciso: Jannik Sinner. È lui che trascina ascolti (ieri pomeriggio TV8 con la finale degli Internazionali d’Italia ha registrato 2.894.000 spettatori – 23.2% di share – dalle 16:57 alle 19:41), genera discussioni, porta persone nuove davanti alla TV. Ma tifare un campione non significa necessariamente amare uno sport. È una differenza enorme. Molti seguono Sinner più del tennis: seguono la sua storia, le rivalità, la possibilità di assistere a qualcosa di storico.

Quando un fuoriclasse esce di scena (per età, infortuni o semplicemente perché il tempo passa) si scopre se è rimasta una cultura sportiva oppure solo un entusiasmo momentaneo.

Certo, rispetto ai tempi di Tomba ci sono differenze importanti: il tennis italiano oggi ha più praticanti, più circoli e una generazione competitiva, da Lorenzo Musetti a Matteo Berrettini, passando per Luciano Darderi e Jasmine Paolini. Ma la sfida vera non è vincere altri tornei: è fare in modo che il pubblico resti anche dopo Sinner.

Perché se l’amore dura solo finché c’è il fenomeno, il rischio è che il tennis italiano faccia la fine dello sci dopo Alberto Tomba: dal centro del racconto al silenzio, quasi senza accorgersene.

Il sorpasso silenzioso del tennis sul calcio

Per anni il calcio è stato molto più di uno sport: una lingua comune, un rito domenicale, una religione civile: poi qualcosa si è incrinato. Non all’improvviso, ma lentamente. Mentre il pallone diventava sempre più caro, spezzettato tra abbonamenti, polemiche arbitrali, presidenti folkloristici e campionati spesso prevedibili, il tennis ha iniziato a fare capolino nelle abitudini degli italiani.

Prima in punta di piedi, poi con prepotenza.

Il merito è certamente dei risultati: da Jannik Sinner a Lorenzo Musetti, da Luciano Darderi alla coppia Bolelli – Vavassori, passando per un movimento finalmente competitivo, il tennis italiano ha smesso di essere l’eterna promessa per diventare protagonista.

Basti vedere i numeri: gli Internazionali di Roma quest’anno hanno raccolto oltre 400.000 presenze paganti. 22 anni fa erano 58.127, nel 2006 circa 77.000, 12 anni fa 175.697, nel 2023 298.537.

Sarebbe però troppo riduttivo spiegare tutto solo con le vittorie.

Il tennis oggi piace perché racconta storie più semplici da seguire: un atleta, il suo talento, la sua testa, i suoi limiti. Nessun alibi, poche scuse, niente è colpa del mister o del mercato. Se perdi, perdi. Se vinci, te lo sei preso punto dopo punto. In un’epoca in cui molti italiani sembrano stanchi del rumore di fondo, questa chiarezza affascina.

Anche il modo di guardarlo è cambiato: il tennis si consuma meglio sui social, nei video brevi, nei momenti iconici. Una partita può diventare epica senza bisogno di appartenere a una tifoseria storica.

Il calcio resta enorme, naturalmente, ma non è più solo in salotto. E forse questa è la vera notizia: gli italiani non hanno smesso di amare lo sport, hanno semplicemente cambiato il modo di emozionarsi.