La chiamata – Storia di una donna argentina

La chiamata – Storia di una donna argentina di Leila Guerriero è uno di quei libri che ricordano perché il giornalismo narrativo, quando è fatto bene, può diventare letteratura senza perdere un grammo di verità: forse proprio per questo ha vinto il Premio Strega Europeo 2026.

Guerriero prende una storia reale e la attraversa con una pazienza rara, senza mai cedere alla tentazione del sensazionalismo o della scorciatoia emotiva. Al contrario: osserva, ascolta, scava.

La forza del libro sta proprio nello sguardo dell’autrice, capace di stare dentro le contraddizioni umane senza giudicare e senza semplificare. Ogni pagina sembra costruita con precisione artigianale, ma senza freddezza: c’è rigore, certo, ma anche empatia, attenzione ai dettagli, rispetto per il mistero delle persone.

La chiamata (edito da Sur e disponibile anche in ebook) è il tipo di libro che ti costringe a rallentare e a leggere con attenzione, perché non offre risposte facili né soluzioni comode: ti accompagna invece dentro una vicenda complessa e lascia che sia il lettore a fare i conti con dubbi, ambiguità e zone d’ombra.

In un’epoca che ama le opinioni veloci, è un libro che sceglie la profondità.

Nel 1976, durante la dittatura di Videla in Argentina, Silvia Labayru fu rapita, torturata, ridotta in schiavitù e costretta a dare alla luce la sua prima figlia in una stanza del centro di detenzione clandestino in cui era rinchiusa. All’epoca Labayru aveva vent’anni ed era una militante di Montoneros, un gruppo armato di matrice peronista. Fu rimessa in libertà nel giugno del ’78 e, sull’aereo diretto a Madrid, pensò che l’inferno fosse finito. Ma così non era. Ad aspettarla c’era il sospetto dei compatrioti in esilio: com’era possibile che fosse sopravvissuta e che avesse ancora con sé la bambina? Su di lei giravano voci di ogni genere: giovane, bella, bionda, viva – fra migliaia di desaparecidos –, fu accusata di aver tradito e di aver collaborato con i suoi aguzzini. Nel ripudio generale, riuscì a poco a poco a rifarsi una vita accanto agli amici rimasti. Nel 2018, complice un messaggio ricevuto da un uomo del passato, Labayru è tornata in Argentina, dove ha poi denunciato gli abusi sessuali subiti in cattività. Così la giornalista Leila Guerriero ha scoperto il suo caso e ha trascorso oltre due anni a intervistare Silvia e tutte le persone coinvolte per raccontare la storia del suo rapimento e della chiamata al padre che, per caso, un giorno di marzo del 1977, le ha salvato la vita.