Il diavolo veste Prada 2

Con qualche settimana di ritardo, ieri sera ho visto Il diavolo veste Prada 2.

A vent’anni dal primo film, riesce in un’impresa che sembrava complicata: tornare in un mondo amatissimo senza vivere soltanto di nostalgia. Il rischio dei sequel tardivi è sempre lo stesso (inseguire il passato e limitarsi a strizzare l’occhio ai fan) ma qui c’è qualcosa di più interessante: il tentativo di raccontare come il tempo cambi le persone, il lavoro e perfino il potere.

Ritrovare Miranda, Andy, Emily e Nigel non è soltanto un gioco amarcord: è come rivedere vecchi conoscenti invecchiati insieme a noi, immersi però in un mondo completamente diverso, dove la carta è in crisi, i social impongono nuove regole e perfino un’istituzione come Runway deve fare i conti con il cambiamento. 

Il film ha il merito di non fingere che siano ancora nel 2006: anzi, costruisce proprio sul passare del tempo il suo fascino maggiore.

E poi c’è quell’eleganza leggera che aveva reso speciale il primo capitolo: dialoghi affilati, moda usata come linguaggio narrativo e personaggi che continuano a muoversi in equilibrio tra ambizione, fragilità e ironia. 

Certo, chi cerca soltanto la replica perfetta del primo film forse resterà spiazzato (se non addirittura deluso), ma proprio il fatto che provi a raccontare qualcosa di nuovo invece di vivere di citazioni è uno dei suoi punti di forza.

Il diavolo veste Prada 2 ricorda una cosa semplice: anche i personaggi che sembravano eternamente uguali, a un certo punto, devono fare i conti con il tempo. 

In fondo è proprio questo a renderli ancora interessanti.