C’était ça ou mourir

A me sembra che, se si scoprisse che un libro molto apprezzato proprio per il suo stile e per la qualità della scrittura, come C’était ça ou mourir di Orelien, è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, questo non rappresenterebbe necessariamente un argomento contro l’uso dell’IA. Anzi, potrebbe essere letto in senso opposto: se il risultato è capace di conquistare i lettori e di essere apprezzato per le sue qualità letterarie, allora l’impiego dell’intelligenza artificiale può essere considerato uno strumento, piuttosto che un elemento che di per sé sminuisce il valore dell’opera.

Qui la storia completa.

La complessità di Morin

Ieri è venuto a mancare Edgar Morin.

È stato uno di quei pensatori che non hanno mai offerto idee chiuse o facilmente consumabili. Quando ho letto uno dei suoi libri, ho avuto la sensazione di entrare in un modo diverso di guardare il mondo: più lento, più attento, meno sicuro di sé, ma proprio per questo più vicino alla realtà.

Edgar Morin partiva da un’intuizione semplice: la realtà non procede mai in modo lineare. Non è composta da elementi separati o da alternative nette, ma da un insieme di relazioni intrecciate che si influenzano continuamente, spesso in modo imprevedibile.

Per questo, nel suo pensiero, parlare di complessità non significa descrivere qualcosa di caotico o indecifrabile: significa piuttosto riconoscere che le cose stanno insieme anche quando non possono essere ridotte a una sola spiegazione. È un invito a rallentare il bisogno di semplificare, perché nel tentativo di rendere tutto più chiaro si rischia di perdere ciò che è essenziale.

Morin ha insistito a lungo su un punto: siamo abituati a ragionare per opposizioni nette (vero o falso, giusto o sbagliato, natura o cultura, individuo o società). Eppure, secondo lui, la realtà non funziona così. Queste categorie non si escludono, ma si sovrappongono e si intrecciano: comprendere davvero qualcosa significa imparare a tenere insieme ciò che appare contraddittorio.

Dentro questa visione c’è anche un’idea precisa di essere umano: non siamo individui isolati, autonomi e indipendenti in senso assoluto. Siamo invece il prodotto di una rete fitta di relazioni familiari, sociali, culturali e linguistiche. E allo stesso tempo contribuiamo a trasformare quella rete: siamo dentro il sistema e al tempo stesso lo influenziamo continuamente.

Un altro aspetto centrale del suo pensiero riguarda la conoscenza: per Morin non esiste un sapere definitivo o assoluto. Ogni forma di conoscenza è sempre parziale, legata a un punto di vista e quindi inevitabilmente esposta all’errore. Ma questo non è un difetto da eliminare: è una condizione strutturale del pensiero umano. Anzi, spesso è proprio dall’errore che nasce una comprensione più profonda.

In questa prospettiva, anche la scuola dovrebbe cambiare direzione. Non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni separate, ma insegnare a costruire connessioni, perché la realtà non è fatta di compartimenti stagni: la storia dialoga con la geografia, la scienza con la società, l’economia con la vita quotidiana delle persone. Imparare significa soprattutto imparare a vedere questi legami.

Tutto questo rende il pensiero di Morin estremamente attuale. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, ma spesso frammentate, rapide e scollegate tra loro. Eppure le grandi questioni del nostro tempo (ambientali, sociali, tecnologiche) non possono essere comprese da un unico punto di vista: richiedono uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme le diverse dimensioni.

Alla fine, la lezione che ci lascia Morin è una forma di umiltà intellettuale: non ci promette di capire tutto, ma ci invita a capire meglio, accettando la complessità invece di rifugiarsi in spiegazioni troppo semplici. Forse è proprio questo il suo insegnamento più prezioso: non cercare scorciatoie nel pensiero, ma restare dentro la realtà così com’è, anche quando appare intrecciata e difficile da ordinare.

Oggi, tutto questo sembra quasi controcorrente. E quindi, mancherà.

Cento scrittori per Olivier Nora

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel licenziamento di Olivier Nora: non tanto per il gesto in sé (nel mondo editoriale i cambi al vertice non sono una novità e soprattutto sono legittimi) quanto per ciò che rappresenta.

Nora era alla guida di Éditions Grasset da oltre venticinque anni, una figura considerata un punto di equilibrio tra autori, idee e sensibilità diverse. La sua uscita, decisa dopo l’ingresso sempre più incisivo del gruppo di Vincent Bolloré nell’editoria francese, è stata percepita come uno spartiacque. 

La reazione è stata immediata e clamorosa: più di cento autori hanno annunciato l’addio alla casa editrice, parlando apertamente di un attacco all’indipendenza editoriale e al pluralismo culturale. Non è solo una protesta simbolica, è una fuga: e quando gli scrittori scappano, significa che qualcosa si è rotto davvero.

Il punto centrale non è nemmeno Nora, è il modello che emerge: un editore sostituito non per un fallimento editoriale, ma (secondo molte ricostruzioni) per divergenze sulla linea culturale e politica. È qui che la questione smette di essere aziendale e diventa politica.

Perché l’editoria non è un’industria come le altre. Non produce solo libri: produce spazio per il pensiero. E quando questo spazio viene ridefinito dall’alto, secondo logiche di controllo o di indirizzo ideologico, il rischio è evidente: meno pluralismo, meno conflitto, meno libertà.

Il licenziamento di Nora è stato descritto da molti come una svolta. Forse è qualcosa di più: è un segnale. Il segnale che anche il mondo dei libri (che immaginiamo libero, aperto, persino anarchico) non è immune dalle dinamiche di concentrazione del potere.

E quando il potere entra nei cataloghi, non lo fa mai in punta di piedi: noi italiani lo abbiamo capito da almeno trent’anni.