LOL non ci fa più ridere?

Ho visto le prime puntate della sesta stagione di LOL – Chi ride è fuori su Amazon Prime. Negli anni passati ho letto opinioni feroci sul programma da parte di importanti critici televisivi che scrivevano

Le caratteristiche principali del programma sono due. La prima è che non fa ridere, neanche volendo; anzi, rende patetico il comico che vuol far ridere a tutti i costi. La seconda è che i partecipanti, che di fatto lavorano un pomeriggio, più gli obblighi promozionali, ricevono compensi da favola. Non tutti uguali (anche fra i comici esiste una scala di merito), ma pur sempre molto consistenti.

Oggi il format risulta effettivamente un po’ datato: dopo l’effetto novità, il meccanismo tende a ripetersi. Le gag diventano prevedibili, spesso forzate, e il ritmo si inceppa. Non tutti i comici riescono ad adattarsi al formato, e questo crea momenti vuoti, in cui la tensione cala invece di crescere.

C’è poi una sensazione di struttura eccessiva: l’improvvisazione, che dovrebbe essere il cuore del programma, sembra a tratti ingabbiata. Nelle prime stagioni, la percezione era che i comici improvvisassero maggiormente, mentre adesso sembra ci sia una costruzione diversa che parte da un repertorio consolidato. Il risultato è un umorismo disomogeneo, che alterna buoni spunti a lunghi passaggi meno incisivi. Molti scketch, uno dopo l’altro, senza un vero e proprio collante.

LOL resta un’idea forte, ma non sempre riesce a sostenerla. E alla lunga, più che far ridere, rischia di far rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.

Una cosa spirituale

Seguo Vasco Brondi da una ventina di anni, da quando era frontman de Le luci della centrale elettrica, gruppo indie rock fondato alla fine degli anni duemila.

I suoi testi hanno una forza rara: sembrano semplici, ma aprono mondi. Con parole quotidiane costruisce immagini intense, tra realtà e visione. Non cerca l’effetto e proprio per questo lo raggiunge. Le sue canzoni e i suoi libri non danno risposte, ma tengono vive le domande: in un panorama spesso rumoroso, la sua scrittura resta sottile, coerente e profondamente riconoscibile.

In questi giorni è uscito per Einaudi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, in cui si muove in una zona rara: quella in cui la riflessione diventa esperienza. Non è un saggio nel senso classico, né un racconto lineare: è piuttosto un flusso di pensieri, immagini e intuizioni che chiedono al lettore di rallentare.

Il cuore del libro sta proprio lì: nel valore del non fare niente. In un tempo ossessionato dalla produttività, Brondi ribalta la prospettiva e restituisce dignità all’attesa, al silenzio, alla sospensione. Non come fuga, ma come forma di presenza più profonda.

La scrittura è coerente con questo sguardo: essenziale, evocativa, capace di aprire spazi più che di riempirli. Non cerca risposte definitive, ma invita a stare dentro le domande. E in questo invito c’è qualcosa di liberatorio.

Una cosa spirituale è un libro che non si consuma in fretta: si attraversa, si lascia sedimentare, si riprende. E ogni volta restituisce qualcosa di diverso. Non offre soluzioni, ma cambia leggermente il modo in cui guardiamo le cose.

Ed è forse questo il suo merito più grande: ricordarci che, a volte, fermarsi non è perdere tempo. È iniziare a vedere davvero.

La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (che si celebra oggi) non è solo una ricorrenza simbolica. È un promemoria, ogni anno, del valore profondo dei libri: strumenti di libertà, conoscenza e immaginazione.

In un’epoca in cui tutto scorre veloce, leggere resta un atto controcorrente. Richiede tempo, attenzione, disponibilità a fermarsi: proprio per questo diventa prezioso. Un libro non si consuma in pochi secondi: si attraversa, si interpreta, si porta con sé. Leggere è una delle esperienze più semplici e, allo stesso tempo, più profonde che abbiamo a disposizione. Basta un libro, o anche poche pagine, per uscire dal proprio tempo e entrarne in un altro, reale o immaginato. Quando si legge, succede qualcosa di particolare: il mondo esterno si abbassa di volume. Le parole diventano uno spazio in cui restare, non solo informazioni da consumare. Si impara a rallentare, a osservare meglio, a dare peso anche ai dettagli più piccoli. C’è anche una forma di intimità nella lettura. Ogni libro parla in modo diverso a chi lo incontra e lo stesso testo può cambiare significato nel tempo. È come se le parole crescessero insieme a noi, senza mai restare uguali. E poi c’è la libertà: leggere non impone un ritmo, non obbliga una risposta immediata. Permette di perdersi e ritrovarsi, senza fretta.

C’è poi un altro aspetto, spesso meno visibile ma fondamentale: il diritto d’autore. Dietro ogni libro c’è un lavoro creativo che merita tutela. Proteggere chi scrive significa proteggere la possibilità stessa di continuare a raccontare storie, idee, visioni.

Celebrare questa giornata non vuol dire solo rendere omaggio alla lettura, ma anche ricordare che la cultura ha bisogno di essere sostenuta, rispettata e difesa.

In fondo, ogni libro è un incontro. E ogni incontro, se davvero avviene, cambia qualcosa.