L’innegabile bravura di Giulia Vecchio

Ci sono talenti che arrivano in punta di piedi e altri che, invece, ti fanno alzare lo sguardo fin dal primo momento. Giulia Vecchio appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una di quelle presenze che non puoi ignorare, anche se ci provi.

Parlare della sua bravura significa andare oltre la semplice definizione di brava attrice: Giulia Vecchio ha quella qualità rara (e difficilmente insegnabile) di rendere ogni interpretazione credibile e viva.

Stasera ho visto durante il GialappaShow la sua imitazione di Ema Stokholma (dopo avere apprezzato quella di Milly Carlucci l’anno scorso e di Iva Zanicchi in questa edizione): qui emerge un altro lato del suo talento, quello più giocoso ma incredibilmente preciso. Non si tratta di una semplice caricatura: Giulia Vecchio riesce a cogliere l’essenza, il ritmo, le inflessioni, restituendo un’interpretazione che fa sorridere senza mai risultare forzata o eccessiva.

In un panorama spesso rumoroso, la sua bravura non urla. Ma arriva lo stesso, dritta. E resta.

Pasquetta

Pasquetta è il giorno in cui l’Italia diventa una gigantesca griglia fumante. La grigliata di Pasquetta non è un semplice pasto: è uno sport di squadra, una prova di resistenza e, diciamolo, anche un leggero azzardo climatico. Organizzare una grigliata a Pasquetta è un equilibrio sottile tra entusiasmo e caos. Accendere la griglia poi è il vero rito iniziatico.  

C’è sempre qualcuno che propone metodi alternativi: carta, rametti, tutorial visti su internet. Dopo quaranta minuti di tentativi e dignità persa, qualcuno tira fuori l’accendino lungo e risolve tutto in trenta secondi. Il cibo: abbondanza senza senso. La regola non scritta è semplice: cucinare per il triplo delle persone presenti. Carne, verdure, pane, dolci, altre cose non identificate: a un certo punto nessuno sa più cosa stia mangiando, ma va bene così. Perché alla fine, la grigliata di Pasquetta non è solo mangiare. È un piccolo rito collettivo fatto di risate, disorganizzazione e felicità. E anche se piove, anche se il fuoco non parte subito, anche se qualcuno dimentica il sale, beh, andrà comunque benissimo.

Jay Kelly

Complice il periodo pasquale, ho recuperato su Netflix Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney.

La critica si è abbastanza divisa: c’è chi lo ha apprezzato, chi lo ha definito melenso, chi una commedia riuscita a metà, chi troppo lineare.

Jay Kelly è una di quelle pellicole che non ha bisogno di strafare per colpire. Niente effetti speciali invasivi o colpi di scena costruiti a tavolino: qui si gioca tutto sull’atmosfera, sui personaggi e su una storia che cresce piano, ma in modo costante.

Il vero cuore del film è il protagonista: Jay Kelly è un personaggio imperfetto, realistico, a tratti persino spigoloso. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Non è il classico eroe da cinema: sbaglia, tentenna, si mette in discussione. Ma proprio in queste crepe si inserisce l’empatia dello spettatore.

E poi c’è quel qualcosa in più difficile da definire. Forse è la sincerità del racconto, forse la sensazione che la storia non stia cercando di impressionarti, ma semplicemente di raccontarti qualcosa di vero. In un’epoca di film rumorosi, questa scelta diventa quasi rivoluzionaria.

A me è piaciuto. E tanto.