Il vero fallimento di Gravina

Non ritengo di aver fallito. Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa.

Ascoltando le parole di Gabriele Gravina a Otto e mezzo, è chiaro quanto alcuni dirigenti (in tutti i campi) non abbiano percezione del proprio ruolo e delle responsabilità che ne derivano.

Il bilancio della presidenza di Gravina alla FIGC è diventato col tempo sempre più difficile da difendere: non per un singolo episodio, ma per una somma di segnali che raccontano un sistema in affanno.

Il dato più evidente è sportivo: risultati deludenti, qualificazioni mancate o complicate, un movimento che fatica a competere ai massimi livelli. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il problema è più profondo e riguarda la capacità di visione.

Negli anni, la sensazione è stata quella di una gestione che ha rincorso le emergenze invece di anticiparle. Riforme annunciate, spesso incomplete e un calcio che continua a mostrare fragilità strutturali: stadi vecchi, settori giovanili non valorizzati abbastanza, un sistema economico instabile.

C’è poi il tema della credibilità: la guida di una federazione richiede autorevolezza e capacità di tenere insieme interessi diversi. E invece il clima attorno alla FIGC è apparso spesso frammentato, segnato da tensioni e polemiche.

Il punto non è negare le difficoltà oggettive del calcio italiano, ma chiedersi quanto siano state affrontate davvero: guidare significa scegliere una direzione, non limitarsi a gestire il presente.

Alla fine, il giudizio su una presidenza si misura nel tempo: oggi la sensazione diffusa è che il tempo sia passato senza lasciare un segno chiaro. Ed è forse questa la critica più pesante: non tanto gli errori, quanto l’assenza di un vero cambiamento e la conseguente percezione di non avere alcuna colpa del fallimento.

La musica è finita

Sto leggendo in questi giorni La musica è finita di Gino Castaldo. È un libro che riesce a fare una cosa sempre più rara: raccontare la musica senza ridurla a semplice cronaca o nostalgia.

Castaldo costruisce un percorso che è insieme personale e collettivo, attraversando decenni di canzoni, artisti e cambiamenti culturali. Ma il punto non è solo ricordare: è capire cosa la musica ha significato dentro le trasformazioni della società italiana. La scrittura è appassionata, mai autoreferenziale. Si sente la competenza del critico (scrive da oltre cinquant’anni), ma anche lo sguardo di chi la musica l’ha vissuta, ascoltata, interpretata nel tempo. Non c’è distacco accademico, ma nemmeno eccesso di sentimentalismo: un equilibrio raro.

Uno dei meriti del libro è quello di restituire alla musica il suo ruolo di linguaggio culturale, non solo di intrattenimento: le canzoni diventano tracce di memoria, specchi di epoche diverse, strumenti per leggere cambiamenti sociali e generazionali.

La musica è finita non è un addio, ma una riflessione sul modo in cui la musica continua a trasformarsi. Ed è proprio questo che lo rende un libro interessante: non chiude nulla, ma apre continuamente nuove ascolti possibili.