Il reale valore di questa Nazionale

Vent’anni fa ai rigori si vinceva la finale dei Mondiali. E si piangeva.

Oggi ai rigori si perde la partita per andarci. E ci si vergogna.

Che poi, a essere onesti, se la Nazionale italiana viene eliminata dalla Bosnia (al sessantacinquesimo posto del ranking FIFA), possiamo serenamente accettare sia oggettivamente poco competitiva?

Umberto

Chi ha apprezzato Umberto Eco non può che leggere questo gioiellino di Roberto Cotroneo.

Chi era Umberto Eco? Lo si può raccontare partendo da minuzie, dettagli, brevi mail, lettere svianti, telefonate improvvise e persino silenzi? Si può comporre un mosaico complesso, entrare nella mente vulcanica di questo grande scrittore attraverso dei fili sottili e quasi invisibili? È quello che in questo libro ha fatto Roberto Cotroneo, tra le persone che sono state più spesso accostate a Eco: entrambi di Alessandria, entrambi editorialisti de “L’Espresso”, uno maestro, l’altro allievo. […] In questo libro Eco è sempre Umberto. Ne esce un testo originale che fa genere a sé, una dichiarazione di stima e amicizia, una ricerca appassionata, il racconto di un’epoca. Queste pagine sarebbero piaciute a Eco perché, come conclude Cotroneo: “L’unico libro possibile su di te, Umberto, è un libro di frammenti”.

Vivamente consigliato. (qui l’intervista all’autore)

Quale Futuro (Nazionale) per il Governo?

Venerdì sera pare che la Meloni abbia chiesto a Tajani e Salvini di aspettare i primi sondaggi post referendum per capire verso quale direzione tira il vento.

Sebbene un calo di Fratelli d’Italia fosse da considerarsi fisiologico, non credo che alla Premier faccia piacere vedere la simulazione Ipsos Doxa delle intenzioni di voto apparsa oggi sul Corriere.

Se Vannacci dovesse arrivare veramente al 3% con il suo Futuro Nazionale diventerebbe l’ago della bilancia per potere avere la maggioranza in Parlamento in un’ipotetica nuova legislatura.

Rischiare e andare al voto? Forse ci penserei un attimino…

La domenica delle Salme

Ogni anno, per la Domenica delle Palme, non posso fare a meno di ascoltare questa canzone di Fabrizio De André, oggi più che mai attuale.

La canzone è frutto di un lavoro a due mani (venne scritta con Mauro Pagani). Targa Tenco 1991 come Migliore Canzone. Faber disse a proposito che fu scritto prima il testo e solo in un secondo momento è stata cucita sulle parole una melodia. La domenica delle salme ha un lessico molto raffinato, a tratti criptico, e grazie a una miriade di riferimenti colti che l’attraversa, dal primo all’ultimo verso, è un pezzo stratificato e complesso. Disillusa, satirica e amara rappresentazione dell’Italia all’indomani della caduta del muro di Berlino, è una rappresentazione impietosa della caduta degli ideali di democrazia di cui gli anni ’80/’90 furono testimonianza. 

Il video della canzone è di Gabriele Salvatores.

La domenica delle salme
Fu una domenica come tante
Il giorno dopo c’erano i segni
Di una pace terrificante

Mentre il cuore d’Italia
Da Palermo ad Aosta
Si gonfiava in un coro
Di vibrante protesta

Al voto, al voto!

Sinceramente sono rimasto stupito nel leggere sul Foglio di oggi (quotidiano che sicuramente non rema a favore del centrosinistra) l’invito del direttore Claudio Cerasa al Governo Meloni di andare verso elezioni anticipate

Arrivati a questo punto della storia, forse, è inutile prendersi in giro: prendere tempo significa solo perdere tempo. E piuttosto che cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto, ed essendo difficile crearne uno nuovo di zecca, tanto vale guardare in faccia la realtà, rendersi conto che i Delmastro, le Santanchè, le Bartolozzi sono la punta dell’iceberg di un problema più grande, capire che il risultato del referendum è la spia di un terreno che si sta sgretolando, prendere atto che il voto del 22 e 23 marzo è stato un voto di sfiducia anche nei confronti del governo ed evitare dunque di trasformare i mesi che ci separano dalle elezioni, sulla carta si voterà a settembre 2027, in una lenta agonia, non solo per il governo ma anche per l’Italia.

Le regole per scrivere bene di Umberto Eco

Erano tempi in cui stavo per scrivere la mia tesi di laurea (oltre 15 anni fa) e ricordo tra le mie ricerche di avere trovato in un libro le famose quaranta regole per scrivere bene di Umberto Eco. Da allora, ho spesso pensato alla genialità di quel semplice elenco (tanto che poi comprai questo e questo): sono sicuro che le regole di cui sto scrivendo la maggior parte di voi le conosca bene, anche perché da quando il web è diventato il mezzo principale per cercare e trovare informazioni, ciclicamente c’è sempre qualcuno che le tira fuori. Mettono insieme correttezza, arguzia e quell’ironia enigmistica che contraddistingue il suo autore. Tuttavia, se ci dovesse essere qualcuno che non le abbia mai lette, eccole qui. Il mio consiglio (e credo anche l’intenzione di Eco) è quello di non prendere queste regole come una lista da rispettare alla lettera, ma di conoscerle riflettendo sul nostro modo di scrivere.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu. ”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

Poco da esultare

Ho recuperato un po’ di commenti sulla prestazione di ieri della nostra Nazionale.

Quello più benevolo mi sembra di Fabrizio Roncone che sul Corriere scriveva durante la partita

Stanno giocando tutti una partita penosa. Consentendo agli irlandesi di fare quella che avevano progettato. Difendono con una linea a cinque molto stretta, su cui accorciano i tre centrocampisti. Sempre durissimi su ogni contrasto. La notizia è che, quando ripartono, non soltanto cercano di giocare palla a terra. Ma arrivano, con inaudita facilità, nella nostra area. Mortificante, davvero.

In più ho visto il video che in queste ore spopola in rete in cui Federico Dimarco e alcuni compagni sono stati ripresi mentre esultavano alla notizia del risultato tra Galles e Bosnia: comprensibile (il Galles corre il doppio della Bosnia), ma poco sportivo e rispettoso (certo, pure la RAI…).

Così, a occhio, questa Nazionale non sta attirando molte simpatie…

Perché l’AI racconta il calcio?

Complici la mia voglia di leggerezza e il non volere innervosirmi per una partita di pallone, ieri sera in TV non ho visto Italia – Irlanda del Nord.

Intorno alle 22:00 però ho preso lo smartphone per sbirciare il risultato: bene, stavano 1-0. Sull’applicazione che utilizzo per restare aggiornato sulle partite di calcio, immediatamente sotto il tabellino ho visto una voce alla quale però non avevo fatto mai caso, Riepilogo AI, dove cliccando è apparso questo

L’Italia conduce 1-0 e sembra controllare il match nelle fasi finali. Tonali ha segnato il primo goal con un tiro potente, e continua ad essere ovunque; da allora, Kean ha impegnato un gol difficile con una A saved, e Esposito è entrato per allungare il vantaggio. Negli ultimi 15 minuti, l’Italia ha prevalso nel possesso, al 65%, con più angoli (3-1) e tiri in porta (1-1), ma nessuna delle due squadre ha creato grandi occasioni (×G 0.00). Durante tutto il match, la superiorità degli azzurri emerge: possesso 63-37%, tiri in porta 6-0, angoli 9-2. La squadra favorita pre-match sta rispettando il copione, ma c’è ancora tempo per la «Northern Ireland» di fare una domanda.

Ora, un paio di riflessioni: davvero vogliamo demandare all’AI il racconto calcistico (peraltro con errori evidenti)? Secondo poi, è possibile mai preferire una puntata di Pechino Express a una partita (importante) della Nazionale?

La politicizzazione del referendum

Le conseguenze della vittoria del No all’ultimo referendum credo stiano travalicando i confini del quesito in sé.

Come già avvenuto in passato – vedi la chiamata del 2016 e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio – probabilmente perdiamo occasioni di evoluzione (o involuzione, a seconda dei casi) perché i partiti si arrogano la vittoria o la perdita dei referendum per dare segnali politici.

Probabilmente se ci concentrassimo sul merito e non sulla diatriba politica, avremmo un paese migliore. O quantomeno diverso.

Trescore Balneario e l’asticella della violenza

Tutte le volte che un caso di cronaca finisce per avere risalto nazionale, non c’è occasione che il politico di turno finisca per caldeggiare nuove norme per evitare che possa succedere nuovamente.

A seguito dell’opinione a caldo, difficilmente qualcosa viene realmente fatto (o quantomeno non in tempi brevi): a onor del vero, per il caso specifico, l’attuale maggioranza ha depositato un disegno di legge per arginare alcuni fenomeni di violenza, ma ancora non è stato approvato.

La violenza fisica e verbale verso gli insegnanti – e non solo – è un’emergenza già da qualche anno: possibile che nel concreto, a parte gli slogan, non venga fatto nulla? Possibile che per avere un’accelerata parlamentare si debba aspettare sempre la tragedia?

Tredici anni, terza media, con un coltello. Una maglia con su scritto Vendetta e nello zaino una pistola scacciacani. Ogni giorno che passa ho la sensazione che l’asticella della violenza si sposti sempre più in alto.