Per una persona fissata con la puntualità come me avere la sensazione di essere in ritardo è fastidioso, ma è esattamente così che mi sento quando ho bisogno di un po’ di tempo per elaborare notizie e sviluppare un pensiero critico partendo dal tema del giorno.
In questi ultimi mesi mi è successo proprio questo quando per esempio sulla mia bolla social molti amici hanno cominciato a scrivere della guerra in Iran e prima ancora dei dazi imposti dall’amministrazione Trump. Ora pare che l’argomento che ci accompagnerà fino al prossimo weekend sia il voto al referendum costituzionale.
Quando ho capito veramente cosa volessi dire e come scriverlo, mi sembrava decisamente troppo tardi, un argomento superato.
Avere un pensiero critico è faticoso: pretende studio e mente aperta per mettere in discussione tutte le proprie convinzioni, al netto delle proprie ideologie. Questa volontà di avere una risposta o una soluzione pronta sempre e comunque, credo derivi molto dal fatto di essere immersi sempre di più in una società che non lascia spazio all’attesa, al tempo sospeso, alla possibilità di percorrere una strada o un ragionamento più articolato.
Inoltre non possiamo più permetterci di sostenere una nuova tesi per paura che la memoria digitale faccia spuntare fuori un pensiero espresso anni prima in contrasto con quanto scritto oggi, come se noi e il mondo che ci circonda rimanessimo immobili: evoluzione di pensiero scambiata per mancanza di coerenza.
Ho cercato di ragionare su tutto questo e più che darmi delle risposte ho trovato ulteriori domande: cosa ci racconta questa esibizione dell’evoluzione della guerra dell’attenzione? Perché questa cosa sta succedendo proprio ora? Perché la società ci preferisce con delle opinioni nette e formulate nel più breve tempo possibile? Perché il non avere nell’immediato un’idea netta è percepito negativamente?