Perché nessun artista per il sì?

Come ben sappiamo, tra quattro giorni ci sarà il referendum costituzionale per confermare o meno la riforma della magistratura proposta dal governo Meloni, quella che viene impropriamente chiamata Riforma della giustizia (qui un utile articolo su cosa succederebbe qualora vincesse il sì).

Leggendo i giornali e facendo un giro tra i vari siti d’informazione, noto che nessun artista – o comunque nessuno che lavori nel mondo dell’arte – si è ancora schierato pubblicamente a favore del sì.

Giusto per fare un rapido (più o meno) riepilogo, invitano a votare per il no Nanni Moretti, Ficarra e Picone, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Lino Guanciale, Manuel Agnelli, Elio Germano, Antonio Scurati, Toni Servillo, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, Daniele Vicari, Mimmo Calopresti, Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi, Laura Morante, Anna Foa, Paolo Berizzi, Massimo Ghini, Daniela Padoan, Eugenio Finardi, Gianni Canova. 

E questi sono solo alcuni.

Ora, considerando che quasi tutti i sondaggi – Ipsos, SWG e Demopolis ad esempio – concordano (con ultime rilevazioni del 6 marzo 2026) nell’attribuire un leggerissimo vantaggio al no (ma molto dipenderà dall’affluenza), come è mai possibile che nessun artista si schieri apertamente a favore della riforma?

Possibile mai che non ci sia un cantante, un attore, un regista, un fonico, un fotografo, un produttore, un montatore, un oboista, un cameraman che sostenga il no? Statisticamente è possibile una cosa del genere? 

Possiamo ragionevolmente pensare che tutto quello che gravita intorno alla cultura in Italia, sembra vivere in un mondo a parte? Possiamo avere il legittimo sospetto che in certi ambienti alcune opinioni possano essere socialmente improponibili?

Autori e ristampe

Seguo da anni il collettivo Wu Ming, a pensarci bene da quando lessi Q, forse il loro romanzo più famoso e avvincente (pubblicato a fine del secolo scorso).

Mi capita spesso di fare un giro sul loro blog e proprio oggi ho notato un articolo che mi ha fatto pensare:

Le persone che avessero acquistato di recente Il fabbro di Oxford di Wu Ming 4 nella ristampa del gennaio 2026 si saranno accorte che mancano del tutto le note bibliografiche a piè di pagina. Evidentemente per una qualche disattenzione o disguido tecnico non sono state stampate, ma la tiratura è stata distribuita lo stesso. Trattandosi di un saggio, costellato di citazioni, la mancanza è chiaramente molto grave e inficia la ricezione dell’intero testo.

Consigliamo a coloro che hanno conservato la ricevuta di acquisto di restituire il volume “fallato” e farsi rimborsare i soldi; a tutti gli altri di scrivere all’editore Eterea Edizioni e protestare. Per quanto ci riguarda chiederemo l’immediato ritiro della ristampa. Teniamo a segnalare che non abbiamo alcuna responsabilità in questa clamorosa défaillance e siamo infinitamente spiacenti per coloro che avessero già acquistato il volume.

Ora, avendo lavorato per anni nel mondo dell’editoria, ci sono cose che non mi tornano e che in realtà mi fanno sorridere perché rientrano nei rapporti spesso non semplici, tesi e burrascosi tra autori (che mirano a preservare giustamente il lavoro svolto) ed editori (che come obiettivo hanno legittimamente quello di avere un prodotto accattivante abbassando quanto più possibile i costi).

Il post fa riferimento a disattenzione o disguido tecnico. Inoltre si sottolinea che la tiratura è stata distribuita lo stesso. Il termine fallato inserito tra virgolette (sottigliezza lessicale), il richiedere l’immediato ritiro della ristampa, e l’invito a protestare con la casa editrice mi fa riflettere sul fatto che probabilmente non ci sia stata molta collaborazione tra Wu Ming 4 e la Eterea Edizioni.

Com’era quella frase che spesso erroneamente si associa a Giulio Andreotti? Ah, sì… A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina!