Salman Rushdie, la Barbie della libertà di parola

No, non sono parole mie (ci mancherebbe altro!), ma è proprio come lui stesso si è definito al New Orleans Book Festival.

Il concetto in realtà è molto semplice: in un lungo incontro ha manifestato la voglia di non essere più considerato come un simbolo, ma come un semplice autore, mettendo al centro la propria opera.

In anni in cui il mondo letterario (soprattutto in Italia) ama gli incasellamenti morali, le polemiche, le battaglie simboliche fini a se stesse, gli articoli indignati e i reel sui social, le parole di Rushdie appaiono in controtendenza: ci insegnano che un autore dovrebbe essere giudicato per le parole che scrive e non per tutto quello che gli gravita intorno.

La piccola (?) trasgressione di Gabriella Carlucci

Tutte le volte che vedo ‘ste cose penso alla riluttanza da parte di una certa politica nello stare all’interno delle regole (giuste o sbagliate che siano).

Evidentemente non si rendono conto, non c’è altra spiegazione.

Nelle consultazioni elettorali o referendarie è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini.

Højskolen

C’è chi negli anni teorizzava che prima o poi sarebbe successo.

Poi, magari quello che seguiva un po’ più da vicino il mondo delle tendenze e dei nuovi media, diceva che no, a tutto c’è un limite…

Ecco, pare che il limite sia stato superato…

Fonte: https://nyheder.tv2.dk/

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?