Incuriosito da alcune recensioni positive, in questi giorni ho ascoltato LUX di Rosalía, sebbene sicuramente il suo stile non rientri tra i miei preferiti.
È uno di quei dischi che ti fanno capire subito una cosa: lei non ha alcuna intenzione di rimanere incasellata in un sound ben preciso.
Qui non c’è la classica idea di album pop nel senso più prevedibile del termine. È più un viaggio dentro mondi diversi (canta in quattordici lingue: catalano, spagnolo, arabo, inglese, francese, tedesco, ebraico, italiano, giapponese, latino, mandarino, portoghese, siciliano e ucraino), dove ogni traccia sembra aprire una porta nuova. A volte è più intimo, quasi sussurrato, altre volte diventa enorme, teatrale, pieno di energia.
La cosa più interessante è come Rosalía usi la voce. Non è mai una sola: cambia, si adatta, si spezza, si ricompone. In certi momenti sembra fragile, in altri praticamente domina tutto il pezzo: è come se ogni canzone avesse una sua identità precisa.
Dal punto di vista del suono, LUX è molto curato ma non freddo. Si sente la ricerca, si sente la voglia di sperimentare, però resta sempre qualcosa di emotivo sotto. Non è un disco da sottofondo: ti chiede attenzione, ma in cambio ti restituisce parecchio.
E poi c’è l’aspetto più interessante: non prova a piacere a tutti: non segue la strada più facile, non si appoggia solo su formule già viste. È un lavoro che rischia, e proprio per questo funziona.
In fondo, LUX è questo: un disco che non ti accompagna in modo tranquillo, ma ti sposta un po’ da dove eri. E oggi, nel pop, non è affatto una cosa scontata.
