Complice una puntata di Comodino (uno dei podcast de Il Post), mi sono messo a rileggere il decalogo dei diritti del lettore di Daniel Pennac, contenuto in Come un romanzo (del 1992, pubblicato in Italia un anno dopo).
- Il diritto di non leggere
- Il diritto di saltare le pagine
- Il diritto di non finire un libro
- Il diritto di rileggere
- Il diritto di leggere qualsiasi cosa
- Il diritto al bovarismo
- Il diritto di leggere ovunque
- Il diritto di spizzicare
- Il diritto di leggere a voce alta
- Il diritto di tacere
Il decalogo dei diritti del lettore è uno di quei testi brevi che riescono a dire qualcosa di molto più grande di quanto sembrino: dietro il tono leggero, quasi giocoso, si nasconde una riflessione seria sul rapporto tra lettura e libertà.
I diritti del lettore non sono regole, ma possibilità. Pennac ribalta l’idea della lettura come dovere e la restituisce alla sua natura più autentica: un atto libero, personale, non giudicabile.
La forza di questo decalogo sta proprio nella sua semplicità. Non impone nulla, ma toglie peso all’idea che leggere debba essere sempre un’esperienza giusta o completa: in questo modo, paradossalmente, invita a leggere di più, non di meno.
C’è anche una critica implicita a un certo modo di vivere la cultura: quello che misura il valore di un lettore in base alla quantità o alla qualità prescritta dall’esterno. Pennac, invece, difende l’errore, l’interruzione, la distrazione come parti legittime dell’esperienza.
In fondo, il messaggio è liberatorio: la lettura non è una prestazione, ma un incontro. E come tutti gli incontri veri, non può essere programmato, né giudicato secondo schemi rigidi. È qualcosa che può o meno accadere.
