L’idea di ripescare l’Italia per i prossimi mondiali, non è solo discutibile: è proprio scollegata dalla realtà. Il calcio, per quanto imperfetto, si regge ancora su un principio base: le regole devono valere per tutti. Se cominci a modificarle per opportunità politica, non è più sport: diventa un gioco di potere, fatto di scorciatoie e convenienze.
Pensare di escludere una nazionale per motivi politici e sfruttare la cosa per far rientrare l’Italia è un errore doppio. Prima di tutto perché mescola piani diversi: le dinamiche geopolitiche non possono trasformarsi in criteri per assegnare posti a un Mondiale. E poi perché ignora un tratto abbastanza evidente: agli italiani non piacciono i favori che sanno di umiliazione. Non conta solo esserci, conta arrivarci con dignità.
Non a caso la reazione è stata compatta e immediata: meglio restarne fuori che partecipare così. Un ripescaggio di questo tipo non sarebbe un’occasione, ma un’ombra difficile da cancellare. Altro che consenso facile: è il modo più veloce per ottenere il contrario.
C’è anche un discorso più ampio: l’idea che tutto sia trattabile, piegabile, sistemabile all’occorrenza. Magari è una logica che circola in certi ambienti, ma si incrina appena incontra qualcosa che ancora conserva un minimo di etica condivisa, come lo sport nell’immaginario collettivo.
Alla fine è una questione di credibilità. Vincere o partecipare ha senso solo se puoi dire di averlo fatto per merito: tutto il resto non entusiasma nessuno, semmai mette a disagio.
