Donnyland

Certe proposte nascono come provocazioni, ma finiscono per dire qualcosa di più profondo. L’idea, circolata qualche giorno fa tra alcuni ucraini, di ribattezzare il Donbass Donnyland rientra proprio in questa categoria: un gesto ironico, quasi surreale, dentro una realtà che di surreale ha ben poco.

Il riferimento è evidente e punta a Donald Trump e alle sue posizioni ambigue sulla guerra in Ucraina. Trasformare un territorio devastato dal conflitto in un nome da parco a tema è una forma di sarcasmo che colpisce, perché mette in luce una distanza: quella tra chi vive la guerra e chi la commenta da lontano.

Ma dietro l’ironia c’è anche un meccanismo antico: rinominare i luoghi è sempre stato un atto politico. Qui, però, il ribaltamento è evidente: non è il potere che impone un nome, ma chi resiste che lo usa per denunciare, per smascherare, per non restare in silenzio.

Donnyland non è una proposta reale, nessuno pensa davvero di cambiare il nome del Donbass: è piuttosto una forma di linguaggio, un modo per dire che certe narrazioni (semplificate, distanti, a volte ciniche) non possono essere accettate senza risposta.

In un contesto in cui le parole spesso accompagnano o deformano la realtà, anche una battuta può diventare un atto politico. E forse è proprio questo il punto: ricordare che, anche nell’assurdo, c’è sempre qualcuno che prova a raccontare la verità a modo suo.