De Luca e l’essere sionista oggi

Il punto non è tanto essere d’accordo o meno. È che una presa di posizione come quella di Erri De Luca, in questo preciso momento storico, costringe a leggerla in modo estremo: o come un gesto di lucidità rara (sicuramente la visione meno condivisibile) oppure come un’uscita totalmente fuori misura.

La scarcerazione di Alaa Faraj

Avevo scritto circa un mese fa del romanzo in cui Alaa Faraj racconta la sua vicenda.

Per anni Faraj è stato raccontato come uno scafista, condannato a trent’anni per la tragedia del Ferragosto 2015, in cui morirono decine di migranti soffocati nella stiva di un barcone. Lui, però, ha sempre sostenuto di essere soltanto un passeggero: un ragazzo libico partito per sfuggire alla guerra e inseguire un futuro diverso. 

Qualche giorno fa, dopo 10 anni di carcere, Alaa Faraj è tornato in libertà.

La Corte d’appello di Messina ha ordinato la revisione del processo, una possibilità estrema e straordinaria prevista dal codice di procedura penale italiano per correggere un errore giudiziario. La Corte ha anche accolto l’istanza della difesa di sospensione dell’esecuzione della pena, concedendo quindi la liberazione di Faraj.

Perché casi come questo ricordano una cosa semplice e difficile insieme: uno Stato di diritto si misura soprattutto quando è disposto a rimettere in discussione le proprie certezze. 

Cara televisione

Cara televisione di Aldo Grasso è uno di quei libri che, più che parlare della televisione, la osservano mentre si trasforma sotto i nostri occhi.

Grasso non si limita a celebrare o demolire il mezzo: lo attraversa. Racconta la TV come specchio collettivo, come abitudine quotidiana, ma anche come linguaggio che cambia, si adatta, si impoverisce e a volte sorprende.

Il suo sguardo è sempre preciso, mai indulgente, ma nemmeno nostalgico in modo sterile: c’è piuttosto una forma di attenzione critica che oggi è sempre più difficile trovare.

La forza del libro sta proprio in questo equilibrio: da una parte l’esperienza di uno dei più importanti osservatori della televisione italiana, dall’altra la capacità di non ridurre tutto a un giudizio definitivo. La TV non viene trattata come un reperto del passato, ma come un organismo vivo, contraddittorio, che continua a influenzare gusti, linguaggi e immaginario collettivo.

Cara televisione è una lettura che funziona anche per chi pensa di non guardare più la TV. Perché, in realtà, parla di molto altro: di come raccontiamo il mondo, di cosa scegliamo di vedere e di cosa ci scorre addosso senza che ce ne accorgiamo.

Ed è proprio qui che il libro colpisce: nel farci capire che la televisione, anche quando la critichiamo, continua a dirci qualcosa su di noi.

Egemonia senza cultura

C’è un equivoco diffuso quando si parla di egemonia culturale: immaginarla come un’imposizione dall’alto, un complotto di pochi o una semplice occupazione di spazi mediatici. In Egemonia senza cultura, Andrea Minuz prova invece a riportare il discorso su un terreno più concreto e, per certi versi, più inquietante: si può avere egemonia anche senza una vera cultura condivisa.

Il merito del libro è quello di evitare scorciatoie ideologiche e semplificazioni. Minuz non cerca colpevoli facili né indulge nella nostalgia di un’età dell’oro che forse non è mai esistita. Al contrario, osserva il presente con lucidità, mostrando come il potere culturale contemporaneo si eserciti spesso attraverso linguaggi impoveriti, dinamiche ripetitive e consumo rapido di contenuti più che attraverso idee forti e strutturate.

La lettura è stimolante proprio perché obbliga a interrogarsi: cosa resta della cultura quando diventa soltanto flusso? E chi costruisce davvero il senso comune in un’epoca dominata da algoritmi, frammentazione e attenzione ridotta?

Egemonia senza cultura è un saggio che non pretende di offrire risposte definitive, ma ha il pregio di mettere in moto domande intelligenti. Di questi tempi, roba rara.

Di cosa parliamo quando parliamo di egemonia culturale? Un secolo dopo Gramsci, questo concetto si ripresenta nel dibattito pubblico, dimostrando una presa sulla realtà che prescinde dalla stagione politica in cui si trova il paese: «ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui, anche se nessuno sa più bene cosa sia». Un tempo ossessione incarnata dalla figura dell’intellettuale di partito, rimessa al centro della scena con la Seconda Repubblica, ritorna oggi, a sinistra, come recriminazione per una supremazia intellettuale ormai svanita, e a destra, come resa dei conti, vendetta, cambio di passo nella narrazione del paese. In questo libro, Andrea Minuz propone un itinerario tra dogmi e luoghi comuni per mettere in luce le ragioni della sua sorprendente tenuta: un viaggio ironico e scanzonato tra salotti culturali e talk show, festival e fiction Rai, per stabilire cosa resta di realmente egemone nell’egemonia culturale. Fumosa e malleabile, l’espressione tradisce nostalgia per un tempo in cui la cultura era un’istituzione intoccabile, incaricata di costruire un orizzonte condiviso. Un’epoca in cui non bisognava guardare lontano per sapere cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare. Adesso invece le narrazioni si moltiplicano, esasperate dalla polarizzazione delle opinioni imposta dagli algoritmi social. Mentre la politica si scanna per mettere le mani sulle istituzioni culturali, la cultura vera – quella anarchica, caotica, fatta di serie TV, meme e consumi pop – è già andata da un’altra parte, beffandosi di chi vorrebbe ancora educare le masse. Alla fine, il verdetto è chiaro: il fantasma dell’egemonia tradisce soprattutto smarrimento, confusione e mancanza di categorie che abbiano ancora una qualche presa sul presente.

La chiamata – Storia di una donna argentina

La chiamata – Storia di una donna argentina di Leila Guerriero è uno di quei libri che ricordano perché il giornalismo narrativo, quando è fatto bene, può diventare letteratura senza perdere un grammo di verità: forse proprio per questo ha vinto il Premio Strega Europeo 2026.

Guerriero prende una storia reale e la attraversa con una pazienza rara, senza mai cedere alla tentazione del sensazionalismo o della scorciatoia emotiva. Al contrario: osserva, ascolta, scava.

La forza del libro sta proprio nello sguardo dell’autrice, capace di stare dentro le contraddizioni umane senza giudicare e senza semplificare. Ogni pagina sembra costruita con precisione artigianale, ma senza freddezza: c’è rigore, certo, ma anche empatia, attenzione ai dettagli, rispetto per il mistero delle persone.

La chiamata (edito da Sur e disponibile anche in ebook) è il tipo di libro che ti costringe a rallentare e a leggere con attenzione, perché non offre risposte facili né soluzioni comode: ti accompagna invece dentro una vicenda complessa e lascia che sia il lettore a fare i conti con dubbi, ambiguità e zone d’ombra.

In un’epoca che ama le opinioni veloci, è un libro che sceglie la profondità.

Nel 1976, durante la dittatura di Videla in Argentina, Silvia Labayru fu rapita, torturata, ridotta in schiavitù e costretta a dare alla luce la sua prima figlia in una stanza del centro di detenzione clandestino in cui era rinchiusa. All’epoca Labayru aveva vent’anni ed era una militante di Montoneros, un gruppo armato di matrice peronista. Fu rimessa in libertà nel giugno del ’78 e, sull’aereo diretto a Madrid, pensò che l’inferno fosse finito. Ma così non era. Ad aspettarla c’era il sospetto dei compatrioti in esilio: com’era possibile che fosse sopravvissuta e che avesse ancora con sé la bambina? Su di lei giravano voci di ogni genere: giovane, bella, bionda, viva – fra migliaia di desaparecidos –, fu accusata di aver tradito e di aver collaborato con i suoi aguzzini. Nel ripudio generale, riuscì a poco a poco a rifarsi una vita accanto agli amici rimasti. Nel 2018, complice un messaggio ricevuto da un uomo del passato, Labayru è tornata in Argentina, dove ha poi denunciato gli abusi sessuali subiti in cattività. Così la giornalista Leila Guerriero ha scoperto il suo caso e ha trascorso oltre due anni a intervistare Silvia e tutte le persone coinvolte per raccontare la storia del suo rapimento e della chiamata al padre che, per caso, un giorno di marzo del 1977, le ha salvato la vita.

La fragilità dei libri

I libri sono oggetti fragili: si piegano, si macchiano, si rovinano, ingialliscono. Basta poco: una caduta, l’umidità, il tempo. Eppure continuano a sopravvivere a chi li legge.

C’è qualcosa di paradossale in questa fragilità: dentro un oggetto così vulnerabile possono restare idee potentissime, emozioni, vite intere. Un libro può attraversare decenni passando di mano in mano, conservando sottolineature, appunti, pieghe agli angoli. Segni minuscoli che raccontano non solo il testo, ma anche chi lo ha abitato.

Poi, ci sono volumi che si rovinano con più facilità rispetto ad altri, come scrive Massimo Mantellini sul suo blog

Sto leggendo questo romanzo che è stato qualche anno fa un grande successo editoriale. Sono a pagina 80 e non ho idea se mi piacerà oppure no. Ne scrivo perché una delle ragioni per cui l’ho comprato è che è un libro di Sellerio di oltre mille pagine. Mi piacciono i libri di Sellerio, mi sono sempre piaciuti in generale e mi piacciono ancora di più quando sono spessi. In particolare mi piacciono perché la copertina blu, la bellissima esile copertina blu in cartoncino dei libri grossi di Sellerio, mentre li leggi, un po’ alla volta, si rovina. Si rovina comunque, anche se tu sei cauto e i libri che leggi sei abituato a trattarli bene. Sembrano fatti apposta per rovinarsi i libri di Sellerio, per mostrarti il tempo che hai dedicato a leggerli. Spesso ho pensato (probabilmente sbagliandomi di molto) che una simile fragilità sia intenzionale, che quei bordi che si increspano e che da blu, un po’ alla volta, diventano bianchi, siano una scelta. In ogni caso quel libro cambierà sotto le tue mani, ogni volta che lo sfogli e tutte le volte che lo appoggi, e così facendo diventerà parte di te. Che è poi quello che i buoni libri fanno di solito ma in una maniera di solito differente.

I libri non danno mai l’impressione di essere invincibili: chiedono attenzione, cura, presenza. E in un mondo sempre più immateriale, continuano a ricordarci che la cultura ha anche un corpo: carta, copertina, pagine che si consumano.

La loro forza, in fondo, sta proprio lì: nell’essere fragili e resistenti allo stesso tempo.

Abbandonare un libro non è un crimine

Quante volte abbiamo continuato a leggere un libro solo per senso di colpa, non perché ci stesse piacendo? La verità è che lasciare un libro a metà non è un fallimento: è un atto di onestà verso voi stessi.

Leggere dovrebbe essere un piacere, non un obbligo. Se un libro ci annoia, irrita o confonde, perché continuare? Il mondo è pieno di storie che aspettano di catturare la nostra attenzione e il nostro tempo è prezioso.

Non tutti i libri sono per tutti, e va bene così. Abbandonare un libro ci libera, ci permette di scegliere letture che ci emozionano davvero e insegna a fidarci del nostro istinto.

La prossima volta che un libro non ci prende, chiudiamo senza rimpianti e andiamo a caccia di qualcosa che ci faccia battere il cuore.

La cura

La cura di Concita De Gregorio è uno di quei libri che non cercano di stupire, ma di restare. E ci riesce, con una semplicità solo apparente.

Al centro c’è una parola abusata (per l’appunto cura) che qui torna ad avere peso, non come concetto astratto, ma come gesto concreto, quotidiano, quasi necessario. Prendersi cura degli altri diventa un modo per restare in piedi, per attraversare il dolore senza esserne travolti. 

La scrittura è intima, ma mai chiusa. Concita De Gregorio riesce a tenere insieme fragilità e lucidità, senza cadere nella retorica. Parla di dolore, di malattia, di assenza, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità: è equilibrio.

Quello che colpisce è il tono: non c’è mai compiacimento, mai l’urgenza di spiegare tutto. Il libro lascia spazio, respira, si muove per immagini e sensazioni più che per tesi. Ed è proprio lì che arriva.

La cura è una lettura breve (176 pagine per Einaudi – Stile Libero), ma intensa. Non dà risposte definitive, ma cambia leggermente il modo in cui guardi le cose. E in un momento in cui tutto sembra accelerare, riesce a fare una cosa rara: ti costringe a rallentare.

Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.

Le webliografie

Sono un consumatore seriale di libri (l’oggetto cartaceo ha in me un fascino indescrivibile). Negli ultimi anni, se ci fate caso, spesso alla fine, i volumi si sono ampliati con la presenza delle webliografie (o sitografie): queste, però, hanno portato una serie di problematiche che a oggi non credo siano del tutto risolte.

Mi spiego meglio: in un libro cartaceo, indicare una fonte online significa, in teoria, riportare l’URL completo: ma chi ha davvero voglia di riscrivere a mano indirizzi interminabili pieni di simboli, passando continuamente dalla carta allo schermo?

Allora mi sono fatto una domanda: non sarebbe più utile indicare solo la homepage del sito, il nome dell’autore (quando c’è) e soprattutto il titolo esatto del testo? Con titolo e autore, una ricerca su Google porta quasi sempre al risultato giusto in pochi secondi.

E, nel frattempo, la pagina resta più pulita, meno ingombrata.

Editor, mi leggete?

Il paradiso dei libri non letti

Acquistare un libro che forse non verrà mai letto è un gesto di speranza: il desiderio di vedersi diversi, magari migliori. È come una promessa fatta a se stessi.

Il vero problema non è avere una libreria piena di volumi ancora da aprire, magari in disordine, coperti di polvere e a tratti perfino imbarazzanti per le aspettative disattese: quella libreria resta comunque un paesaggio, una sorta di mappa delle proprie curiosità e aspirazioni, un piccolo museo di buone intenzioni.