Lucarelli, Alliva e la Vertigine del già visto (ma non troppo)

Con il continuo bombardamento di notizie, questa vicenda della scorsa settimana mi era passata del tutto sotto traccia: l’ho recuperata solo nel weekend, grazie alla newsletter de Il Post sul dannato futuro dei giornali.

In breve, Selvaggia Lucarelli ha rilanciato alcune segnalazioni arrivate da alcuni lettori sul libro Vertigine di Simone Alliva, firma del quotidiano Domani: al centro delle critiche ci sarebbero alcuni passaggi del testo ritenuti troppo simili a contenuti già pubblicati altrove. Alliva è intervenuto inizialmente su Instagram parlando di un errore, annunciando anche la cancellazione della presentazione milanese del libro (che si doveva svolgere alla Libreria Antigone, che sull’annullamento ha risposto così). In seguito ha deciso di chiudere i propri profili social, sia su Instagram che su Twitter.

Tutta la storia la trovate qui.

La vicenda mette ancora una volta in evidenza un meccanismo ormai abbastanza tipico del dibattito online: la velocità con cui una questione editoriale si trasforma in caso pubblico. Al di là delle singole responsabilità (nel caso specifico, la ricostruzione della Lucarelli mi sembra francamente precisa e inattaccabile), colpisce soprattutto la dinamica. Una segnalazione, la diffusione sui social, la reazione immediata, poi il ritiro dal confronto pubblico. Tutto avviene in tempi molto rapidi, spesso prima che si possa costruire una discussione davvero approfondita.

Il punto non è solo stabilire cosa sia successo, ma osservare come oggi si sviluppino queste controversie: tra piattaforme e con la pressione costante dell’opinione pubblica. In questo contesto, anche gli errori non restano mai circoscritti, ma diventano immediatamente narrativi, parte di una storia più grande.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: non tanto il singolo episodio, quanto il modo in cui il sistema mediatico contemporaneo lo amplifica, lo trasforma e lo rende rapidamente irreversibile.

Il libro dei libri proibiti

Il libro dei libri proibiti è uno di quei volumi che, già dal titolo, promettono un viaggio affascinante dentro la storia delle idee: più che un semplice elenco di testi censurati, è una mappa delle paure che, nei secoli, hanno attraversato società, istituzioni e poteri.

Dalla Chiesa alla politica, dalla morale alle dittature, ciò che emerge è un filo comune: il timore della parola libera. I libri proibiti non sono mai stati davvero pericolosi in sé, ma per ciò che potevano generare. Pensiero critico, dubbio, immaginazione. Tutto ciò che sfugge al controllo.

Il libro funziona proprio perché non si limita a raccontare i divieti, ma li contestualizza. Ogni opera censurata diventa una storia dentro la storia: di chi ha scritto, di chi ha vietato, di chi ha letto comunque. E spesso si scopre che ciò che ieri era considerato scandaloso o sovversivo oggi è parte del patrimonio culturale condiviso.

C’è anche una riflessione implicita sul presente. La censura non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Non sempre è esplicita, non sempre arriva dall’alto. A volte passa attraverso dinamiche più sottili: economiche, sociali, culturali.

Il libro dei libri proibiti è, in fondo, un invito a leggere con maggiore consapevolezza. Perché ogni volta che un libro viene vietato, non è solo un testo a essere colpito: è la possibilità stessa di pensare liberamente.

Dai libri bruciati insieme ai loro autori nella Cina del III secolo avanti Cristo, fino a Ipazia, massacrata per la sua femminile saggezza. Dal libro sulla commedia di Aristotele ai volumi distrutti nel 642 nella biblioteca di Alessandria. Dal «falò delle vanità» promosso a Firenze nel 1497 da Girolamo Savonarola ai manoscritti maya bruciati dalla Santa Inquisizione. Dall’Index Librorum Prohibitorum del 1559 alla condanna per oscenità del Marchese de Sade, fino ai «Bücherverbrennungen» dei nazisti per poi arrivare a “Lolita” di Nabokov, ai “Ragazzi di vita” di Pasolini e perfino a “Winnie the Pooh” di Milne. E ancora Henry Miller, Jack Kerouac, Louis-Ferdinand Céline e molti altri autori, indicati nel tempo e nelle sue imprevedibili pieghe di volta in volta come «proibiti». Da sempre il potere considera i libri una delle armi più pericolose ed eversive per l’ordine costituito, per la morale, per il rispetto delle regole. La censura, ma anche semplicemente l’etica pubblica, la politica, e soprattutto la Chiesa e le varie dittature in ogni luogo del pianeta hanno deciso o tentato di decidere lungo la storia cosa la gente doveva o non doveva leggere. Perché i libri sono senza alcun dubbio uno degli elementi che costituiscono la libertà degli esseri umani.

La musica è finita

Sto leggendo in questi giorni La musica è finita di Gino Castaldo. È un libro che riesce a fare una cosa sempre più rara: raccontare la musica senza ridurla a semplice cronaca o nostalgia.

Castaldo costruisce un percorso che è insieme personale e collettivo, attraversando decenni di canzoni, artisti e cambiamenti culturali. Ma il punto non è solo ricordare: è capire cosa la musica ha significato dentro le trasformazioni della società italiana. La scrittura è appassionata, mai autoreferenziale. Si sente la competenza del critico (scrive da oltre cinquant’anni), ma anche lo sguardo di chi la musica l’ha vissuta, ascoltata, interpretata nel tempo. Non c’è distacco accademico, ma nemmeno eccesso di sentimentalismo: un equilibrio raro.

Uno dei meriti del libro è quello di restituire alla musica il suo ruolo di linguaggio culturale, non solo di intrattenimento: le canzoni diventano tracce di memoria, specchi di epoche diverse, strumenti per leggere cambiamenti sociali e generazionali.

La musica è finita non è un addio, ma una riflessione sul modo in cui la musica continua a trasformarsi. Ed è proprio questo che lo rende un libro interessante: non chiude nulla, ma apre continuamente nuove ascolti possibili.

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

L’AI e la rivoluzione già in corso

C’è un post di Roberto Laghi sul sito di Wu Ming che secondo me vale davvero la pena leggere, soprattutto per tutte le riflessioni che si stanno facendo di questi tempi sull’intelligenza artificiale (e anche su questo blog).

Dentro ci trovi un po’ di tutto: da come oggi la scrittura rischia di diventare sempre più automatica, fino alla rabbia (sempre più diffusa) verso le AI e quello che stanno cambiando, concretamente, nel nostro modo di vivere e lavorare.

Quale sarà l’effetto su noi esseri umani? Difficile dirlo, oggi, anche se alcuni studi – che però non hanno ancora passato la peer review – sembrano dirci che usare costantemente modelli linguistici per la scrittura riduce le nostre funzionalità cognitive. Certo è, […] che ci servono nuovi strumenti concettuali e interpretativi per cogliere appieno la portata dei cambiamenti in atto.

È uno di quei testi che non si limita a dire le AI sono buone o cattive, ma prova a guardare le cose più da vicino, senza semplificazioni: proprio per questo lascia parecchi spunti interessanti su cui fermarsi a pensare.

(poi, per chi volesse ulteriormente approfondire, consiglio anche di leggere Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico dello stesso autore)

La guerra a Gaza senza Gaza

Dopo una visita in una libreria di Washington D.C., il giornalista israelo-canadese Matti Friedman ha osservato l’emergere di quello che considera un nuovo filone letterario, che propone di chiamare Gazology. Profondo conoscitore del Medio Oriente, già reporter per Associated Press e opinionista del New York Times, Friedman vive a Gerusalemme, a poche ore di distanza dalle aree di conflitto, e sostiene che molti dei libri diffusi in Occidente su Gaza ne offrano una rappresentazione (a esser buoni) imprecisa.

In un articolo pubblicato martedì su The Free Press, ha analizzato le opere di cinque autori (El Akkad di cui avevo già scritto qui, Traverso, Malm, Mishra e Beinart, tutti tradotti anche in Italia), rilevando come non si tratti di veri reportage: nella maggior parte dei casi, gli scrittori non sono mai stati in Palestina, ma sembrano ritenere che le informazioni necessarie siano facilmente reperibili online. Talvolta Gaza è solo uno sfondo narrativo, altre diventa un pretesto per ampie riflessioni sul presente: in entrambi i casi, però, la complessità reale del conflitto finisce per svanire.

Secondo Friedman, scarsa qualità letteraria e analisi superficiale spesso coincidono, ma invita comunque a non sottovalutare questi libri: pur nella loro mediocrità, contribuiscono a formare una generazione che potrebbe vedere Gaza non semplicemente come scenario di una guerra (magari discutibile o persino illegittimo) ma come una chiave per interpretare i lati più oscuri del mondo.

Speriamo che Kapuściński non si rivolti nella tomba.

Una cosa spirituale

Seguo Vasco Brondi da una ventina di anni, da quando era frontman de Le luci della centrale elettrica, gruppo indie rock fondato alla fine degli anni duemila.

I suoi testi hanno una forza rara: sembrano semplici, ma aprono mondi. Con parole quotidiane costruisce immagini intense, tra realtà e visione. Non cerca l’effetto e proprio per questo lo raggiunge. Le sue canzoni e i suoi libri non danno risposte, ma tengono vive le domande: in un panorama spesso rumoroso, la sua scrittura resta sottile, coerente e profondamente riconoscibile.

In questi giorni è uscito per Einaudi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, in cui si muove in una zona rara: quella in cui la riflessione diventa esperienza. Non è un saggio nel senso classico, né un racconto lineare: è piuttosto un flusso di pensieri, immagini e intuizioni che chiedono al lettore di rallentare.

Il cuore del libro sta proprio lì: nel valore del non fare niente. In un tempo ossessionato dalla produttività, Brondi ribalta la prospettiva e restituisce dignità all’attesa, al silenzio, alla sospensione. Non come fuga, ma come forma di presenza più profonda.

La scrittura è coerente con questo sguardo: essenziale, evocativa, capace di aprire spazi più che di riempirli. Non cerca risposte definitive, ma invita a stare dentro le domande. E in questo invito c’è qualcosa di liberatorio.

Una cosa spirituale è un libro che non si consuma in fretta: si attraversa, si lascia sedimentare, si riprende. E ogni volta restituisce qualcosa di diverso. Non offre soluzioni, ma cambia leggermente il modo in cui guardiamo le cose.

Ed è forse questo il suo merito più grande: ricordarci che, a volte, fermarsi non è perdere tempo. È iniziare a vedere davvero.

La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (che si celebra oggi) non è solo una ricorrenza simbolica. È un promemoria, ogni anno, del valore profondo dei libri: strumenti di libertà, conoscenza e immaginazione.

In un’epoca in cui tutto scorre veloce, leggere resta un atto controcorrente. Richiede tempo, attenzione, disponibilità a fermarsi: proprio per questo diventa prezioso. Un libro non si consuma in pochi secondi: si attraversa, si interpreta, si porta con sé. Leggere è una delle esperienze più semplici e, allo stesso tempo, più profonde che abbiamo a disposizione. Basta un libro, o anche poche pagine, per uscire dal proprio tempo e entrarne in un altro, reale o immaginato. Quando si legge, succede qualcosa di particolare: il mondo esterno si abbassa di volume. Le parole diventano uno spazio in cui restare, non solo informazioni da consumare. Si impara a rallentare, a osservare meglio, a dare peso anche ai dettagli più piccoli. C’è anche una forma di intimità nella lettura. Ogni libro parla in modo diverso a chi lo incontra e lo stesso testo può cambiare significato nel tempo. È come se le parole crescessero insieme a noi, senza mai restare uguali. E poi c’è la libertà: leggere non impone un ritmo, non obbliga una risposta immediata. Permette di perdersi e ritrovarsi, senza fretta.

C’è poi un altro aspetto, spesso meno visibile ma fondamentale: il diritto d’autore. Dietro ogni libro c’è un lavoro creativo che merita tutela. Proteggere chi scrive significa proteggere la possibilità stessa di continuare a raccontare storie, idee, visioni.

Celebrare questa giornata non vuol dire solo rendere omaggio alla lettura, ma anche ricordare che la cultura ha bisogno di essere sostenuta, rispettata e difesa.

In fondo, ogni libro è un incontro. E ogni incontro, se davvero avviene, cambia qualcosa.

Perché ero ragazzo

Perché ero ragazzo di Alaa Faraj è un libro che colpisce per la sua capacità di tenere insieme memoria personale e storia collettiva senza mai risultare retorico: è un racconto che nasce da un’esperienza concreta (il viaggio di un ventenne dalla Libia all’Italia), ma riesce ad allargarsi fino a diventare universale.

La forza del testo sta nella sua voce: limpida, essenziale, capace di dire molto anche quando sembra trattenersi. Non c’è bisogno di forzare l’emozione, perché arriva da sola, pagina dopo pagina. Faraj costruisce un percorso che è insieme formazione, perdita e consapevolezza, restituendo al lettore il senso di un tempo che cambia e di un’identità che si costruisce dentro quel cambiamento.

C’è anche un equilibrio raro tra durezza e delicatezza: i momenti più difficili non vengono mai spettacolarizzati, ma raccontati con una misura che li rende ancora più incisivi. È proprio questa sobrietà a rendere il libro così potente.

Perché ero ragazzo (edito da Sellerio) è una lettura che non lascia indifferenti. Non solo per ciò che racconta, ma per come lo fa: con una voce autentica, capace di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che parla a tutti.

Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese devastato dalla guerra civile, l’Italia dista 500 chilometri, circa un’ora di volo, Alaa ha appena 20 anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, un nuovo inizio, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, è impossibile, i canali umanitari non esistono, l’unica strada è salire a bordo di un barcone con due amici, anche loro calciatori. Durante quella maledetta traversata 49 persone muoiono soffocate dentro la stiva. I giornali parlano di «strage di ferragosto». Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa afferma da anni la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, non accetterà mai quello del criminale. Ha scritto questo libro in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in una lingua naturalmente delicata, ironica, piena di stupore. Lo ha scritto lettera dopo lettera, inviandole ad Alessandra Sciurba, conosciuta in carcere durante un laboratorio, da anni la voce e il volto della battaglia di Alaa per la verità. “Perché ero ragazzo” è il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi 10 anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo sbigottito e una paradossale fiducia nello Stato: le indagini forse frettolose, sulla base di poche testimonianze di persone sotto shock, la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato. La sua battaglia per la libertà è diventata la battaglia di scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, programmi Rai, Le Iene, quotidiani nazionali, un’attenzione che non accenna a scemare. Sono più di 3.000 le persone arrestate negli ultimi dieci anni in Italia come «scafisti» – nella sentenza dei giudici «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» – ma è noto che i trafficanti, quelli veri, rimangono a casa senza rischiare, spesso agendo in continuità con le autorità del loro paese, e non solo.