Father Mother Sister Brother

Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (in programmazione su Sky in questi giorni) è una delusione che pesa soprattutto per le aspettative. Il regista, solitamente capace di trasformare silenzi e marginalità in poesia (bellissimo il suo Coffee and Cigarettes del 2003), qui sembra girare a vuoto, intrappolato in una forma che non riesce più a sostenere.

La struttura episodica appare fragile, più un collage di idee che un racconto vero. I personaggi restano distanti, appena abbozzati, e le loro relazioni non trovano mai profondità né urgenza: ne nasce un senso di freddezza che rende difficile qualsiasi coinvolgimento.

Il ritmo lento, marchio di fabbrica di Jarmusch, perde qui la sua forza evocativa e diventa semplicemente statico. Anche la cura visiva, pur elegante, non basta a compensare un vuoto narrativo evidente.

Più che un’evoluzione, il film sembra una ripetizione stanca del suo cinema: il risultato è un’opera che lascia poco, se non la sensazione di un’occasione sprecata.

Ma come è possibile abbia vinto a Venezia l’anno scorso?

Jay Kelly

Complice il periodo pasquale, ho recuperato su Netflix Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney.

La critica si è abbastanza divisa: c’è chi lo ha apprezzato, chi lo ha definito melenso, chi una commedia riuscita a metà, chi troppo lineare.

Jay Kelly è una di quelle pellicole che non ha bisogno di strafare per colpire. Niente effetti speciali invasivi o colpi di scena costruiti a tavolino: qui si gioca tutto sull’atmosfera, sui personaggi e su una storia che cresce piano, ma in modo costante.

Il vero cuore del film è il protagonista: Jay Kelly è un personaggio imperfetto, realistico, a tratti persino spigoloso. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Non è il classico eroe da cinema: sbaglia, tentenna, si mette in discussione. Ma proprio in queste crepe si inserisce l’empatia dello spettatore.

E poi c’è quel qualcosa in più difficile da definire. Forse è la sincerità del racconto, forse la sensazione che la storia non stia cercando di impressionarti, ma semplicemente di raccontarti qualcosa di vero. In un’epoca di film rumorosi, questa scelta diventa quasi rivoluzionaria.

A me è piaciuto. E tanto.

Venerdì Santo

La mia città il Venerdì Santo sembra una cartolina scattata sul set di un film di Francis Ford Coppola.

Processione del Venerdì Santo della Chiesa di Santa Maria dell’Itria alla Kalsa (Palermo, 2026)

Perché nessun artista per il sì?

Come ben sappiamo, tra quattro giorni ci sarà il referendum costituzionale per confermare o meno la riforma della magistratura proposta dal governo Meloni, quella che viene impropriamente chiamata Riforma della giustizia (qui un utile articolo su cosa succederebbe qualora vincesse il sì).

Leggendo i giornali e facendo un giro tra i vari siti d’informazione, noto che nessun artista – o comunque nessuno che lavori nel mondo dell’arte – si è ancora schierato pubblicamente a favore del sì.

Giusto per fare un rapido (più o meno) riepilogo, invitano a votare per il no Nanni Moretti, Ficarra e Picone, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Lino Guanciale, Manuel Agnelli, Elio Germano, Antonio Scurati, Toni Servillo, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, Daniele Vicari, Mimmo Calopresti, Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi, Laura Morante, Anna Foa, Paolo Berizzi, Massimo Ghini, Daniela Padoan, Eugenio Finardi, Gianni Canova. 

E questi sono solo alcuni.

Ora, considerando che quasi tutti i sondaggi – Ipsos, SWG e Demopolis ad esempio – concordano (con ultime rilevazioni del 6 marzo 2026) nell’attribuire un leggerissimo vantaggio al no (ma molto dipenderà dall’affluenza), come è mai possibile che nessun artista si schieri apertamente a favore della riforma?

Possibile mai che non ci sia un cantante, un attore, un regista, un fonico, un fotografo, un produttore, un montatore, un oboista, un cameraman che sostenga il no? Statisticamente è possibile una cosa del genere? 

Possiamo ragionevolmente pensare che tutto quello che gravita intorno alla cultura in Italia, sembra vivere in un mondo a parte? Possiamo avere il legittimo sospetto che in certi ambienti alcune opinioni possano essere socialmente improponibili?

The Sinners

Complice un pomeriggio piovoso, sono riuscito a vedere The Sinners – I peccatori su Sky, il film che quest’anno ha battuto ogni record di nomination agli Oscar (16!) la cui cerimonia di premiazione è prevista stanotte da mezzanotte (ora italiana, in diretta su RaiUno e RaiPlay).

The Sinners è la storia di due fratelli gemelli, Smoke e Stack, entrambi interpretati da Michael B. Jordan (candidato come Miglior Attore Protagonista e favorito insieme a Timothée Chalamet), che tornano sul Delta dopo aver passati anni a Chicago lavorando per Al Capone. Acquistano una vecchia segheria con l’intenzione di aprire un juke joint e inaugurarlo la sera stessa del loro arrivo. Nella prima parte del film, seguiamo tutta la preparazione fino al momento in cui i due gemelli, un gruppo di vecchi amici e parenti raccattati nel corso della giornata e la nutrita clientela, aprono finalmente il locale.

Da questo momento in poi, il film cambia registro ma per evitare inutili spoiler, mi fermo qui.

The Sinners è un film importante per chiunque voglia comprendere le radici profonde del razzismo. Attraverso una narrazione intensa e (soprattutto) simbolica, il film intreccia cultura, memoria e identità in un racconto che seppur ambientato cento anni fa, parla soprattutto al presente.

Girato in 70mm, il film punta in alto anche sul piano visivo, alternando IMAX e Ultra Panavision. La colonna sonora regge l’atmosfera con coerenza, per poi spingersi verso sonorità più teatrali e disturbanti. Nel finale, però, la narrazione accelera bruscamente, alcuni personaggi vengono messi da parte in modo sbrigativo e la tensione si dissolve troppo in fretta. Nonostante questo, The Sinners resta un film che funziona proprio perché non si preoccupa di essere perfetto (e a dirla tutta, è ben lontano dall’esserlo).

In generale, per un’opera che promette vampiri, conflitto e sangue, l’azione è sorprendentemente scarsa. Si parla molto, si tocca il tema del razzismo in modo esplicito, ma senza incarnarlo veramente nel racconto. La retorica prende il sopravvento sulla narrazione. Anche il cast non aiuta. Michael B. Jordan, impegnato in un doppio ruolo, non riesce a dare una reale differenziazione ai due personaggi: lo sdoppiamento resta un espediente più teorico che drammaturgico. Analizzando il resto del cast, le interpretazioni risultano essere sottotono, la chimica tra i protagonisti è debole, e nessuno sembra davvero in grado di sollevare una sceneggiatura che già di per sé appare fragile e dilatata.

Mi è piaciuto? Risposta secca: no. Volendo andare un po’ più a fondo, l’ho trovata una pellicola ben fatta, con una sceneggiatura a tratti interessante, ma molto distante dalle cose che mi piace vedere in un film. Sicuramente la frase che mi è venuta in mente dopo oltre due ore di visione è stata Ma come è possibile che abbia preso sedici (!) nomination gli Oscar?!