La pellicola è molto più di un documentario: è un incontro. Un dialogo diretto, quasi intimo, con Papa Francesco, che qui non viene raccontato attraverso filtri o interpretazioni, ma si espone in prima persona, con una semplicità disarmante.
Wenders sceglie una strada essenziale, quasi invisibile. Rinuncia agli effetti, lascia spazio alle parole e allo sguardo. Ed è proprio questa sobrietà a rendere il film così potente: non c’è bisogno di costruire un personaggio, perché la forza del racconto sta tutta nella coerenza tra ciò che viene detto e ciò che si percepisce.
Il Papa parla di ambiente, disuguaglianze, pace, responsabilità individuale. Temi enormi, affrontati con un linguaggio accessibile, mai retorico. C’è un senso di urgenza, ma anche di fiducia: l’idea che il cambiamento sia ancora possibile, a partire dai gesti più semplici.
Un uomo di parola colpisce proprio per questo: per la capacità di essere diretto senza essere semplicistico, profondo senza essere distante. Non chiede adesione, ma attenzione. Non impone, ma invita.
È un film che resta, non tanto per ciò che mostra, ma per ciò che lascia. Una sensazione rara: quella di aver ascoltato qualcuno che crede davvero in ciò che dice.
Cook ha rappresentato la continuità dopo Steve Jobs, trasformando Apple in una potenza economica impeccabile: ha reso l’azienda più solida, più prevedibile, più globale. Ha spostato il baricentro dai prodotti ai servizi, costruendo un ecosistema che oggi è il vero cuore del marchio, ma proprio questa perfezione, col tempo, rischiava di diventare routine.
È qui che un cambio di leadership può rivelarsi positivo. Una figura nuova, come John Ternus può rimettere in circolo quella tensione creativa che ha reso Apple iconica. Non si tratta di rompere con il passato, ma di riaccendere l’ambizione perché Apple non è mai stata solo efficienza: è stata, prima di tutto, visione.
Un passaggio ben gestito potrebbe quindi unire due anime: la solidità costruita da Cook e una rinnovata spinta innovativa. In un settore che cambia rapidamente, restare fermi è il vero rischio: cambiare, invece, può essere la scelta più conservativa di tutte.
Se questo passaggio saprà mantenere equilibrio tra continuità e coraggio, allora non sarà ricordato come una fine, ma come un nuovo inizio.
Perché ero ragazzo di Alaa Faraj è un libro che colpisce per la sua capacità di tenere insieme memoria personale e storia collettiva senza mai risultare retorico: è un racconto che nasce da un’esperienza concreta (il viaggio di un ventenne dalla Libia all’Italia), ma riesce ad allargarsi fino a diventare universale.
La forza del testo sta nella sua voce: limpida, essenziale, capace di dire molto anche quando sembra trattenersi. Non c’è bisogno di forzare l’emozione, perché arriva da sola, pagina dopo pagina. Faraj costruisce un percorso che è insieme formazione, perdita e consapevolezza, restituendo al lettore il senso di un tempo che cambia e di un’identità che si costruisce dentro quel cambiamento.
C’è anche un equilibrio raro tra durezza e delicatezza: i momenti più difficili non vengono mai spettacolarizzati, ma raccontati con una misura che li rende ancora più incisivi. È proprio questa sobrietà a rendere il libro così potente.
Perché ero ragazzo (edito da Sellerio) è una lettura che non lascia indifferenti. Non solo per ciò che racconta, ma per come lo fa: con una voce autentica, capace di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che parla a tutti.
Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese devastato dalla guerra civile, l’Italia dista 500 chilometri, circa un’ora di volo, Alaa ha appena 20 anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, un nuovo inizio, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, è impossibile, i canali umanitari non esistono, l’unica strada è salire a bordo di un barcone con due amici, anche loro calciatori. Durante quella maledetta traversata 49 persone muoiono soffocate dentro la stiva. I giornali parlano di «strage di ferragosto». Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa afferma da anni la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, non accetterà mai quello del criminale. Ha scritto questo libro in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in una lingua naturalmente delicata, ironica, piena di stupore. Lo ha scritto lettera dopo lettera, inviandole ad Alessandra Sciurba, conosciuta in carcere durante un laboratorio, da anni la voce e il volto della battaglia di Alaa per la verità. “Perché ero ragazzo” è il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi 10 anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo sbigottito e una paradossale fiducia nello Stato: le indagini forse frettolose, sulla base di poche testimonianze di persone sotto shock, la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato. La sua battaglia per la libertà è diventata la battaglia di scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, programmi Rai, Le Iene, quotidiani nazionali, un’attenzione che non accenna a scemare. Sono più di 3.000 le persone arrestate negli ultimi dieci anni in Italia come «scafisti» – nella sentenza dei giudici «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» – ma è noto che i trafficanti, quelli veri, rimangono a casa senza rischiare, spesso agendo in continuità con le autorità del loro paese, e non solo.
Venerdì ho perso un’amica. Aveva 39 anni e ho condiviso con lei oltre 25 anni della mia vita. Lascia una bambina di dieci mesi. Una tragedia immane.
Un mio amico, un ragazzo della stessa storica comitiva, ha scritto
Viviamo tutta la vita convinti di essere immortali, invincibili, intoccabili. Le cose brutte sappiamo che esistono, ma accadono agli altri, mai a noi. Ci insegnano che la vita ha una sua cronologia. Vanno via prima gli anziani, i nonni. Poi un giorno toccherà ai genitori. E poi, molto più in là, arriverà il nostro turno e quello dei nostri coetanei. Una cronologia che ci sta bene, che accettiamo senza discutere. Poi accade che una mattina, mentre sei in metro per andare al lavoro, ti arriva un messaggio. Magda – un’amica con cui sei cresciuto, con cui hai condiviso giornate estive, uscite, viaggi – non c’è più. Portata via dal più bastardo dei mali. Ed è lì che capisci: le regole sono saltate.
Un altro
Non c’è nulla di logico, nulla di sensato in tutto questo. Non esiste nessun disegno, nessun progetto, che possa rendere accettabile un’ingiustizia così grande, una rabbia così profonda, un dolore così immenso.
Tutto questo, non può lasciare indifferenti: la perdita di un coetaneo con il quale sei cresciuto non è solo una scomparsa, è uno spazio che cambia forma dentro di te.
Mi sono reso conto che all’inizio il lutto è confusione: ti sorprendi a pensare che potresti scriverle, chiamarla, raccontarle qualcosa di banale. Poi arriva il silenzio, quello vero, che pesa più delle parole. Riguardi le chat con lei, realizzi che dall’altra parte non ci sarà più nessuno a risponderti ed è lì che capisci quanto fosse presente anche nelle cose più piccole.
Eppure, dicono, che con il tempo succede qualcosa di inatteso: i ricordi smettono di fare solo male. Tornano le risate, le frasi dette a metà, i momenti condivisi senza pensarci troppo. Non cancellano l’assenza, ma la trasformano e la rendono più abitabile.
Dicono anche che un lutto non si supera mai davvero, almeno non nel senso di lasciarlo alle spalle: si impara piuttosto a conviverci, a portarlo con sé in modo diverso. E in questo, i ricordi felici diventano una specie di appiglio: non ti riportano indietro, ma ti aiutano ad andare avanti.
Probabilmente alla fine, quello che resterà non sarà solo la tristezza per ciò che manca, ma la gratitudine per ciò che c’è stato: ed è lì, in quella gratitudine fragile ma ostinata, che il vuoto smetterà di essere solo vuoto. Probabilmente ricorderò tutte le risate con Magda e i momenti belli, le gite, le cene, i Ferragosto in spiaggia, le vacanze estive, le feste di laurea, i compleanni, le giocate a carte, i FantaSanremo, le battute e le camminate infinite in centro storico. E sorriderò.
Al momento però, questa vita spezzata troppo presto, fa tanto male.
Una ventina d’anni fa i blog erano praticamente l’unico spazio per dire la propria online, e Google li spingeva in cima ai risultati: da lì nacque una notorietà spesso casuale e passeggera per un piccolo gruppo di persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero avuto visibilità. Eppure erano voci interessanti: preparate, brillanti, ironiche, capaci di accendere curiosità e aprire prospettive nuove sul futuro.
Oggi lo scenario è completamente diverso: sono arrivati strumenti più immediati (ah, i social!), gli algoritmi sono cambiati, le relazioni online si sono trasformate in qualcosa di diverso e internet è diventato un luogo da frequentare con più cautela.
Non seguo più i blog come una volta (anche perché numeramente molti meno di un tempo), ma continuo a seguire quelle stesse persone attraverso altri canali: nel frattempo ne ho scoperte di nuove, continuando ad arricchirmi grazie al loro modo di vedere il mondo.
I blog, per come li conoscevamo, sono ormai un ricordo, ma questo non significa che qualcosa sia finito davvero: non si è chiusa un’epoca nel senso più definitivo, non si sono spente le possibilità. Sono soltanto cambiati i tempi e io forse sono rimasto all’idea romantica che avevo vent’anni fa.
C’è stato un tempo in cui le notizie avevano un ritmo umano: arrivavano una volta al giorno, stampate su carta, con il peso delle scelte editoriali e il tempo necessario per essere verificate. Oggi, invece, l’informazione corre senza sosta: aggiornata di continuo, frammentata, spesso consumata in pochi secondi.
I giornali cartacei sembrano lenti, quasi fuori tempo. Ma forse è proprio questa la loro forza. In un flusso continuo di notizie, la carta impone una pausa: seleziona, ordina, gerarchizza. Non rincorre tutto, prova a dare un senso.
Ed è qui che può ridefinire il proprio ruolo: meno cronaca (ormai dominata dal tempo reale) e più approfondimento. Studio, contesto, spiegazioni. Non arrivare per primi, ma arrivare meglio.
La velocità ha un vantaggio evidente: ci tiene sempre aggiornati, ma ha anche un costo. Più si accelera, più aumenta il rischio di superficialità, di errori, di informazioni che si inseguono senza mai sedimentarsi.
Il giornale di carta non può competere sul tempo: ma può ancora competere sullo sguardo e sull’approfondimento.
In un’epoca in cui tutto scorre forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, purché accettiamo che il cartaceo non può più dettare i tempi dell’informazione ma quelli dell’analisi e della ricerca.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel licenziamento di Olivier Nora: non tanto per il gesto in sé (nel mondo editoriale i cambi al vertice non sono una novità e soprattutto sono legittimi) quanto per ciò che rappresenta.
Nora era alla guida di Éditions Grasset da oltre venticinque anni, una figura considerata un punto di equilibrio tra autori, idee e sensibilità diverse. La sua uscita, decisa dopo l’ingresso sempre più incisivo del gruppo di Vincent Bolloré nell’editoria francese, è stata percepita come uno spartiacque.
Perché l’editoria non è un’industria come le altre. Non produce solo libri: produce spazio per il pensiero. E quando questo spazio viene ridefinito dall’alto, secondo logiche di controllo o di indirizzo ideologico, il rischio è evidente: meno pluralismo, meno conflitto, meno libertà.
Il licenziamento di Nora è stato descritto da molti come una svolta. Forse è qualcosa di più: è un segnale. Il segnale che anche il mondo dei libri (che immaginiamo libero, aperto, persino anarchico) non è immune dalle dinamiche di concentrazione del potere.
E quando il potere entra nei cataloghi, non lo fa mai in punta di piedi: noi italiani lo abbiamo capito da almeno trent’anni.
Non è una biografia classica, ma una riflessione intima. Totò, negli ultimi anni, perde brillantezza fisica ma guadagna profondità: la sua maschera si incrina e lascia intravedere l’uomo. Ed è proprio lì che la sua arte diventa ancora più potente.
Lo sguardo di Piccolo non è mai retorico: sullo sfondo c’è anche l’incontro con Pier Paolo Pasolini, simbolo di un dialogo inatteso tra mondi lontani.
Un libro che si legge in fretta (è di sole 128 pagine) ma resta a lungo: perché parla di cosa rimane quando il sipario si chiude.
Totò non assomigliava a nessun altro. Era così noto, amato, ammirato da guadagnarsi addirittura tre funerali. Visse però con un rammarico: aver sprecato la sua carriera recitando in decine di film inutili. Del resto, sebbene fosse riconosciuto da tutti come un simbolo del cinema italiano, la critica lo aveva sempre snobbato… Ma cosa si nascondeva dietro quel volto unico, perfetto per far ridere e insieme per commuovere? Solo Francesco Piccolo poteva dare forma a un racconto sugli ultimi anni di Totò capace di racchiudere le malinconie e le delusioni, i gesti d’amore e i fallimenti, la tragicità e l’estro creativo del grande comico napoletano. “Cosa sono le nuvole” è lo specchio di un personaggio umanissimo, che per un’intera esistenza ha costruito a sua insaputa la propria immortalità. È stato uno degli attori più amati del cinema italiano. A teatro era così acclamato che il pubblico non lo faceva neppure recitare: appena apriva bocca scrosciavano applausi a non finire. Quando calava il sipario, però, lasciava in camerino quell’irresistibile maschera comica e tornava a essere Antonio De Curtis. «Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò, – diceva alla propria immagine allo specchio. – Si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa». Negli ultimi anni divenne quasi cieco. Eppure, quando sul set battevano il ciak, avveniva il miracolo. Tolti gli occhiali scuri, si muoveva tra i mobili di scena senza sfiorarli, scavalcava i cavi elettrici, orientandosi come se ci vedesse ancora. Ormai i film di maggior successo commerciale, quelli con Peppino, erano alle spalle. Ma poi incontrò Pasolini, che l’avrebbe scelto per il suo ultimo ruolo da protagonista in “Uccellacci e uccellini”: una consacrazione tardiva per un attore che temeva di aver recitato in pellicole che nessuno avrebbe ricordato. Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende.
Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.
Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.
In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.
Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.
Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.
Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).