Padre. Un ritratto inedito di Papa Francesco

A quasi un anno dalla sua scomparsa, esce oggi per Piemme Padre. Un ritratto inedito di Papa Francesco, del giornalista Salvatore Cernuzio.

«Questo libro nasce come atto di riconoscenza verso un uomo, un Papa, che ha cambiato la vita di tutti e toccato il cuore di molti». Si apre così il racconto intimo di un legame che ha superato i confini del ruolo e della gerarchia, un rapporto che l’autore e vaticanista Salvatore Cernuzio non esita a definire «padre-figlio», affidato a queste pagine con delicatezza e gratitudine. Tutto comincia con una lettera consegnata quasi per impulso durante un volo papale, poi la telefonata inattesa: «Buonasera, sono Papa Francesco». Da quel momento nasce un dialogo che durerà anni, fatto di incontri a Casa Santa Marta, confidenze, risate, battute e riflessioni profonde sulla fede, la famiglia, il dolore, la Chiesa. Un dialogo destinato a interrompersi soltanto pochi giorni prima della morte. Bergoglio è stato il Padre di tutti: il Papa del popolo, colui che non ha mai lasciato indietro gli ultimi, che ha saputo rinunciare ai privilegi senza dimenticare la sua missione di pastore. Tra ricordi personali e momenti di tenerezza, questo libro restituisce il suo volto più autentico: quello di un uomo semplice, generoso, acuto, che non resiste al piacere di un gelato e telefona commosso a chi gli scrive, l’uomo dai sentimenti genuini e delle intuizioni profetiche, che con la sua spontaneità ha saputo parlare al mondo intero, riducendo la distanza tra fedeli e non fedeli, insegnando a tutti l’arte del dialogo e del coraggio.

Non una biografia, ma un una raccolta di aneddoti, battute e giudizi di Bergoglio: un ritratto vivace di un Pontefice che tutt’ora continua ad essere molto amato.

La politica sull’Iran di Trump ridotta a show

L’ultimo ultimatum di Donald Trump all’Iran somiglia più a un trailer hollywoodiano che a una strategia diplomatica. Scadenze che cambiano, toni apocalittici, minacce di inferno: tutto molto efficace sul piano mediatico, molto meno su quello geopolitico.

Il punto non è solo cosa viene chiesto a Teheran, ma come: la diplomazia vive di ambiguità, tempi lunghi e canali discreti. Qui, invece, si procede a colpi di dichiarazioni pubbliche e countdown. Una pressione così plateale rischia di ottenere l’effetto opposto: irrigidire l’avversario e chiudere ogni spiraglio negoziale.

L’Iran, infatti, non sembra intenzionato a cedere e quando un ultimatum non è credibile o non è sostenuto da una reale leva politica, si trasforma in un boomerang. Ogni minaccia non mantenuta erode la credibilità; ogni escalation verbale restringe lo spazio per tornare indietro senza perdere la faccia.

C’è poi un rischio più profondo: la normalizzazione dell’eccesso. Se il linguaggio politico internazionale si abitua a evocare scenari estremi come routine, la soglia dell’accettabile si sposta sempre più in alto. E la prossima crisi avrà bisogno di toni ancora più violenti per farsi ascoltare.

La forza, in diplomazia, non è solo alzare la voce, è saper costruire un esito. In questo caso, l’impressione è opposta: molta scena, poca strategia. 

E quando la politica estera diventa spettacolo, il pubblico può anche applaudire, ma il prezzo, spesso, lo paga qualcun altro.

Leggere con ironia

C’è un momento, nella vita di ogni lettore, in cui ci si rende conto che i libri non sono tutti uguali: alcuni ti cambiano la vita, altri ti fanno compagnia sul divano, e altri ancora ti fanno venire una gran voglia di chiuderli a pagina sedici e guardare il soffitto come se lì sopra ci fosse una trama migliore. E poi ci sono i libri che, più che essere letti, andrebbero presi con ironia.

Perché leggere, diciamolo chiaramente, non è sempre quell’esperienza nobile e trasformativa che ci raccontano. A volte è un atto di resistenza. A volte è puro masochismo culturale. E altre volte è semplicemente divertimento, soprattutto quando smettiamo di prendere tutto così sul serio.

L’ironia è una specie di salvagente del lettore. Ti permette di attraversare pagine infinite senza annegare nella retorica, di sopravvivere a descrizioni lunghe tre capitoli e di affrontare personaggi che parlano come se ogni frase dovesse essere incisa su marmo.

Leggere con ironia significa ridimensionare il mito del libro che devi assolutamente leggere. Quella lista infinita di titoli imprescindibili che, se non hai letto, sembra tu non possa partecipare a nessuna conversazione intelligente. La verità? Nessuno li ha letti tutti. E chi dice il contrario probabilmente salta le descrizioni.

L’ironia ci libera anche da un altro peso: quello di dover sempre capire tutto. Non è un esame. Non c’è un voto finale. Se una metafora ti sfugge, pazienza. Se un finale non ti convince, amen. Ed è proprio lì che la lettura diventa nostra, perché il rapporto con i libri non è mai passivo. È un dialogo continuo, fatto anche di occhi al cielo e sorrisi improvvisi. E poi diciamolo: l’ironia è anche una forma di affetto. Quando prendi in giro un libro, spesso è perché ci sei dentro abbastanza da poterti permettere di farlo. È come con gli amici: quelli veri li prendi in giro di più.

Alla fine, leggere con ironia non significa leggere peggio. Significa leggere meglio. Con più libertà, meno ansia da prestazione e molta più autenticità. E magari, tra una battuta e l’altra, capita anche quella cosa strana: che un libro ti colpisca davvero. Senza sforzo, senza obbligo. E senza bisogno di prenderlo in giro. Ma tranquillo: se succede, puoi sempre recuperare dopo con qualcosa di terribilmente pretenzioso.

Giusto per rimanere in equilibrio.

L’innegabile bravura di Giulia Vecchio

Ci sono talenti che arrivano in punta di piedi e altri che, invece, ti fanno alzare lo sguardo fin dal primo momento. Giulia Vecchio appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una di quelle presenze che non puoi ignorare, anche se ci provi.

Parlare della sua bravura significa andare oltre la semplice definizione di brava attrice: Giulia Vecchio ha quella qualità rara (e difficilmente insegnabile) di rendere ogni interpretazione credibile e viva.

Stasera ho visto durante il GialappaShow la sua imitazione di Ema Stokholma (dopo avere apprezzato quella di Milly Carlucci l’anno scorso e di Iva Zanicchi in questa edizione): qui emerge un altro lato del suo talento, quello più giocoso ma incredibilmente preciso. Non si tratta di una semplice caricatura: Giulia Vecchio riesce a cogliere l’essenza, il ritmo, le inflessioni, restituendo un’interpretazione che fa sorridere senza mai risultare forzata o eccessiva.

In un panorama spesso rumoroso, la sua bravura non urla. Ma arriva lo stesso, dritta. E resta.

Pasquetta

Pasquetta è il giorno in cui l’Italia diventa una gigantesca griglia fumante. La grigliata di Pasquetta non è un semplice pasto: è uno sport di squadra, una prova di resistenza e, diciamolo, anche un leggero azzardo climatico. Organizzare una grigliata a Pasquetta è un equilibrio sottile tra entusiasmo e caos. Accendere la griglia poi è il vero rito iniziatico.  

C’è sempre qualcuno che propone metodi alternativi: carta, rametti, tutorial visti su internet. Dopo quaranta minuti di tentativi e dignità persa, qualcuno tira fuori l’accendino lungo e risolve tutto in trenta secondi. Il cibo: abbondanza senza senso. La regola non scritta è semplice: cucinare per il triplo delle persone presenti. Carne, verdure, pane, dolci, altre cose non identificate: a un certo punto nessuno sa più cosa stia mangiando, ma va bene così. Perché alla fine, la grigliata di Pasquetta non è solo mangiare. È un piccolo rito collettivo fatto di risate, disorganizzazione e felicità. E anche se piove, anche se il fuoco non parte subito, anche se qualcuno dimentica il sale, beh, andrà comunque benissimo.

Jay Kelly

Complice il periodo pasquale, ho recuperato su Netflix Jay Kelly di Noah Baumbach, con George Clooney.

La critica si è abbastanza divisa: c’è chi lo ha apprezzato, chi lo ha definito melenso, chi una commedia riuscita a metà, chi troppo lineare.

Jay Kelly è una di quelle pellicole che non ha bisogno di strafare per colpire. Niente effetti speciali invasivi o colpi di scena costruiti a tavolino: qui si gioca tutto sull’atmosfera, sui personaggi e su una storia che cresce piano, ma in modo costante.

Il vero cuore del film è il protagonista: Jay Kelly è un personaggio imperfetto, realistico, a tratti persino spigoloso. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Non è il classico eroe da cinema: sbaglia, tentenna, si mette in discussione. Ma proprio in queste crepe si inserisce l’empatia dello spettatore.

E poi c’è quel qualcosa in più difficile da definire. Forse è la sincerità del racconto, forse la sensazione che la storia non stia cercando di impressionarti, ma semplicemente di raccontarti qualcosa di vero. In un’epoca di film rumorosi, questa scelta diventa quasi rivoluzionaria.

A me è piaciuto. E tanto.

Buona Pasqua!

Ci sono Pasque che scorrono leggere, fatte solo di tavole apparecchiate, colombe e cioccolato da condividere. E poi ci sono Pasque come questa, in cui è impossibile ignorare ciò che succede fuori dalle nostre finestre.

Viviamo in un tempo veloce, spesso confuso: le notizie si rincorrono, le preoccupazioni aumentano, e a volte sembra difficile trovare uno spazio di serenità autentica.

Eppure, proprio per questo, Pasqua arriva con un significato ancora più forte.

Non è solo tradizione. È un promemoria.

Un promemoria che, anche nei momenti più incerti, esiste sempre la possibilità di ricominciare. Che la speranza non è qualcosa di ingenuo, ma una scelta consapevole. Che prendersi cura degli altri (e di sé stessi) è già un modo, nel nostro piccolo, per cambiare qualcosa.

Forse non possiamo fermare il rumore del mondo, ma possiamo decidere che tipo di presenza essere dentro quel rumore. Possiamo scegliere la gentilezza, quando tutto sembra spingere nella direzione opposta. Possiamo scegliere di rallentare, anche solo per un giorno. Possiamo scegliere di esserci davvero, per le persone che contano.

Questa Pasqua non chiede perfezione. Chiede solo autenticità.

Che sia una giornata di riflessione, di affetti veri e di piccoli gesti che fanno la differenza. Perché, anche nei tempi più complessi, ogni nuovo inizio parte sempre da qualcosa di semplice.

Buona Pasqua!

Al mio paese

Non so se la data di uscita del nuovo singolo Al mio paese di Levante, Serena Brancale e Delia sia casuale: certo, farla coincidere con il periodo pasquale e con l’arrivo del Sicilia Express, è affascinante.

Vivere in Sicilia ed essere un millennial, porta inevitabilmente ad aver avuto a che fare almeno una volta nella vita con la nostalgia dell’arrivederci, la gioia del tornare e la felicità nel poter pronunciare quella frase che ogni fuorisede ha pensato almeno una volta nella vita: “Torno a casa”.

Una sensazione che mai nessuno era stato capace di mettere in musica.

On writing. Autobiografia di un mestiere

Una delle domande che più frequentemente viene posta sui forum di letteratura è: potete consigliare un libro che non può assolutamente mancare all’interno della propria biblioteca?

Mi sono reso conto che ciclicamente i lettori finiscono per caldeggiare l’acquisto di questo.

Più che un manuale tecnico per aspiranti scrittori, questo libro è un’autobiografia del mestiere, in cui la storia personale e professionale di King si fondono totalmente. Il capitolo d’apertura, «Curriculum vitae» ripercorre gli anni della formazione attraverso i momenti di crescita fino al grande successo di «Carrie». «La cassetta degli attrezzi» è invece una disincantata elencazione dei ferri del mestiere. «Sullo scrivere» illustra le fasi del racconto creativo fino all’approdo editoriale; infine «Sul vivere» racconta come l’autore abbia visto la morte da vicino dopo lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto e come, grazie alla scrittura, sia tornato alla vita.

Stephen King non è sicuramente il mio autore preferito, ma la curiosità mi è venuta.

Venerdì Santo

La mia città il Venerdì Santo sembra una cartolina scattata sul set di un film di Francis Ford Coppola.

Processione del Venerdì Santo della Chiesa di Santa Maria dell’Itria alla Kalsa (Palermo, 2026)