Pasquetta

Pasquetta è il giorno in cui l’Italia diventa una gigantesca griglia fumante. La grigliata di Pasquetta non è un semplice pasto: è uno sport di squadra, una prova di resistenza e, diciamolo, anche un leggero azzardo climatico. Organizzare una grigliata a Pasquetta è un equilibrio sottile tra entusiasmo e caos. Accendere la griglia poi è il vero rito iniziatico.  

C’è sempre qualcuno che propone metodi alternativi: carta, rametti, tutorial visti su internet. Dopo quaranta minuti di tentativi e dignità persa, qualcuno tira fuori l’accendino lungo e risolve tutto in trenta secondi. Il cibo: abbondanza senza senso. La regola non scritta è semplice: cucinare per il triplo delle persone presenti. Carne, verdure, pane, dolci, altre cose non identificate: a un certo punto nessuno sa più cosa stia mangiando, ma va bene così. Perché alla fine, la grigliata di Pasquetta non è solo mangiare. È un piccolo rito collettivo fatto di risate, disorganizzazione e felicità. E anche se piove, anche se il fuoco non parte subito, anche se qualcuno dimentica il sale, beh, andrà comunque benissimo.

Buona Pasqua!

Ci sono Pasque che scorrono leggere, fatte solo di tavole apparecchiate, colombe e cioccolato da condividere. E poi ci sono Pasque come questa, in cui è impossibile ignorare ciò che succede fuori dalle nostre finestre.

Viviamo in un tempo veloce, spesso confuso: le notizie si rincorrono, le preoccupazioni aumentano, e a volte sembra difficile trovare uno spazio di serenità autentica.

Eppure, proprio per questo, Pasqua arriva con un significato ancora più forte.

Non è solo tradizione. È un promemoria.

Un promemoria che, anche nei momenti più incerti, esiste sempre la possibilità di ricominciare. Che la speranza non è qualcosa di ingenuo, ma una scelta consapevole. Che prendersi cura degli altri (e di sé stessi) è già un modo, nel nostro piccolo, per cambiare qualcosa.

Forse non possiamo fermare il rumore del mondo, ma possiamo decidere che tipo di presenza essere dentro quel rumore. Possiamo scegliere la gentilezza, quando tutto sembra spingere nella direzione opposta. Possiamo scegliere di rallentare, anche solo per un giorno. Possiamo scegliere di esserci davvero, per le persone che contano.

Questa Pasqua non chiede perfezione. Chiede solo autenticità.

Che sia una giornata di riflessione, di affetti veri e di piccoli gesti che fanno la differenza. Perché, anche nei tempi più complessi, ogni nuovo inizio parte sempre da qualcosa di semplice.

Buona Pasqua!

Venerdì Santo

La mia città il Venerdì Santo sembra una cartolina scattata sul set di un film di Francis Ford Coppola.

Processione del Venerdì Santo della Chiesa di Santa Maria dell’Itria alla Kalsa (Palermo, 2026)

Legioni di imbecilli

Basta guardare il mondo che ci circonda per avere l’assoluta certezza di essere attorniati da imbecilli.

Sull’argomento intervenne anche Umberto Eco (nel giugno del 2015).

I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno la stessa risonanza di un premio Nobel.

Non tutti gli imbecilli però sono uguali: esistono gli imbecilli inerti e quelli dinamici. 

L’imbecille inerte è stupido ma per sua natura tende a non infastidire nessuno, per cui egli non può dare tanto fastidio, almeno finché non ci si trovi a dover interagire con lui.

L’imbecille dinamico invece (purtroppo) è attivo, nonché quello che conosciamo meglio. Parla, interviene, agisce, tenta di fare lo spiritoso, deve sempre dire la sua. L’imbecillità dinamica genera aggressività, in quanto il soggetto, per difendere i suoi ragionamenti infondati ed errati, deve rafforzarli come può. In più, considerando i tempi che stiamo vivendo, la rete trasforma la scrittura in qualcosa di effimero e spesso violento, dove l’opinione dell’imbecille viene accreditata tanto quanto quella di un esperto (così come teorizzava Eco). E proprio per questo motivo, proprio per questa tenacia nell’essere imbecille, talora, nella vita, l’imbecille dinamico diviene una persona di successo e di potere. Non solo: gli imbecilli dinamici rappresentano una bella fetta della popolazione di questo pianeta, forse la maggioranza. Questo spiega diverse cose: la crisi economica, le guerre, gli altissimi ascolti di certe trasmissioni televisive, la musica senza spessore che ci viene propinata alle radio, i risultati delle elezioni politiche e vari altri fenomeni altrimenti incomprensibili.

Come una grande lobby inconsapevole, gli imbecilli dinamici governano il mondo. 

Facciamocene una ragione.

Quale sarebbe il mondo reale?

Provate a guardare di seguito, uno dietro l’altro, Studio Aperto alle 12:25, a seguire SKY TG24 0 il TG2 alle 13.00 e subito dopo il TG delle 13.30 su LA7.

Se riuscite ad arrivare alla fine, vi sembrerà di aver visto descritti due mondi differenti, due visioni dissimili.

Se non ci fossero le varie testate su internet (con gli stessi identici problemi, ovvio) per bilanciare il giudizio e avere un quadro più completo della situazione, tutto quanto sembrerebbe altamente alienante.

Com’era la storia del quarto potere? Di tutti, quale sarebbe il mondo reale?

Le regole per scrivere bene di Umberto Eco

Erano tempi in cui stavo per scrivere la mia tesi di laurea (oltre 15 anni fa) e ricordo tra le mie ricerche di avere trovato in un libro le famose quaranta regole per scrivere bene di Umberto Eco. Da allora, ho spesso pensato alla genialità di quel semplice elenco (tanto che poi comprai questo e questo): sono sicuro che le regole di cui sto scrivendo la maggior parte di voi le conosca bene, anche perché da quando il web è diventato il mezzo principale per cercare e trovare informazioni, ciclicamente c’è sempre qualcuno che le tira fuori. Mettono insieme correttezza, arguzia e quell’ironia enigmistica che contraddistingue il suo autore. Tuttavia, se ci dovesse essere qualcuno che non le abbia mai lette, eccole qui. Il mio consiglio (e credo anche l’intenzione di Eco) è quello di non prendere queste regole come una lista da rispettare alla lettera, ma di conoscerle riflettendo sul nostro modo di scrivere.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu. ”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

Poco da esultare

Ho recuperato un po’ di commenti sulla prestazione di ieri della nostra Nazionale.

Quello più benevolo mi sembra di Fabrizio Roncone che sul Corriere scriveva durante la partita

Stanno giocando tutti una partita penosa. Consentendo agli irlandesi di fare quella che avevano progettato. Difendono con una linea a cinque molto stretta, su cui accorciano i tre centrocampisti. Sempre durissimi su ogni contrasto. La notizia è che, quando ripartono, non soltanto cercano di giocare palla a terra. Ma arrivano, con inaudita facilità, nella nostra area. Mortificante, davvero.

In più ho visto il video che in queste ore spopola in rete in cui Federico Dimarco e alcuni compagni sono stati ripresi mentre esultavano alla notizia del risultato tra Galles e Bosnia: comprensibile (il Galles corre il doppio della Bosnia), ma poco sportivo e rispettoso (certo, pure la RAI…).

Così, a occhio, questa Nazionale non sta attirando molte simpatie…

Perché l’AI racconta il calcio?

Complici la mia voglia di leggerezza e il non volere innervosirmi per una partita di pallone, ieri sera in TV non ho visto Italia – Irlanda del Nord.

Intorno alle 22:00 però ho preso lo smartphone per sbirciare il risultato: bene, stavano 1-0. Sull’applicazione che utilizzo per restare aggiornato sulle partite di calcio, immediatamente sotto il tabellino ho visto una voce alla quale però non avevo fatto mai caso, Riepilogo AI, dove cliccando è apparso questo

L’Italia conduce 1-0 e sembra controllare il match nelle fasi finali. Tonali ha segnato il primo goal con un tiro potente, e continua ad essere ovunque; da allora, Kean ha impegnato un gol difficile con una A saved, e Esposito è entrato per allungare il vantaggio. Negli ultimi 15 minuti, l’Italia ha prevalso nel possesso, al 65%, con più angoli (3-1) e tiri in porta (1-1), ma nessuna delle due squadre ha creato grandi occasioni (×G 0.00). Durante tutto il match, la superiorità degli azzurri emerge: possesso 63-37%, tiri in porta 6-0, angoli 9-2. La squadra favorita pre-match sta rispettando il copione, ma c’è ancora tempo per la «Northern Ireland» di fare una domanda.

Ora, un paio di riflessioni: davvero vogliamo demandare all’AI il racconto calcistico (peraltro con errori evidenti)? Secondo poi, è possibile mai preferire una puntata di Pechino Express a una partita (importante) della Nazionale?

La politicizzazione del referendum

Le conseguenze della vittoria del No all’ultimo referendum credo stiano travalicando i confini del quesito in sé.

Come già avvenuto in passato – vedi la chiamata del 2016 e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio – probabilmente perdiamo occasioni di evoluzione (o involuzione, a seconda dei casi) perché i partiti si arrogano la vittoria o la perdita dei referendum per dare segnali politici.

Probabilmente se ci concentrassimo sul merito e non sulla diatriba politica, avremmo un paese migliore. O quantomeno diverso.

Trescore Balneario e l’asticella della violenza

Tutte le volte che un caso di cronaca finisce per avere risalto nazionale, non c’è occasione che il politico di turno finisca per caldeggiare nuove norme per evitare che possa succedere nuovamente.

A seguito dell’opinione a caldo, difficilmente qualcosa viene realmente fatto (o quantomeno non in tempi brevi): a onor del vero, per il caso specifico, l’attuale maggioranza ha depositato un disegno di legge per arginare alcuni fenomeni di violenza, ma ancora non è stato approvato.

La violenza fisica e verbale verso gli insegnanti – e non solo – è un’emergenza già da qualche anno: possibile che nel concreto, a parte gli slogan, non venga fatto nulla? Possibile che per avere un’accelerata parlamentare si debba aspettare sempre la tragedia?

Tredici anni, terza media, con un coltello. Una maglia con su scritto Vendetta e nello zaino una pistola scacciacani. Ogni giorno che passa ho la sensazione che l’asticella della violenza si sposti sempre più in alto.