Schiavi degli inglesismi

Ma quando avete cominciato a dire outfit invece che abbigliamento?

E cringe invece che imbarazzante?

E brand invece che marca?

E call invece che chiamata?

E chill invece che rilassante?

E vibes invece che sensazioni?

Capisco che le piattaforme come TikTok, Instagram e X (prima Twitter) favoriscano l’emergere di un linguaggio rapido e virale, ma se esiste una parola italiana, perché dobbiamo prendere in prestito termini da altre lingue?

Salman Rushdie, la Barbie della libertà di parola

No, non sono parole mie (ci mancherebbe altro!), ma è proprio come lui stesso si è definito al New Orleans Book Festival.

Il concetto in realtà è molto semplice: in un lungo incontro ha manifestato la voglia di non essere più considerato come un simbolo, ma come un semplice autore, mettendo al centro la propria opera.

In anni in cui il mondo letterario (soprattutto in Italia) ama gli incasellamenti morali, le polemiche, le battaglie simboliche fini a se stesse, gli articoli indignati e i reel sui social, le parole di Rushdie appaiono in controtendenza: ci insegnano che un autore dovrebbe essere giudicato per le parole che scrive e non per tutto quello che gli gravita intorno.

Giornalismo e IA

Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.

Nei giorni scorsi si è parlato e scritto tanto di un giornalista romano arrestato per pedofilia: in tutte le redazioni è partita la caccia per sapere nome e cognome, fino a quando qualcuno ha pensato bene di chiedere alle varie piattaforme di intelligenza artificiale. È così arrivato il nome e cognome del presunto colpevole. Ma sbagliato. Con una doppia violazione, perché oltre a non segnalare che erano necessarie particolari accortezze per tutelare con l’anonimato i minori, l’Intelligenza artificiale ha anche diffuso notizie false e lesive della reputazione delle persone chiamate ingiustamente in causa. 

Gemini, intelligenza artificiale di Google, ha indicato il nome di una persona deceduta. 

ChatGpt ha fornito il nome di un giornalista vivente, con le stesse iniziali dell’arrestato ma di età diversa. 

Il più corretto è stato Grok che si è rifiutato di dare informazioni sottolineando che i minori vengono prima di qualsiasi curiosità o scoop. 

Solo dopo alcune ore Gemini e ChatGpt hanno corretto le loro risposte e smesso di dare informazioni, limitandosi a fornire link sull’arresto.

Il problema dell’accuratezza delle fonti riguarda da anni il nostro sistema giornalistico: è questo il nuovo modello di fare informazione?

In difesa della Costituzione antifascista

Tutte le volte che qualcuno a destra cerca di modificare la nostra meravigliosa Costituzione, c’è un coro a sinistra che motiva il non volere cambiare la Carta in quanto difendere la Costituzione è un dovere antifascista.

Bene. Se così realmente fosse, anche loro non dovrebbero permettersi di modificarla, difendendo lo stesso identico principio.

Eppure ricordo che la Costituzione antifascista fu cambiata sei anni fa, con la riduzione dei parlamentari voluta dal PD insieme con il Movimento Cinque Stelle (Elly Schlein era contraria, ma all’epoca era “solo” Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna). 

Nel 2001, la Costituzione antifascista fu cambiata, con la modifica del Titolo V voluta dai Democratici di Sinistra, per potenziare i poteri di regioni ed enti locali. 

Andiamo ancora a ritroso? Nel 1993 la Costituzione antifascista fu cambiata (anche) dal Partito Democratico della Sinistra, per cancellare l’immunità parlamentare. Certo, venivamo da Tangentopoli, ma ricordo l’ampia maggioranza raggiunta anche grazie all’intesa con il Movimento Sociale.

Eppure nel 1993, nel 2001 e nel 2020 non ricordo lo stracciarsi le vesti per salvare la Costituzione antifascista.

Ricordo male io o la Carta è da difendere solo da chi non la pensa come noi?

Su Fedez, Meloni e la comunicazione a sinistra

Sommessamente mi permetto di fare due conti: Giorgia Meloni va da Fedez a PulpPodcast (310.000 iscritti al canale YouTube e oltre un milione di visualizzazioni per le puntate più popolari). Fedez ha oltre tredici milioni di follower solo su Instagram che a naso non coincidono con quelli di un qualsiasi leader politico italiano. Elly Schlein e Giuseppe Conte, invitati, declinano l’invito. 

Sembra proprio che l’opposizione non riesca più a stare al passo coi tempi. Il mondo è cambiato, la comunicazione anche: chi continua a fare la morale nei salottini televisivi è rimasto indietro ai primi governi Berlusconi. Oggi più che mai la politica deve parlare dove ci sono le persone, cosa che faceva benissimo la sinistra mezzo secolo fa.

Poi cosa è successo?

Perché nessun artista per il sì?

Come ben sappiamo, tra quattro giorni ci sarà il referendum costituzionale per confermare o meno la riforma della magistratura proposta dal governo Meloni, quella che viene impropriamente chiamata Riforma della giustizia (qui un utile articolo su cosa succederebbe qualora vincesse il sì).

Leggendo i giornali e facendo un giro tra i vari siti d’informazione, noto che nessun artista – o comunque nessuno che lavori nel mondo dell’arte – si è ancora schierato pubblicamente a favore del sì.

Giusto per fare un rapido (più o meno) riepilogo, invitano a votare per il no Nanni Moretti, Ficarra e Picone, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Lino Guanciale, Manuel Agnelli, Elio Germano, Antonio Scurati, Toni Servillo, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, Daniele Vicari, Mimmo Calopresti, Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi, Laura Morante, Anna Foa, Paolo Berizzi, Massimo Ghini, Daniela Padoan, Eugenio Finardi, Gianni Canova. 

E questi sono solo alcuni.

Ora, considerando che quasi tutti i sondaggi – Ipsos, SWG e Demopolis ad esempio – concordano (con ultime rilevazioni del 6 marzo 2026) nell’attribuire un leggerissimo vantaggio al no (ma molto dipenderà dall’affluenza), come è mai possibile che nessun artista si schieri apertamente a favore della riforma?

Possibile mai che non ci sia un cantante, un attore, un regista, un fonico, un fotografo, un produttore, un montatore, un oboista, un cameraman che sostenga il no? Statisticamente è possibile una cosa del genere? 

Possiamo ragionevolmente pensare che tutto quello che gravita intorno alla cultura in Italia, sembra vivere in un mondo a parte? Possiamo avere il legittimo sospetto che in certi ambienti alcune opinioni possano essere socialmente improponibili?

La guerra dell’attenzione

Per una persona fissata con la puntualità come me avere la sensazione di essere in ritardo è fastidioso, ma è esattamente così che mi sento quando ho bisogno di un po’ di tempo per elaborare notizie e sviluppare un pensiero critico partendo dal tema del giorno. 

In questi ultimi mesi mi è successo proprio questo quando per esempio sulla mia bolla social molti amici hanno cominciato a scrivere della guerra in Iran e prima ancora dei dazi imposti dall’amministrazione Trump. Ora pare che l’argomento che ci accompagnerà fino al prossimo weekend sia il voto al referendum costituzionale.

Quando ho capito veramente cosa volessi dire e come scriverlo, mi sembrava decisamente troppo tardi, un argomento superato. 

Avere un pensiero critico è faticoso: pretende studio e mente aperta per mettere in discussione tutte le proprie convinzioni, al netto delle proprie ideologie. Questa volontà di avere una risposta o una soluzione pronta sempre e comunque, credo derivi molto dal fatto di essere immersi sempre di più in una società che non lascia spazio all’attesa, al tempo sospeso, alla possibilità di percorrere una strada o un ragionamento più articolato. 

Inoltre non possiamo più permetterci di sostenere una nuova tesi per paura che la memoria digitale faccia spuntare fuori un pensiero espresso anni prima in contrasto con quanto scritto oggi, come se noi e il mondo che ci circonda rimanessimo immobili: evoluzione di pensiero scambiata per mancanza di coerenza.

Ho cercato di ragionare su tutto questo e più che darmi delle risposte ho trovato ulteriori domande: cosa ci racconta questa esibizione dell’evoluzione della guerra dell’attenzione? Perché questa cosa sta succedendo proprio ora? Perché la società ci preferisce con delle opinioni nette e formulate nel più breve tempo possibile? Perché il non avere nell’immediato un’idea netta è percepito negativamente? 

Who is Banksy really?

Che poi, è così importante conoscere la vera identità di Banksy o Elena Ferrante? Quello che è stato scoperto nei giorni passati, sono o no rivelazioni inutili tipiche di questi tempi in cui si cerca di svelare tutto, senza capirne il significato? Possiamo godere della loro arte anche solamente avendo nozione del nome per il quale vogliono essere ricordati e riconosciuti? 

Provateci voi

Ho grande stima per Michele Serra.

No, non per quello che scrive. O meglio, non solo. Non è neanche una questione di stile.

Provateci voi a scrivere da anni, ogni giorno, per circa 300 giorni l’anno, oltre trenta righe di cose più o meno sensate su argomenti spesso diversissimi. Senza essere banali.

Provateci voi.

L’algoritmo del web

L’algoritmo del web ti racconta la tua vita meglio di un diario. Basta scrollare e/o chiedere direttamente a Chat GPT ed ecco che capisci veramente chi sei.

(o quantomeno chi sei agli occhi degli altri)