Ricordando Magda

Venerdì ho perso un’amica. Aveva 39 anni e ho condiviso con lei oltre 25 anni della mia vita. Lascia una bambina di dieci mesi. Una tragedia immane.

Un mio amico, un ragazzo della stessa storica comitiva, ha scritto

Viviamo tutta la vita convinti di essere immortali, invincibili, intoccabili. Le cose brutte sappiamo che esistono, ma accadono agli altri, mai a noi. Ci insegnano che la vita ha una sua cronologia. Vanno via prima gli anziani, i nonni. Poi un giorno toccherà ai genitori. E poi, molto più in là, arriverà il nostro turno e quello dei nostri coetanei. Una cronologia che ci sta bene, che accettiamo senza discutere. Poi accade che una mattina, mentre sei in metro per andare al lavoro, ti arriva un messaggio. Magda – un’amica con cui sei cresciuto, con cui hai condiviso giornate estive, uscite, viaggi – non c’è più. Portata via dal più bastardo dei mali. Ed è lì che capisci: le regole sono saltate.

Un altro

Non c’è nulla di logico, nulla di sensato in tutto questo. Non esiste nessun disegno, nessun progetto, che possa rendere accettabile un’ingiustizia così grande, una rabbia così profonda, un dolore così immenso.

C’è chi invece, tra le altre cose, ha sottolineato la scelta (avallata dalla famiglia) di donare gli organi, con poche semplici parole

Sei stata un esempio e lo sarai per sempre.

Tutto questo, non può lasciare indifferenti: la perdita di un coetaneo con il quale sei cresciuto non è solo una scomparsa, è uno spazio che cambia forma dentro di te.

Mi sono reso conto che all’inizio il lutto è confusione: ti sorprendi a pensare che potresti scriverle, chiamarla, raccontarle qualcosa di banale. Poi arriva il silenzio, quello vero, che pesa più delle parole. Riguardi le chat con lei, realizzi che dall’altra parte non ci sarà più nessuno a risponderti ed è lì che capisci quanto fosse presente anche nelle cose più piccole.

Eppure, dicono, che con il tempo succede qualcosa di inatteso: i ricordi smettono di fare solo male. Tornano le risate, le frasi dette a metà, i momenti condivisi senza pensarci troppo. Non cancellano l’assenza, ma la trasformano e la rendono più abitabile.

Dicono anche che un lutto non si supera mai davvero, almeno non nel senso di lasciarlo alle spalle: si impara piuttosto a conviverci, a portarlo con sé in modo diverso. E in questo, i ricordi felici diventano una specie di appiglio: non ti riportano indietro, ma ti aiutano ad andare avanti.

Probabilmente alla fine, quello che resterà non sarà solo la tristezza per ciò che manca, ma la gratitudine per ciò che c’è stato: ed è lì, in quella gratitudine fragile ma ostinata, che il vuoto smetterà di essere solo vuoto. Probabilmente ricorderò tutte le risate con Magda e i momenti belli, le gite, le cene, i Ferragosto in spiaggia, le vacanze estive, le feste di laurea, i compleanni, le giocate a carte, i FantaSanremo, le battute e le camminate infinite in centro storico. E sorriderò.

Al momento però, questa vita spezzata troppo presto, fa tanto male.

I blog e quella voglia di dire la propria

Una ventina d’anni fa i blog erano praticamente l’unico spazio per dire la propria online, e Google li spingeva in cima ai risultati: da lì nacque una notorietà spesso casuale e passeggera per un piccolo gruppo di persone che, altrimenti, difficilmente avrebbero avuto visibilità. Eppure erano voci interessanti: preparate, brillanti, ironiche, capaci di accendere curiosità e aprire prospettive nuove sul futuro.

Oggi lo scenario è completamente diverso: sono arrivati strumenti più immediati (ah, i social!), gli algoritmi sono cambiati, le relazioni online si sono trasformate in qualcosa di diverso e internet è diventato un luogo da frequentare con più cautela.

Non seguo più i blog come una volta (anche perché numeramente molti meno di un tempo), ma continuo a seguire quelle stesse persone attraverso altri canali: nel frattempo ne ho scoperte di nuove, continuando ad arricchirmi grazie al loro modo di vedere il mondo.

I blog, per come li conoscevamo, sono ormai un ricordo, ma questo non significa che qualcosa sia finito davvero: non si è chiusa un’epoca nel senso più definitivo, non si sono spente le possibilità. Sono soltanto cambiati i tempi e io forse sono rimasto all’idea romantica che avevo vent’anni fa.

Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Vance e l’opinione che conta più della competenza

Dopo anni in cui persone totalmente impreparate discutevano alla pari con chi ha dedicato la vita allo studio dei vaccini, oggi ci ritroviamo un ex Marines (ora Vicepresidente degli USA) che invita il Papa a fare attenzione quando parla di teologia.

Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.

Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.

Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?

Quando il meteo perde la pazienza

Vivo a Palermo: ieri pomeriggio il termometro della mia auto segnava ben 31 gradi, tanto da convincermi a uscire per questo weekend le magliette a maniche corte. Oggi, la situazione è questa, con successivi cambi di programma e maglioncini riesumati

Il clima non sta più cambiando lentamente come un tempo: sta accelerando, e lo fa in modo sempre più improvviso: ondate di caldo fuori stagione, piogge estreme, alluvioni lampo, sbalzi termici che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati eccezioni oggi diventano normalità.

Questa non è più solo la crisi climatica raccontata in prospettiva futura. È una realtà che si manifesta nella sua forma più evidente: l’instabilità. Il meteo non segue più schemi prevedibili, ma oscillazioni rapide che mettono in difficoltà città, infrastrutture e agricoltura.

Il punto è che non si tratta di singoli eventi isolati, ma di una tendenza che ormai è consuetudine. L’atmosfera accumula più energia e la rilascia in modo irregolare, rendendo ogni stagione meno affidabile della precedente.

Di fronte a cambiamenti così rapidi, non basta più adattarsi lentamente. Serve ripensare il modo in cui costruiamo, pianifichiamo e viviamo il territorio. 

Perché il clima, oggi, non avvisa più in anticipo: arriva.

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.

Medvedev e il tempo galantuomo

Nel tennis, sport fatto di eleganza, rispetto e nervi saldi, ci sono momenti che stonano: è quello che è accaduto durante una partita tra Daniil Medvedev e Jannik Sinner alle Finali ATP del 2021, quando il tennista russo (in vantaggio), sbadigliando, si è reso protagonista di un gesto poco sportivo che non è passato inosservato.

Medvedev non è nuovo a comportamenti sopra le righe. Il suo talento è indiscutibile, ma spesso si accompagna a reazioni impulsive che rischiano di offuscarlo: in questo caso, il gesto ha dato l’impressione di una mancanza di rispetto, verso l’avversario e verso il pubblico.

Dall’altra parte della rete, Sinner ha fatto ciò che ormai lo contraddistingue: ha lasciato parlare il campo (battendolo poi allo US Open nel 2024). Nessuna reazione scomposta, solo concentrazione e lucidità. Un contrasto netto, che ha reso ancora più evidente la differenza di atteggiamento tra i due.

Oggi il russo ha perso durante il torneo di Monte Carlo 6-0 6-0 contro Matteo Berrettini: chi ricorda come me la partita contro Sinner, non può che avere provato un po’ di compiacimento.

I gesti, anche quelli fugaci, raccontano molto più di un punteggio e quando si scivola in comportamenti poco corretti, si rischia di perdere qualcosa che va oltre il match.

Lo sport spesso non dimentica: ha bisogno di talento, certo, ma anche di rispetto. Sempre.

La politica sull’Iran di Trump ridotta a show

L’ultimo ultimatum di Donald Trump all’Iran somiglia più a un trailer hollywoodiano che a una strategia diplomatica. Scadenze che cambiano, toni apocalittici, minacce di inferno: tutto molto efficace sul piano mediatico, molto meno su quello geopolitico.

Il punto non è solo cosa viene chiesto a Teheran, ma come: la diplomazia vive di ambiguità, tempi lunghi e canali discreti. Qui, invece, si procede a colpi di dichiarazioni pubbliche e countdown. Una pressione così plateale rischia di ottenere l’effetto opposto: irrigidire l’avversario e chiudere ogni spiraglio negoziale.

L’Iran, infatti, non sembra intenzionato a cedere e quando un ultimatum non è credibile o non è sostenuto da una reale leva politica, si trasforma in un boomerang. Ogni minaccia non mantenuta erode la credibilità; ogni escalation verbale restringe lo spazio per tornare indietro senza perdere la faccia.

C’è poi un rischio più profondo: la normalizzazione dell’eccesso. Se il linguaggio politico internazionale si abitua a evocare scenari estremi come routine, la soglia dell’accettabile si sposta sempre più in alto. E la prossima crisi avrà bisogno di toni ancora più violenti per farsi ascoltare.

La forza, in diplomazia, non è solo alzare la voce, è saper costruire un esito. In questo caso, l’impressione è opposta: molta scena, poca strategia. 

E quando la politica estera diventa spettacolo, il pubblico può anche applaudire, ma il prezzo, spesso, lo paga qualcun altro.

Leggere con ironia

C’è un momento, nella vita di ogni lettore, in cui ci si rende conto che i libri non sono tutti uguali: alcuni ti cambiano la vita, altri ti fanno compagnia sul divano, e altri ancora ti fanno venire una gran voglia di chiuderli a pagina sedici e guardare il soffitto come se lì sopra ci fosse una trama migliore. E poi ci sono i libri che, più che essere letti, andrebbero presi con ironia.

Perché leggere, diciamolo chiaramente, non è sempre quell’esperienza nobile e trasformativa che ci raccontano. A volte è un atto di resistenza. A volte è puro masochismo culturale. E altre volte è semplicemente divertimento, soprattutto quando smettiamo di prendere tutto così sul serio.

L’ironia è una specie di salvagente del lettore. Ti permette di attraversare pagine infinite senza annegare nella retorica, di sopravvivere a descrizioni lunghe tre capitoli e di affrontare personaggi che parlano come se ogni frase dovesse essere incisa su marmo.

Leggere con ironia significa ridimensionare il mito del libro che devi assolutamente leggere. Quella lista infinita di titoli imprescindibili che, se non hai letto, sembra tu non possa partecipare a nessuna conversazione intelligente. La verità? Nessuno li ha letti tutti. E chi dice il contrario probabilmente salta le descrizioni.

L’ironia ci libera anche da un altro peso: quello di dover sempre capire tutto. Non è un esame. Non c’è un voto finale. Se una metafora ti sfugge, pazienza. Se un finale non ti convince, amen. Ed è proprio lì che la lettura diventa nostra, perché il rapporto con i libri non è mai passivo. È un dialogo continuo, fatto anche di occhi al cielo e sorrisi improvvisi. E poi diciamolo: l’ironia è anche una forma di affetto. Quando prendi in giro un libro, spesso è perché ci sei dentro abbastanza da poterti permettere di farlo. È come con gli amici: quelli veri li prendi in giro di più.

Alla fine, leggere con ironia non significa leggere peggio. Significa leggere meglio. Con più libertà, meno ansia da prestazione e molta più autenticità. E magari, tra una battuta e l’altra, capita anche quella cosa strana: che un libro ti colpisca davvero. Senza sforzo, senza obbligo. E senza bisogno di prenderlo in giro. Ma tranquillo: se succede, puoi sempre recuperare dopo con qualcosa di terribilmente pretenzioso.

Giusto per rimanere in equilibrio.