Finché durerà la terra

Giovanni Grasso è un bravo giornalista e scrittore (e non solo), balzato agli onori delle cronache il 27 marzo 2020 per una frase pronunciata dal Presidente Mattarella durante un suo discorso

Eh, Giovanni non vado dal barbiere neanche io!

Quelle parole ci fecero cogliere un altro aspetto del lato umano del Capo dello Stato che in quella situazione d’emergenza (eravamo in pieno lockdown) intervenne più volte per sostenere cittadini e famiglie, partiti di maggioranza e di opposizione.

Il Giovanni citato dal Presidente ha appena pubblicato per Rizzoli Finché durerà la terra dopo i successi dei precedenti Il segreto del tenente Giardina (Premio Mondello Opera Italiana 2024 e Premio Mondello Giovani 2024) e L’amore non lo vede nessuno.

Autoironico e colto, ma irrimediabilmente maldestro, Noè Simenoni è un uomo irrisolto per colpa del destino che gli ha giocato brutti scherzi. Ex seminarista, conduce una vita dimessa, tenuta insieme con fatica, fatta di frustrazioni, conti che non tornano e responsabilità familiari: una sorella scapestrata, Valeria, e una nipotina gravemente malata, Greta, che per lui è una figlia a tutti gli effetti. Quando un potente cardinale lo convoca in Vaticano e gli propone un compito rischioso, ma ben retribuito, capisce che la sua esistenza e quella dei suoi cari potrebbe essere a un punto di svolta. Dovrà infiltrarsi in una misteriosa comunità, guidata da due improbabili veggenti, e ossessionata da un nuovo Diluvio, attorno alla quale ruotano e si intrecciano sentimenti genuini e condizionamenti psicologici, misticismo e interessi molto terreni. Nei panni di agente segreto al servizio di Sua Santità, sarà costretto a fingere e mentire, ad accettare continui compromessi con la sua coscienza e finirà per cacciarsi in un mare di guai.

Ambientato negli anni recentissimi del pontificato bergogliano, Finché durerà la terra è anche l’avventura in una Chiesa che deve fare i conti tra la dimensione verticale e quella orizzontale, in una fase di disorientamento per cui i seminari e i conventi si svuotano, il senso del sacro e della religione sembrano svaniti e nessuno ha più voglia di sentire parlare di Dio dai pulpiti delle chiese.

Guarda che luna

C’è qualcosa di profondamente umano nel tornare a guardare la Luna con occhi nuovi. Con la missione Artemis II, la NASA riporta l’umanità a un passo dal nostro satellite, riaccendendo una curiosità che non si è mai davvero spenta.

Dopo decenni dalle missioni Apollo, Artemis II non è solo un viaggio tecnico: è un ritorno simbolico. Un equipaggio umano che vola intorno alla Luna senza atterrare, ma tracciando la strada per nuove esplorazioni. È come bussare di nuovo alla porta di un vicino che credevamo di conoscere già, per scoprire che ha ancora mille segreti.

La Luna, apparentemente immobile e silenziosa, è in realtà un archivio cosmico: custodisce tracce della nascita del sistema solare, racconta impatti antichissimi e forse nasconde risorse utili per il futuro dell’esplorazione spaziale. Tornarci non è nostalgia, ma ambizione.

Artemis II ci ricorda che esplorare non è solo andare lontano: è soprattutto guardare meglio ciò che abbiamo davanti da sempre. E forse, in quel chiarore familiare che illumina le nostre notti, c’è ancora molto più da scoprire di quanto immaginiamo.

La politica sull’Iran di Trump ridotta a show

L’ultimo ultimatum di Donald Trump all’Iran somiglia più a un trailer hollywoodiano che a una strategia diplomatica. Scadenze che cambiano, toni apocalittici, minacce di inferno: tutto molto efficace sul piano mediatico, molto meno su quello geopolitico.

Il punto non è solo cosa viene chiesto a Teheran, ma come: la diplomazia vive di ambiguità, tempi lunghi e canali discreti. Qui, invece, si procede a colpi di dichiarazioni pubbliche e countdown. Una pressione così plateale rischia di ottenere l’effetto opposto: irrigidire l’avversario e chiudere ogni spiraglio negoziale.

L’Iran, infatti, non sembra intenzionato a cedere e quando un ultimatum non è credibile o non è sostenuto da una reale leva politica, si trasforma in un boomerang. Ogni minaccia non mantenuta erode la credibilità; ogni escalation verbale restringe lo spazio per tornare indietro senza perdere la faccia.

C’è poi un rischio più profondo: la normalizzazione dell’eccesso. Se il linguaggio politico internazionale si abitua a evocare scenari estremi come routine, la soglia dell’accettabile si sposta sempre più in alto. E la prossima crisi avrà bisogno di toni ancora più violenti per farsi ascoltare.

La forza, in diplomazia, non è solo alzare la voce, è saper costruire un esito. In questo caso, l’impressione è opposta: molta scena, poca strategia. 

E quando la politica estera diventa spettacolo, il pubblico può anche applaudire, ma il prezzo, spesso, lo paga qualcun altro.

Buona Pasqua!

Ci sono Pasque che scorrono leggere, fatte solo di tavole apparecchiate, colombe e cioccolato da condividere. E poi ci sono Pasque come questa, in cui è impossibile ignorare ciò che succede fuori dalle nostre finestre.

Viviamo in un tempo veloce, spesso confuso: le notizie si rincorrono, le preoccupazioni aumentano, e a volte sembra difficile trovare uno spazio di serenità autentica.

Eppure, proprio per questo, Pasqua arriva con un significato ancora più forte.

Non è solo tradizione. È un promemoria.

Un promemoria che, anche nei momenti più incerti, esiste sempre la possibilità di ricominciare. Che la speranza non è qualcosa di ingenuo, ma una scelta consapevole. Che prendersi cura degli altri (e di sé stessi) è già un modo, nel nostro piccolo, per cambiare qualcosa.

Forse non possiamo fermare il rumore del mondo, ma possiamo decidere che tipo di presenza essere dentro quel rumore. Possiamo scegliere la gentilezza, quando tutto sembra spingere nella direzione opposta. Possiamo scegliere di rallentare, anche solo per un giorno. Possiamo scegliere di esserci davvero, per le persone che contano.

Questa Pasqua non chiede perfezione. Chiede solo autenticità.

Che sia una giornata di riflessione, di affetti veri e di piccoli gesti che fanno la differenza. Perché, anche nei tempi più complessi, ogni nuovo inizio parte sempre da qualcosa di semplice.

Buona Pasqua!

Al mio paese

Non so se la data di uscita del nuovo singolo Al mio paese di Levante, Serena Brancale e Delia sia casuale: certo, farla coincidere con il periodo pasquale e con l’arrivo del Sicilia Express, è affascinante.

Vivere in Sicilia ed essere un millennial, porta inevitabilmente ad aver avuto a che fare almeno una volta nella vita con la nostalgia dell’arrivederci, la gioia del tornare e la felicità nel poter pronunciare quella frase che ogni fuorisede ha pensato almeno una volta nella vita: “Torno a casa”.

Una sensazione che mai nessuno era stato capace di mettere in musica.

Legioni di imbecilli

Basta guardare il mondo che ci circonda per avere l’assoluta certezza di essere attorniati da imbecilli.

Sull’argomento intervenne anche Umberto Eco (nel giugno del 2015).

I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, mentre ora hanno la stessa risonanza di un premio Nobel.

Non tutti gli imbecilli però sono uguali: esistono gli imbecilli inerti e quelli dinamici. 

L’imbecille inerte è stupido ma per sua natura tende a non infastidire nessuno, per cui egli non può dare tanto fastidio, almeno finché non ci si trovi a dover interagire con lui.

L’imbecille dinamico invece (purtroppo) è attivo, nonché quello che conosciamo meglio. Parla, interviene, agisce, tenta di fare lo spiritoso, deve sempre dire la sua. L’imbecillità dinamica genera aggressività, in quanto il soggetto, per difendere i suoi ragionamenti infondati ed errati, deve rafforzarli come può. In più, considerando i tempi che stiamo vivendo, la rete trasforma la scrittura in qualcosa di effimero e spesso violento, dove l’opinione dell’imbecille viene accreditata tanto quanto quella di un esperto (così come teorizzava Eco). E proprio per questo motivo, proprio per questa tenacia nell’essere imbecille, talora, nella vita, l’imbecille dinamico diviene una persona di successo e di potere. Non solo: gli imbecilli dinamici rappresentano una bella fetta della popolazione di questo pianeta, forse la maggioranza. Questo spiega diverse cose: la crisi economica, le guerre, gli altissimi ascolti di certe trasmissioni televisive, la musica senza spessore che ci viene propinata alle radio, i risultati delle elezioni politiche e vari altri fenomeni altrimenti incomprensibili.

Come una grande lobby inconsapevole, gli imbecilli dinamici governano il mondo. 

Facciamocene una ragione.

Quale sarebbe il mondo reale?

Provate a guardare di seguito, uno dietro l’altro, Studio Aperto alle 12:25, a seguire SKY TG24 0 il TG2 alle 13.00 e subito dopo il TG delle 13.30 su LA7.

Se riuscite ad arrivare alla fine, vi sembrerà di aver visto descritti due mondi differenti, due visioni dissimili.

Se non ci fossero le varie testate su internet (con gli stessi identici problemi, ovvio) per bilanciare il giudizio e avere un quadro più completo della situazione, tutto quanto sembrerebbe altamente alienante.

Com’era la storia del quarto potere? Di tutti, quale sarebbe il mondo reale?

Shelly Kittleson e il capire l’Iraq da vicino

Ora che la minaccia dell’Isis si è notevolmente ridotta, alcuni osservatori affermano di non vedere la necessità non solo di una missione di combattimento statunitense, ma anche della continua esistenza di fazioni armate non sottoposte al controllo governativo. In molti le descrivono come organizzazioni di tipo mafioso dotate di armamenti pesanti, che rischiano di trascinare l’Iraq in una guerra che il paese non vuole né può permettersi.

Shelly Kittleson, la giornalista rapita in Iraq, sul Foglio di ieri.

Quale Futuro (Nazionale) per il Governo?

Venerdì sera pare che la Meloni abbia chiesto a Tajani e Salvini di aspettare i primi sondaggi post referendum per capire verso quale direzione tira il vento.

Sebbene un calo di Fratelli d’Italia fosse da considerarsi fisiologico, non credo che alla Premier faccia piacere vedere la simulazione Ipsos Doxa delle intenzioni di voto apparsa oggi sul Corriere.

Se Vannacci dovesse arrivare veramente al 3% con il suo Futuro Nazionale diventerebbe l’ago della bilancia per potere avere la maggioranza in Parlamento in un’ipotetica nuova legislatura.

Rischiare e andare al voto? Forse ci penserei un attimino…

La politicizzazione del referendum

Le conseguenze della vittoria del No all’ultimo referendum credo stiano travalicando i confini del quesito in sé.

Come già avvenuto in passato – vedi la chiamata del 2016 e le conseguenti dimissioni di Renzi da Presidente del Consiglio – probabilmente perdiamo occasioni di evoluzione (o involuzione, a seconda dei casi) perché i partiti si arrogano la vittoria o la perdita dei referendum per dare segnali politici.

Probabilmente se ci concentrassimo sul merito e non sulla diatriba politica, avremmo un paese migliore. O quantomeno diverso.