I giornali cartacei sono fuori tempo?

C’è stato un tempo in cui le notizie avevano un ritmo umano: arrivavano una volta al giorno, stampate su carta, con il peso delle scelte editoriali e il tempo necessario per essere verificate. Oggi, invece, l’informazione corre senza sosta: aggiornata di continuo, frammentata, spesso consumata in pochi secondi.

I giornali cartacei sembrano lenti, quasi fuori tempo. Ma forse è proprio questa la loro forza. In un flusso continuo di notizie, la carta impone una pausa: seleziona, ordina, gerarchizza. Non rincorre tutto, prova a dare un senso.

Ed è qui che può ridefinire il proprio ruolo: meno cronaca (ormai dominata dal tempo reale) e più approfondimento. Studio, contesto, spiegazioni. Non arrivare per primi, ma arrivare meglio.

Oggi mi è capitato di leggere il Giornale di Sicilia cartaceo, il quale titolava

Il tempo di prendere il mio iPad e Repubblica riportava questo

La velocità ha un vantaggio evidente: ci tiene sempre aggiornati, ma ha anche un costo. Più si accelera, più aumenta il rischio di superficialità, di errori, di informazioni che si inseguono senza mai sedimentarsi.

Il giornale di carta non può competere sul tempo: ma può ancora competere sullo sguardo e sull’approfondimento.

In un’epoca in cui tutto scorre forse è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, purché accettiamo che il cartaceo non può più dettare i tempi dell’informazione ma quelli dell’analisi e della ricerca.

Cento scrittori per Olivier Nora

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel licenziamento di Olivier Nora: non tanto per il gesto in sé (nel mondo editoriale i cambi al vertice non sono una novità e soprattutto sono legittimi) quanto per ciò che rappresenta.

Nora era alla guida di Éditions Grasset da oltre venticinque anni, una figura considerata un punto di equilibrio tra autori, idee e sensibilità diverse. La sua uscita, decisa dopo l’ingresso sempre più incisivo del gruppo di Vincent Bolloré nell’editoria francese, è stata percepita come uno spartiacque. 

La reazione è stata immediata e clamorosa: più di cento autori hanno annunciato l’addio alla casa editrice, parlando apertamente di un attacco all’indipendenza editoriale e al pluralismo culturale. Non è solo una protesta simbolica, è una fuga: e quando gli scrittori scappano, significa che qualcosa si è rotto davvero.

Il punto centrale non è nemmeno Nora, è il modello che emerge: un editore sostituito non per un fallimento editoriale, ma (secondo molte ricostruzioni) per divergenze sulla linea culturale e politica. È qui che la questione smette di essere aziendale e diventa politica.

Perché l’editoria non è un’industria come le altre. Non produce solo libri: produce spazio per il pensiero. E quando questo spazio viene ridefinito dall’alto, secondo logiche di controllo o di indirizzo ideologico, il rischio è evidente: meno pluralismo, meno conflitto, meno libertà.

Il licenziamento di Nora è stato descritto da molti come una svolta. Forse è qualcosa di più: è un segnale. Il segnale che anche il mondo dei libri (che immaginiamo libero, aperto, persino anarchico) non è immune dalle dinamiche di concentrazione del potere.

E quando il potere entra nei cataloghi, non lo fa mai in punta di piedi: noi italiani lo abbiamo capito da almeno trent’anni.

Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Vance e l’opinione che conta più della competenza

Dopo anni in cui persone totalmente impreparate discutevano alla pari con chi ha dedicato la vita allo studio dei vaccini, oggi ci ritroviamo un ex Marines (ora Vicepresidente degli USA) che invita il Papa a fare attenzione quando parla di teologia.

Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.

Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.

Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?

La sconfitta di Orbán

La politica di Viktor Orbán ha rappresentato negli ultimi anni uno dei casi più discussi d’Europa: centralizzazione del potere, controllo crescente sui media, tensioni con le istituzioni europee e una retorica identitaria sempre più marcata. Un modello che molti hanno definito democrazia illiberale, formula che già da sola suona come un ossimoro politico.

In questo contesto, la sua sconfitta elettorale viene letta da molti come una buona notizia. Non tanto per la vittoria di Peter Magyar (avvocato collocato politicamente verso posizioni di centro/centrodestra), ma per ciò che implica: il ritorno dell’alternanza, il rafforzamento del pluralismo, la possibilità che il potere non si cristallizzi troppo a lungo nelle stesse mani.

Le democrazie vivono di equilibrio e ricambio. Quando il consenso si trasforma in dominio stabile e quasi ininterrotto (Orbán era in carica dal maggio 2010), il rischio è quello di assuefarsi a un’unica narrazione, riducendo lo spazio del dissenso. Per questo, ogni scossone elettorale che riapre il gioco politico viene accolto come un segnale di salute democratica.

Non è una questione di tifoserie, ma di sistema: l’idea che il potere debba sempre poter essere messo in discussione. Anche quando sembra solido, anche quando appare inattaccabile.

Soprattutto, poi, se illiberale.

Quando il confronto diventa rumore

Nel solito teatro del talk politico italiano, la lite tra Bruno Vespa e Giuseppe Provenzano segna un altro passo verso la deriva urlata del dibattito pubblico.

A colpire non è tanto il contenuto, quanto il tono: le urla del conduttore di Porta a Porta hanno sovrastato il confronto, trasformandolo in uno scontro. Più che incalzare, Vespa è sembrato voler dominare la scena, sacrificando l’ascolto in favore della tensione.

Provenzano ha provato a restare nel merito, ma in un contesto così il ragionamento diventa rumore di fondo. Ed è qui il problema: quando a vincere è chi alza di più la voce, il dibattito perde senso.

Non è solo una questione di stile, ma di responsabilità. Chi conduce dovrebbe garantire equilibrio, non alimentare il caos. E invece la politica in tv sembra ormai piegata alle logiche dello scontro facile, perfetto per i social ma povero di contenuti.

Alla fine non resta molto: qualche clip virale e la sensazione che, ancora una volta, a perdere sia la qualità del confronto.

Quando il meteo perde la pazienza

Vivo a Palermo: ieri pomeriggio il termometro della mia auto segnava ben 31 gradi, tanto da convincermi a uscire per questo weekend le magliette a maniche corte. Oggi, la situazione è questa, con successivi cambi di programma e maglioncini riesumati

Il clima non sta più cambiando lentamente come un tempo: sta accelerando, e lo fa in modo sempre più improvviso: ondate di caldo fuori stagione, piogge estreme, alluvioni lampo, sbalzi termici che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati eccezioni oggi diventano normalità.

Questa non è più solo la crisi climatica raccontata in prospettiva futura. È una realtà che si manifesta nella sua forma più evidente: l’instabilità. Il meteo non segue più schemi prevedibili, ma oscillazioni rapide che mettono in difficoltà città, infrastrutture e agricoltura.

Il punto è che non si tratta di singoli eventi isolati, ma di una tendenza che ormai è consuetudine. L’atmosfera accumula più energia e la rilascia in modo irregolare, rendendo ogni stagione meno affidabile della precedente.

Di fronte a cambiamenti così rapidi, non basta più adattarsi lentamente. Serve ripensare il modo in cui costruiamo, pianifichiamo e viviamo il territorio. 

Perché il clima, oggi, non avvisa più in anticipo: arriva.

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.

Il rapporto tra Trump e la NATO

Dopo le ultime dichiarazioni di Trump, credo che l’Europa debba riflettere molto sul rapporto tra il presidente americano e la NATO. 

Storicamente è stato, fin dall’inizio, una miscela esplosiva di diffidenza, pragmatismo e provocazione: più che un’alleanza scontata, è sembrata spesso una relazione in bilico, fatta di strappi pubblici e riavvicinamenti strategici.

Con le sue dichiarazioni Trump sembra mettere sempre in discussione uno dei pilastri della NATO: il principio di difesa collettiva. Le sue critiche si concentrano soprattutto sui contributi economici dei Paesi membri, accusati di servirsi delle risorse degli Stati Uniti: una posizione che ha scosso gli equilibri interni dell’Alleanza, costringendo molti governi europei a rivedere le proprie spese militari.

Eppure, dietro i toni duri e le dichiarazioni spesso sopra le righe, si intravede una strategia precisa: ridefinire i rapporti di forza e ottenere maggiore impegno dagli alleati. In questo senso, Trump agisce più come un negoziatore aggressivo che come un vero oppositore della NATO.

Il risultato? Un’alleanza più nervosa, ma anche più consapevole delle proprie fragilità.

Il rapporto tra Trump e la NATO mi sembra racconti molto di più di una semplice e continua tensione politica: è lo specchio di un mondo in cui anche le alleanze storiche non sono più intoccabili, ma devono continuamente reinventarsi per restare rilevanti.