Niccolò Fabi e il senso di responsabilità

Il Concerto del Primo Maggio è da anni una fotografia in tempo reale di ciò che sta succedendo nella musica italiana. Ogni edizione mescola generi, linguaggi, pubblici diversi. Non sempre con equilibrio, ma quasi sempre con una direzione chiara: intercettare ciò che si muove adesso. Sul palco convivono nomi consolidati e artisti emergenti, creando un contrasto che spesso racconta più di tante classifiche.

È qui che il concertone diventa un termometro: non misura solo il successo, ma le tendenze. Si capisce cosa sta crescendo, cosa sta cambiando, quali suoni stanno diventando centrali. L’urban che si trasforma, il pop che si ibrida, l’indie che si reinventa: tutto passa da lì, in forma magari imperfetta, ma visibile.

Certo, non è uno spazio neutro: ci sono scelte editoriali, equilibri televisivi, momenti più costruiti. Ma proprio per questo resta interessante: perché prova a tenere insieme musica, racconto e pubblico.

Alla fine, il Concertone non dice cosa sarà la musica italiana, ma spesso anticipa cosa potrebbe diventare. Durante quello di quest’anno mi hanno molto colpito le parole di Niccolò Fabi (sì, ok, sono di parte: è uno dei miei cantautori preferiti)

Voglio dedicare questa canzone a una categoria molto particolare di lavoratori: agli artisti, ai musicisti, ai lavoratori dello spettacolo. Praticamente a tutti noi che siamo qui davanti a voi, per ricordarci del senso di responsabilità che abbiamo quando scegliamo di scrivere o cantare delle cose. Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace. E credo che mai come in questo momento storico la pace vada raccontata e vada praticata.

C’è una sensazione diffusa nella musica italiana (e non solo): il linguaggio si è fatto più duro, più esplicito, spesso volutamente volgare. Non è una novità, ma oggi sembra diventato quasi uno standard. Le canzoni riflettono ciò che accade fuori. Il punto è capire se raccontano o se amplificano: quando la provocazione diventa formula, resta solo il rumore. E forse la vera sfida è tornare a dare peso alle parole.

In questo contesto, le parole delicate di Niccolò Fabi sembrano molto più rivoluzionarie di certe frasi urlate.

Primo Maggio

Il Primo Maggio è una di quelle date che sembrano scontate, ma non lo sono affatto: ogni anno torna con il suo carico di significato, e ogni anno costringe a fare i conti con cosa sia diventato davvero il lavoro.

Nato come giornata di rivendicazione, il Primo Maggio parla ancora di diritti, ma in un contesto profondamente cambiato: oggi il lavoro è spesso precario, frammentato, meno riconoscibile. Non è più solo fabbrica o ufficio: è consegna, piattaforma, algoritmo. Cambia forma, ma non sempre migliora.

C’è poi una distanza sempre più evidente tra chi ha tutele e chi no. Tra chi può permettersi di scegliere e chi deve accettare. E in mezzo, una sensazione diffusa di instabilità che riguarda intere generazioni.

Celebrare il Primo Maggio, allora, non è solo guardare al passato: è chiedersi che valore diamo oggi al lavoro. Se è ancora uno strumento di dignità o se, troppo spesso, è diventato qualcosa da inseguire a qualsiasi costo.

Non è una festa (forse un po’ anacronistica) che si esaurisce in un giorno: è una domanda aperta, che resta anche quando finiscono le celebrazioni.

L’omicidio Poggi e i tempi della giustizia

Il delitto di Avetrana (Sarah Scazzi), l’omicidio di Yara Gambirasio, la strage di Erba, il delitto di Cogne, il mostro di Firenze, l’omicidio di Elisa Claps e il più recente caso di Giulia Cecchettin: questi crimini hanno segnato la memoria collettiva italiana, spesso seguiti da un’intensa copertura televisiva e giornalistica.

Oltre questi, c’è anche il caso dell’omicidio di Chiara Poggi del quale si parla in questi giorni per via dei recenti sviluppi.

A distanza di ben 19 anni, tra indagini, processi, appelli e sentenze, la vicenda ha attraversato un percorso lungo e complesso, fatto di svolte, ripensamenti e momenti di forte esposizione mediatica: non è solo una questione di esito giudiziario, ma di durata. Perché quando i tempi si allungano così tanto, il rischio è che la giustizia perda una parte della sua forza.

La lentezza non è solo un dato tecnico. Ha conseguenze concrete: per le famiglie coinvolte, per l’opinione pubblica, per la percezione stessa dello Stato. Una giustizia che arriva dopo molti anni rischia di sembrare meno efficace, anche quando è formalmente corretta (che poi, nel caso specifico, si può davvero essere certi che Alberto Stasi sia colpevole?)

Il caso Poggi diventa così emblematico di un sistema che fatica a trovare equilibrio tra garanzie e rapidità: i passaggi processuali sono necessari, le tutele fondamentali. Ma quando il tempo si dilata eccessivamente, si crea una distanza tra verità giudiziaria e percezione comune.

Il punto non è semplificare un sistema complesso, ma interrogarsi su come renderlo più efficiente senza sacrificare i diritti. Perché la giustizia, per essere tale, non deve solo essere giusta: deve anche arrivare in tempo.

Sulla grazia a Nicole Minetti

Il caso della grazia a Nicole Minetti riporta al centro una parola che in Italia pesa molto più di quanto sembri: clemenza.

La grazia, infatti, non cancella il reato, ma interviene sulla pena, riducendola o estinguendola. È una decisione eccezionale, nelle mani del Presidente della Repubblica, e proprio per questo ogni volta che viene concessa diventa inevitabilmente un fatto pubblico, politico, simbolico. 

Nel caso Minetti, la questione non è solo giuridica: è soprattutto percettiva. Perché ogni atto di grazia porta con sé una domanda implicita: si tratta di un gesto di umanità o di un privilegio? E questa domanda pesa ancora di più quando riguarda figure già esposte mediaticamente.

C’è poi un altro elemento: il rapporto tra giustizia, politica e opinione pubblica. La grazia nasce per correggere rigidità del sistema, per intervenire in situazioni particolari, umane prima ancora che legali. Ma nel momento in cui entra nel dibattito pubblico, rischia di essere letta come un’eccezione ingiusta rispetto a chi non ha la stessa visibilità o le stesse possibilità (e nel caso specifico è abbastanza chiaro che qualcosa non torni)

Il punto, forse, non è stabilire se una grazia sia giusta o sbagliata in assoluto: è capire quanto siamo disposti ad accettare l’idea che la giustizia non sia solo applicazione automatica delle regole, ma anche valutazione, contesto, discrezionalità.

E proprio lì nasce il disagio: nel confine sottile tra diritto e percezione: dove ogni decisione legittima può diventare, agli occhi di qualcuno, un’ingiustizia.

Il tempo che passa per Zerocalcare

Avendo superato relativamente da poco i quaranta, mi sento spesso molto coinvolto da tutto quello che scrive Zerocalcare: non credo sia facile gestire con equilibrio autobiografia e racconto collettivo. Le sue storie partono sempre da esperienze personali (ansie, senso di inadeguatezza, memoria) ma riescono a trasformarsi in qualcosa di condiviso, riconoscibile da molti, soprattutto per quella della mia (nostra) generazione.

Al centro c’è una lingua immediata, piena di riferimenti pop, ironia e autoironia. Ma sotto questa superficie accessibile si muove una riflessione più profonda, spesso dolorosa. Zerocalcare usa il fumetto per parlare di precarietà, identità, responsabilità politica, senza mai perdere il contatto con l’esperienza quotidiana. Il conflitto interiore viene spesso rappresentato attraverso personaggi simbolici che danno voce ai suoi dubbi e alle sue paure. Questo rende visibile ciò che normalmente resta implicito: il dialogo continuo tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

C’è poi un forte rapporto con la memoria: non come nostalgia, ma come strumento per capire il presente. Le sue storie tornano spesso indietro nel tempo per spiegare ciò che accade oggi, costruendo un legame tra esperienza individuale e contesto storico.

In fondo, la forza della sua poetica sta proprio qui: nel riuscire a essere personale senza chiudersi in sé stesso, e politico senza diventare astratto.

Ho letto sul Venerdì di questa settimana una sua intervista in vista dell’uscita (il 27 maggio 2026) di Due spicci su Netflix e c’è stato un passaggio che mi ha colpito parecchio

Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi.

Penso abbia centrato il punto ancora una volta: forse, più semplicemente, non ci siamo resi conto del tempo che passava.

Venezi, chi dirige veramente il concerto?

Il licenziamento di Beatrice Venezi è una di quelle notizie che fanno subito discutere, non solo per quello che è successo. Più che altro viene da chiedersi: perché proprio ora?

Negli ultimi anni Venezi è stata molto più di una direttrice d’orchestra: è diventata un personaggio pubblico, con una presenza forte anche fuori dai teatri. E come succede sempre in questi casi, c’è chi la vede come un simbolo positivo e chi invece storce il naso, soprattutto per il suo rapporto (vero o percepito) con la politica.

Ed è qui che la cosa si complica: quando cultura e politica si mescolano, ogni decisione smette di sembrare neutra: anche un licenziamento diventa automaticamente qualcosa da interpretare, da leggere tra le righe.

Poi c’è il solito tema che torna ogni volta: nel mondo culturale italiano contano di più le competenze o le relazioni? Venezi ha costruito una visibilità enorme e questo inevitabilmente porta sia consensi che frizioni. Il problema è che si finisce sempre a fare il tifo: o con lei o contro di lei. Ma così si perde il punto. Forse questa storia non riguarda solo una persona, ma racconta qualcosa di più grande su come funziona davvero il sistema.

E finché le cose restano così un po’ opache, ogni vicenda del genere darà sempre la stessa sensazione: meno una decisione limpida, più un segnale da interpretare.

Donnyland

Certe proposte nascono come provocazioni, ma finiscono per dire qualcosa di più profondo. L’idea, circolata qualche giorno fa tra alcuni ucraini, di ribattezzare il Donbass Donnyland rientra proprio in questa categoria: un gesto ironico, quasi surreale, dentro una realtà che di surreale ha ben poco.

Il riferimento è evidente e punta a Donald Trump e alle sue posizioni ambigue sulla guerra in Ucraina. Trasformare un territorio devastato dal conflitto in un nome da parco a tema è una forma di sarcasmo che colpisce, perché mette in luce una distanza: quella tra chi vive la guerra e chi la commenta da lontano.

Ma dietro l’ironia c’è anche un meccanismo antico: rinominare i luoghi è sempre stato un atto politico. Qui, però, il ribaltamento è evidente: non è il potere che impone un nome, ma chi resiste che lo usa per denunciare, per smascherare, per non restare in silenzio.

Donnyland non è una proposta reale, nessuno pensa davvero di cambiare il nome del Donbass: è piuttosto una forma di linguaggio, un modo per dire che certe narrazioni (semplificate, distanti, a volte ciniche) non possono essere accettate senza risposta.

In un contesto in cui le parole spesso accompagnano o deformano la realtà, anche una battuta può diventare un atto politico. E forse è proprio questo il punto: ricordare che, anche nell’assurdo, c’è sempre qualcuno che prova a raccontare la verità a modo suo.

25 aprile

Il 25 aprile non è solo una data sul calendario: è una memoria collettiva che attraversa il presente. È il giorno in cui l’Italia ricorda la fine dell’occupazione nazifascista e la riconquista della libertà.

Ma ricordare non significa solo guardare indietro, significa interrogare il presente. La Resistenza non è stata un gesto astratto: è stata fatta di scelte concrete (bellissimo questo libro su Leone Ginzburg che successivamente fonderà la casa editrice Einaudi), spesso difficili, di persone comuni che hanno deciso da che parte stare.

Oggi il senso di questa giornata resta attuale proprio nella parola libertà. Una libertà che non è mai definitiva, ma che va difesa, compresa, rinnovata. Non è solo un fatto storico, è un esercizio continuo di responsabilità civile.

Il 25 aprile è anche un invito a non dare per scontati i diritti, a riconoscere il valore della democrazia e del confronto: è una memoria che non appartiene al passato, ma che continua a chiedere attenzione nel presente.

Ricordarlo non è retorica: è un modo per capire meglio chi siamo oggi.

La guerra a Gaza senza Gaza

Dopo una visita in una libreria di Washington D.C., il giornalista israelo-canadese Matti Friedman ha osservato l’emergere di quello che considera un nuovo filone letterario, che propone di chiamare Gazology. Profondo conoscitore del Medio Oriente, già reporter per Associated Press e opinionista del New York Times, Friedman vive a Gerusalemme, a poche ore di distanza dalle aree di conflitto, e sostiene che molti dei libri diffusi in Occidente su Gaza ne offrano una rappresentazione (a esser buoni) imprecisa.

In un articolo pubblicato martedì su The Free Press, ha analizzato le opere di cinque autori (El Akkad di cui avevo già scritto qui, Traverso, Malm, Mishra e Beinart, tutti tradotti anche in Italia), rilevando come non si tratti di veri reportage: nella maggior parte dei casi, gli scrittori non sono mai stati in Palestina, ma sembrano ritenere che le informazioni necessarie siano facilmente reperibili online. Talvolta Gaza è solo uno sfondo narrativo, altre diventa un pretesto per ampie riflessioni sul presente: in entrambi i casi, però, la complessità reale del conflitto finisce per svanire.

Secondo Friedman, scarsa qualità letteraria e analisi superficiale spesso coincidono, ma invita comunque a non sottovalutare questi libri: pur nella loro mediocrità, contribuiscono a formare una generazione che potrebbe vedere Gaza non semplicemente come scenario di una guerra (magari discutibile o persino illegittimo) ma come una chiave per interpretare i lati più oscuri del mondo.

Speriamo che Kapuściński non si rivolti nella tomba.

Italia ai Mondiali senza campo: il paradosso del ripescaggio

L’idea di ripescare l’Italia per i prossimi mondiali, non è solo discutibile: è proprio scollegata dalla realtà. Il calcio, per quanto imperfetto, si regge ancora su un principio base: le regole devono valere per tutti. Se cominci a modificarle per opportunità politica, non è più sport: diventa un gioco di potere, fatto di scorciatoie e convenienze.

Pensare di escludere una nazionale per motivi politici e sfruttare la cosa per far rientrare l’Italia è un errore doppio. Prima di tutto perché mescola piani diversi: le dinamiche geopolitiche non possono trasformarsi in criteri per assegnare posti a un Mondiale. E poi perché ignora un tratto abbastanza evidente: agli italiani non piacciono i favori che sanno di umiliazione. Non conta solo esserci, conta arrivarci con dignità.

Non a caso la reazione è stata compatta e immediata: meglio restarne fuori che partecipare così. Un ripescaggio di questo tipo non sarebbe un’occasione, ma un’ombra difficile da cancellare. Altro che consenso facile: è il modo più veloce per ottenere il contrario.

C’è anche un discorso più ampio: l’idea che tutto sia trattabile, piegabile, sistemabile all’occorrenza. Magari è una logica che circola in certi ambienti, ma si incrina appena incontra qualcosa che ancora conserva un minimo di etica condivisa, come lo sport nell’immaginario collettivo.

Alla fine è una questione di credibilità. Vincere o partecipare ha senso solo se puoi dire di averlo fatto per merito: tutto il resto non entusiasma nessuno, semmai mette a disagio.