Il virtuosismo colto di Michele Mari

Quando una decina di anni fa partecipai alla presentazione di un libro di Michele Mari durante uno dei festival organizzati nella mia città, rimasi folgorato dalla sua proprietà di linguaggio: oltre un’ora di parole avvolgenti senza mai essere ripetitivo.

Da allora compro qualsiasi suo romanzo: Michele Mari è uno degli scrittori più originali, colti e raffinati della nostra letteratura.

Per questo, non mi stupisce che quest’anno sia il favorito per il Premio Strega con il suo I convitati di pietra: nella dozzina (che poi si ridurrà a cinquina il 3 giugno) non sono sorpreso di trovare anche Teresa Ciabatti, Marco Vichi e Christian Raimo, altri autori che apprezzo molto.

Michele Mari però è un’altra cosa: è figura che riesce a essere al centro del dibattito letterario contemporaneo e allo stesso tempo ad abitare i suoi estremi margini, a stare nell’invisibilità di un successo circoscritto e snobisticamente esclusivo. Il suo virtuosismo letterario fa il resto. Per chi di suo non abbia mai letto nulla, consiglio Cento poesie d’amore a Ladyhawke e Rosso Floyd.

Quest’anno, così come mi successe nel 2006, ho un libro per cui tifare.

Umberto

Chi ha apprezzato Umberto Eco non può che leggere questo gioiellino di Roberto Cotroneo.

Chi era Umberto Eco? Lo si può raccontare partendo da minuzie, dettagli, brevi mail, lettere svianti, telefonate improvvise e persino silenzi? Si può comporre un mosaico complesso, entrare nella mente vulcanica di questo grande scrittore attraverso dei fili sottili e quasi invisibili? È quello che in questo libro ha fatto Roberto Cotroneo, tra le persone che sono state più spesso accostate a Eco: entrambi di Alessandria, entrambi editorialisti de “L’Espresso”, uno maestro, l’altro allievo. […] In questo libro Eco è sempre Umberto. Ne esce un testo originale che fa genere a sé, una dichiarazione di stima e amicizia, una ricerca appassionata, il racconto di un’epoca. Queste pagine sarebbero piaciute a Eco perché, come conclude Cotroneo: “L’unico libro possibile su di te, Umberto, è un libro di frammenti”.

Vivamente consigliato. (qui l’intervista all’autore)

Le regole per scrivere bene di Umberto Eco

Erano tempi in cui stavo per scrivere la mia tesi di laurea (oltre 15 anni fa) e ricordo tra le mie ricerche di avere trovato in un libro le famose quaranta regole per scrivere bene di Umberto Eco. Da allora, ho spesso pensato alla genialità di quel semplice elenco (tanto che poi comprai questo e questo): sono sicuro che le regole di cui sto scrivendo la maggior parte di voi le conosca bene, anche perché da quando il web è diventato il mezzo principale per cercare e trovare informazioni, ciclicamente c’è sempre qualcuno che le tira fuori. Mettono insieme correttezza, arguzia e quell’ironia enigmistica che contraddistingue il suo autore. Tuttavia, se ci dovesse essere qualcuno che non le abbia mai lette, eccole qui. Il mio consiglio (e credo anche l’intenzione di Eco) è quello di non prendere queste regole come una lista da rispettare alla lettera, ma di conoscerle riflettendo sul nostro modo di scrivere.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu. ”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

E ancora chiediamo perdono

Per un anno e mezzo Loris De Filippi ha lavorato nella Striscia per l’Unicef. Prima di terminare la sua missione ha deciso di scrivere ciò che non è stato mai raccontato. Perché tutti sappiano che cosa succede a Gaza.

E ancora chiediamo perdono. Una testimonianza da Gaza. esce oggi.

Salman Rushdie, la Barbie della libertà di parola

No, non sono parole mie (ci mancherebbe altro!), ma è proprio come lui stesso si è definito al New Orleans Book Festival.

Il concetto in realtà è molto semplice: in un lungo incontro ha manifestato la voglia di non essere più considerato come un simbolo, ma come un semplice autore, mettendo al centro la propria opera.

In anni in cui il mondo letterario (soprattutto in Italia) ama gli incasellamenti morali, le polemiche, le battaglie simboliche fini a se stesse, gli articoli indignati e i reel sui social, le parole di Rushdie appaiono in controtendenza: ci insegnano che un autore dovrebbe essere giudicato per le parole che scrive e non per tutto quello che gli gravita intorno.

Un giorno tutti diranno di essere stati contro

Prima la guerra tra Russia e Ucraina, poi i bombardamenti su Gaza, ora il conflitto in Medio Oriente: da anni ormai non possiamo che fare i conti con quello che sta succedendo nel mondo e che finisce inevitabilmente per condizionarci.

Spesso guardiamo a tutto questo con troppa distanza, poi mi è capitato di leggere questo libro e di riflettere già dalla seconda di copertina

Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.

Come cantava Fabrizio De André, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti…

Perché nessun artista per il sì?

Come ben sappiamo, tra quattro giorni ci sarà il referendum costituzionale per confermare o meno la riforma della magistratura proposta dal governo Meloni, quella che viene impropriamente chiamata Riforma della giustizia (qui un utile articolo su cosa succederebbe qualora vincesse il sì).

Leggendo i giornali e facendo un giro tra i vari siti d’informazione, noto che nessun artista – o comunque nessuno che lavori nel mondo dell’arte – si è ancora schierato pubblicamente a favore del sì.

Giusto per fare un rapido (più o meno) riepilogo, invitano a votare per il no Nanni Moretti, Ficarra e Picone, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Lino Guanciale, Manuel Agnelli, Elio Germano, Antonio Scurati, Toni Servillo, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, Daniele Vicari, Mimmo Calopresti, Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi, Laura Morante, Anna Foa, Paolo Berizzi, Massimo Ghini, Daniela Padoan, Eugenio Finardi, Gianni Canova. 

E questi sono solo alcuni.

Ora, considerando che quasi tutti i sondaggi – Ipsos, SWG e Demopolis ad esempio – concordano (con ultime rilevazioni del 6 marzo 2026) nell’attribuire un leggerissimo vantaggio al no (ma molto dipenderà dall’affluenza), come è mai possibile che nessun artista si schieri apertamente a favore della riforma?

Possibile mai che non ci sia un cantante, un attore, un regista, un fonico, un fotografo, un produttore, un montatore, un oboista, un cameraman che sostenga il no? Statisticamente è possibile una cosa del genere? 

Possiamo ragionevolmente pensare che tutto quello che gravita intorno alla cultura in Italia, sembra vivere in un mondo a parte? Possiamo avere il legittimo sospetto che in certi ambienti alcune opinioni possano essere socialmente improponibili?

Autori e ristampe

Seguo da anni il collettivo Wu Ming, a pensarci bene da quando lessi Q, forse il loro romanzo più famoso e avvincente (pubblicato a fine del secolo scorso).

Mi capita spesso di fare un giro sul loro blog e proprio oggi ho notato un articolo che mi ha fatto pensare:

Le persone che avessero acquistato di recente Il fabbro di Oxford di Wu Ming 4 nella ristampa del gennaio 2026 si saranno accorte che mancano del tutto le note bibliografiche a piè di pagina. Evidentemente per una qualche disattenzione o disguido tecnico non sono state stampate, ma la tiratura è stata distribuita lo stesso. Trattandosi di un saggio, costellato di citazioni, la mancanza è chiaramente molto grave e inficia la ricezione dell’intero testo.

Consigliamo a coloro che hanno conservato la ricevuta di acquisto di restituire il volume “fallato” e farsi rimborsare i soldi; a tutti gli altri di scrivere all’editore Eterea Edizioni e protestare. Per quanto ci riguarda chiederemo l’immediato ritiro della ristampa. Teniamo a segnalare che non abbiamo alcuna responsabilità in questa clamorosa défaillance e siamo infinitamente spiacenti per coloro che avessero già acquistato il volume.

Ora, avendo lavorato per anni nel mondo dell’editoria, ci sono cose che non mi tornano e che in realtà mi fanno sorridere perché rientrano nei rapporti spesso non semplici, tesi e burrascosi tra autori (che mirano a preservare giustamente il lavoro svolto) ed editori (che come obiettivo hanno legittimamente quello di avere un prodotto accattivante abbassando quanto più possibile i costi).

Il post fa riferimento a disattenzione o disguido tecnico. Inoltre si sottolinea che la tiratura è stata distribuita lo stesso. Il termine fallato inserito tra virgolette (sottigliezza lessicale), il richiedere l’immediato ritiro della ristampa, e l’invito a protestare con la casa editrice mi fa riflettere sul fatto che probabilmente non ci sia stata molta collaborazione tra Wu Ming 4 e la Eterea Edizioni.

Com’era quella frase che spesso erroneamente si associa a Giulio Andreotti? Ah, sì… A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina!

Sai ti conosco oramai

Per tutti quelli della mia generazione Ti prendo e ti porto via (uscito nel 1999, avevo 16 anni) ha rappresentato un romanzo di riferimento. Ne parlavamo a scuola, le librerie avevano pile altissime di copie esposte. Dopo quel bellissimo racconto, probabilmente Ammaniti non ha mai più raggiunto quella vetta. Ho apprezzato molto anche Come Dio comanda (Premio Strega 2007), ma quella storia polverosa dove “il mare c’è ma non si vede”, mi è rimasta dentro.

Da qualche settimana è uscito Il custode che dalle recensioni che ho letto è stato molto apprezzato “da chi ha amato le atmosfere di Io non ho paura e cerca una narrazione capace di unire una dimensione simbolica e quasi mitologica alla concretezza brutale delle pulsioni umane”.

Sarà all’altezza di quella meravigliosa storia scritta 27 anni fa?

Leggete finché potete…

“Leggete finché potete”: Giuseppe De Filippi sul Foglio di oggi…