Quando una decina di anni fa partecipai alla presentazione di un libro di Michele Mari durante uno dei festival organizzati nella mia città, rimasi folgorato dalla sua proprietà di linguaggio: oltre un’ora di parole avvolgenti senza mai essere ripetitivo.
Da allora compro qualsiasi suo romanzo: Michele Mari è uno degli scrittori più originali, colti e raffinati della nostra letteratura.
Per questo, non mi stupisce che quest’anno sia il favorito per il Premio Strega con il suo I convitati di pietra: nella dozzina (che poi si ridurrà a cinquina il 3 giugno) non sono sorpreso di trovare anche Teresa Ciabatti, Marco Vichi e Christian Raimo, altri autori che apprezzo molto.
Michele Mari però è un’altra cosa: è figura che riesce a essere al centro del dibattito letterario contemporaneo e allo stesso tempo ad abitare i suoi estremi margini, a stare nell’invisibilità di un successo circoscritto e snobisticamente esclusivo. Il suo virtuosismo letterario fa il resto. Per chi di suo non abbia mai letto nulla, consiglio Cento poesie d’amore a Ladyhawke e Rosso Floyd.
Quest’anno, così come mi successe nel 2006, ho un libro per cui tifare.
