La ragazza del convenience store

La ragazza del convenience store è un romanzo breve, apparentemente semplice, ma capace di lasciare addosso domande profonde su identità, normalità e libertà personale.

Scritto da Sayaka Murata, il libro racconta la storia di Keiko Furukura, una donna di trentasei anni che lavora da molti anni in un convenience store di Tokyo. Per chi le sta attorno, la sua vita sembra incompleta, sospesa, quasi sbagliata: niente marito, niente figli, nessuna carriera tradizionale. Eppure Keiko trova proprio in quel piccolo microcosmo fatto di routine, scaffali e rituali una forma di equilibrio che il mondo esterno fatica a comprendere.

La grande forza del romanzo è nel ribaltare il punto di vista. Quello che molti considerano strano viene mostrato con naturalezza, mentre le vere rigidità sembrano appartenere a una società ossessionata dalle aspettative e dalle convenzioni. Murata non giudica, non alza mai la voce, non cerca scorciatoie emotive. Osserva. E proprio attraverso questa apparente leggerezza riesce a colpire in profondità.

Uno degli aspetti più riusciti di La ragazza del convenience store è la sua capacità di raccontare il disagio senza trasformarlo in tragedia: c’è ironia, c’è tenerezza, ma anche una sottile malinconia che accompagna il lettore fino all’ultima pagina. Keiko non è costruita per piacere o per essere un’eroina tradizionale: è autentica, fragile e ostinatamente fedele a sé stessa.

In un’epoca in cui sembra obbligatorio inseguire modelli prestabiliti di successo e felicità, questo romanzo arriva quasi come un invito gentile a fermarsi e chiedersi: esiste davvero un solo modo giusto di vivere?

La ragazza del convenience store contiene una riflessione enorme sulla pressione sociale, sull’identità e sul diritto di essere diversi senza dover continuamente spiegare il perché. Una lettura intelligente, originale e sorprendentemente luminosa, che resta nella mente molto più a lungo di quanto le sue poche pagine farebbero immaginare.

Acqua sporca

Leggendo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (candidato al prossimo Premio Strega, dove il mio preferito rimane I convitati di pietra di Michele Mari), la cosa che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui rimette al centro un tema che nel romanzo italiano contemporaneo sembra comparire sempre meno: la questione di classe. Questo romanzo riesce a raccontare con grande lucidità cosa accade quando persone appartenenti a mondi sociali differenti finiscono per incontrarsi o scontrarsi. E da quegli attriti emergono risentimento, vergogna, incomprensioni, crudeltà, senso di inferiorità o superiorità, insieme a forme molto ambigue di affetto, colpa, paternalismo, rabbia e desiderio di riconoscimento.

Dentro questo intreccio già complesso si inserisce poi il tema dell’identità: cosa significa attraversare culture, paesi e classi sociali diverse, cosa resta di noi durante quel passaggio e quanto sia difficile sentirsi davvero arrivati da qualche parte.

Acqua sporca è anche un libro estremamente attuale. In un momento storico in cui il dibattito sull’identità e sull’inclusione è sempre più centrale, la Uyangoda offre uno sguardo prezioso e necessario, capace di creare dialogo invece che divisione: leggerlo significa confrontarsi con prospettive spesso ignorate, ma raccontate con una sensibilità che rende impossibile restare indifferenti.

Quello che colpisce maggiormente è forse l’equilibrio tra profondità e accessibilità: il libro fa riflettere, ma riesce anche a coinvolgere emotivamente pagina dopo pagina. È una lettura che arricchisce, apre domande e continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro.

Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.

Scrivere, leggere e rileggere

Scrivo continuamente. Mi viene più naturale farlo che parlare.
Ma la scrittura, per me, resta qualcosa di importante, da prendere sul serio.

Forse sarebbe più saggio fermarsi a rileggere quello che si è scritto, provando a guardarlo con gli occhi di chi leggerà, immaginando impressioni, dubbi, reazioni. È in quei momenti che emergono limiti, sbavature, imperfezioni.

A volte mi allontana dalla scrittura il timore di non trovare le parole adatte, di non riuscire a dare il giusto peso alle frasi, il tempo necessario ai pensieri.

Altre volte, invece, penso che questo spazio sia anche un allenamento. E allora lascio andare le parole, senza troppi filtri.

Dopotutto, questo resta pur sempre un luogo in cui esercitarsi.

I cento anni di Miles Davis

Cent’anni fa nasceva Miles Davis. E forse il modo migliore per celebrarlo è ricordare una cosa semplice: pochi artisti hanno cambiato così tante volte la musica senza mai smettere di essere riconoscibili.

Miles non era soltanto un trombettista straordinario. Era un uomo inquieto, allergico alla ripetizione, uno che sembrava annoiarsi appena capiva di aver trovato una formula vincente. Avrebbe potuto vivere per sempre del successo di Kind of Blue (uno dei dischi più importanti della storia del jazz) e invece ha continuato a spostare il confine: dal cool jazz alla sperimentazione elettrica, fino a contaminazioni che all’epoca fecero storcere il naso ai puristi.

La sua grandezza stava anche nel coraggio di sbagliare. Davis non cercava il consenso immediato: cercava il futuro. E spesso lo trovava prima degli altri. Per questo molti dei suoi dischi, inizialmente criticati, oggi vengono considerati pietre miliari.

C’è poi qualcosa di profondamente moderno in lui: Miles capiva che l’arte non può restare immobile. Cambiare significava rischiare di deludere qualcuno, ma anche evitare di diventare la copia di sé stessi. Una lezione che vale ben oltre la musica.

A cento anni dalla nascita, Miles Davis continua a parlarci non solo attraverso le sue note, ma attraverso il suo modo di stare al mondo: inquieto, elegante, imprevedibile. Perché alcuni artisti non invecchiano davvero.

Semplicemente, continuano ad arrivare sempre un po’ prima degli altri.

De Luca e l’essere sionista oggi

Il punto non è tanto essere d’accordo o meno. È che una presa di posizione come quella di Erri De Luca, in questo preciso momento storico, costringe a leggerla in modo estremo: o come un gesto di lucidità rara (sicuramente la visione meno condivisibile) oppure come un’uscita totalmente fuori misura.

La maleducazione in TV

La maleducazione in TV non è più un incidente: è diventata un formato.

C’è stato un tempo in cui la televisione italiana si reggeva su una specie di galateo implicito. Anche quando si litigava (e si litigava eccome) c’era comunque una soglia, un limite non scritto. Oggi quella soglia è saltata (vedi quello che è successo qualche giorno fa a Quarto Grado).

E non per caso: è saltata perché l’indignazione funziona, perché alza lo share, perché crea clip da rilanciare sui social.

Il punto non è solo che si alza la voce. Il punto è che si è trasformato il conflitto in intrattenimento puro. Interrompere, sovrastare, deridere l’interlocutore: non sono più scivoloni, ma strumenti narrativi. Il dibattito diventa spettacolo, e lo spettacolo ha bisogno di tensione continua. Anche artificiale.

Il risultato è una TV in cui la maleducazione non è un’eccezione, ma una grammatica. Chi resta calmo sembra debole, chi argomenta senza interrompere rischia di sparire, chi prova a spiegare viene travolto da chi urla meglio.

E qui c’è un paradosso interessante: più si alza il livello di aggressività, più si abbassa quello del contenuto. Perché la discussione non serve più a capire, ma a vincere. Non importa convincere, importa sopraffare.

Questa dinamica non nasce solo negli studi televisivi. È un riflesso del nostro ecosistema comunicativo più ampio: talk show, social network, commenti online. Tutto premia la reazione immediata, la battuta feroce, l’indignazione istantanea. La pazienza, invece, è diventata quasi sospetta.

Eppure la TV avrebbe ancora un ruolo prezioso: rallentare, dare tempo, permettere alle idee di essere spiegate. Invece spesso accelera, semplifica, esaspera. E così anche il dibattito pubblico perde profondità.

Forse la vera questione non è chiedersi perché in TV si urla così tanto, ma perché abbiamo iniziato a considerarlo normale. Perché abbiamo accettato che la maleducazione sia una forma di spettacolo legittima, persino divertente.

In fondo, spegnere il volume è facile. Più difficile è riaccendere un linguaggio civile dentro lo spazio pubblico.

La giusta concentrazione

Restare concentrati solo sull’immediato, tra notizie e polemiche che si consumano nel giro di poche ore, non rischia forse di farci perdere la visione più ampia delle cose?

Forse sarebbe meglio imparare a tralasciare certi temi, certe notizie, scegliendo di approfondire soltanto ciò che conta davvero: quello che ha più possibilità di restare, di lasciare un segno e sedimentare nel tempo.

Disastro Milan

Ci sono annate storte e poi ci sono stagioni che lasciano addosso una sensazione peggiore: quella dello smarrimento. Il Milan di oggi sembra appartenere più alla seconda categoria. Perché perdere può capitare, sbagliare mercato pure, ma ciò che preoccupa davvero i tifosi rossoneri è la sensazione di un progetto che abbia smarrito direzione, idee e perfino carattere.

Il problema non è soltanto la mancata qualificazione alla prossima Champions League o il risultato dell’ultima partita con il Cagliari: il vero disastro del Milan sta nella percezione di una squadra che sembra incapace di riconoscersi. Per lunghi tratti della stagione si è vista una formazione fragile mentalmente, poco continua, spesso confusa tatticamente e incapace di reagire nei momenti decisivi. Una squadra che alterna lampi di talento a blackout inspiegabili.

Eppure le aspettative erano alte. Dopo anni di ricostruzione, il Milan sembrava aver trovato una strada: un’identità giovane, sostenibile, persino vincente. Lo scudetto aveva dato l’illusione di un ciclo pronto a consolidarsi. Invece qualcosa si è incrinato. Forse nella gestione tecnica, forse nelle scelte societarie, forse nella convinzione che bastasse poco per restare competitivi ai massimi livelli. Forse tutto quanto insieme.

Anche il mercato è finito inevitabilmente sul banco degli imputati. Troppi innesti che non hanno inciso davvero, troppe scommesse senza certezze, poca leadership nei momenti complicati. In certe partite il Milan è apparso una squadra senza guida emotiva, senza quella cattiveria agonistica che storicamente appartiene al DNA rossonero.

I grandi club attraversano momenti difficili: il rischio è normalizzare la mediocrità. Accettare che il Milan possa galleggiare senza ambizioni reali, vivendo di ricordi e di speranze rinviate all’anno successivo.

Cosa fare? Da tifoso, mi aspetterei una rivoluzione profonda basata su una programmazione seria (complimenti al Como).

Quale migliore momento di questo?

Il 23 maggio 1992 per un palermitano

Per un palermitano, la strage di Capaci non è mai solo una pagina di storia: è un prima e un dopo. È il rumore sordo di un’autostrada squarciata che ancora oggi sembra attraversare la memoria collettiva della città. Il 23 maggio 1992 non vennero assassinati soltanto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro: quel giorno fu colpita anche Palermo, nella sua coscienza più profonda.

Per chi è nato e cresciuto qui, Capaci significa convivere con una ferita e insieme con una responsabilità. Per anni Palermo è stata raccontata solo attraverso la mafia, quasi fosse il suo unico destino: eppure proprio da questa terra sono nate le voci, le lotte e il coraggio di chi quel destino ha deciso di sfidarlo. Falcone e poi Paolo Borsellino non sono soltanto simboli: sono un richiamo permanente alla possibilità di scegliere da che parte stare.

Un palermitano conosce il peso delle contraddizioni. Sa cosa significa amare una città bellissima e insieme soffrire per le sue occasioni mancate, per il silenzio, per la rassegnazione che talvolta la avvolge. Ma sa anche che Capaci ha cambiato qualcosa: ha trasformato l’indifferenza in domanda, la paura in coscienza civile, almeno per una parte di questa città.

Ogni anno, quando maggio ritorna, Palermo sembra rallentare: le sirene della memoria si riaccendono, le scuole parlano di legalità, le strade si riempiono di nomi che non devono diventare retorica. Perché il rischio più grande, dopo oltre trent’anni, è trasformare Capaci in una celebrazione rituale, dimenticando che il suo significato più autentico è scomodo: ricordarci che la mafia non è stata solo violenza criminale, ma anche cultura del compromesso, del favore, dell’omertà.

Per un palermitano, Capaci resta allora una domanda aperta: che città vogliamo essere? Una città schiacciata dal proprio passato o una capace di custodire il sacrificio di chi ha provato a cambiarla davvero?

Il coraggio di una previsione

In tempi in cui nessuno tende a prendere il rischio di fare una previsione, mi ha molto stupito leggere su Repubblica di ieri, l’articolo di Alberto Crespi in cui l’autore si espone sul successo del prossimo film di Alice Rohrwacher (Tre sorelle incestuose).

Non ho idea di cosa spinga Crespi a scrivere del film con tanto entusiasmo, ma segno, annoto e con curiosità aspetterò il 2027: pronto a dare ulteriore risalto nel caso in cui la regista italiana dovesse prendere qualche premio.