Sacrifici #412

Insalata di polpo.

Parola per parola

Parola per parola ti fa venire voglia di guardare le parole con occhi diversi.

A prima vista sembra un dizionario, ma in realtà va un po’ oltre. Non ti dà solo definizioni: ti accompagna dentro il modo in cui le parole vengono usate davvero, nella vita di tutti i giorni, con tutte le loro sfumature.

La cosa bella è che non tratta la lingua come qualcosa di rigido o da manuale: al contrario, la vede come qualcosa di vivo, che si muove continuamente. Le parole cambiano a seconda di chi le usa, del momento, del contesto. E spesso anche dello stato d’animo.

Leggendolo o anche solo consultandolo ogni tanto, ci si accorge di una cosa abbastanza semplice: parlare non è mai automatico. Ogni parola che si sceglie ha un peso, anche minimo, e contribuisce a dare forma a quello che si vuol dire.

E poi c’è un’altra cosa che colpisce: non è un libro freddo o accademico. È molto concreto, molto legato all’uso reale della lingua. Non ti parla dall’alto, ma quasi da dentro le parole, come se le osservasse mentre vengono usate davvero.

Alla fine, Parola per parola lascia una sensazione abbastanza chiara: le parole non sono solo strumenti per comunicare, sono anche il modo in cui pensiamo e diamo forma a quello che ci succede intorno.

De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai

Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.

Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

Leão, il talento mai diventato guida

Mi chiedo: ma è normale che un giocatore con un contratto fino al 2028 (altri due anni, eh?), dica questo?

Personalmente penso di avere già dato tutto quello che avevo nel Milan. È stato un club che mi ha aiutato molto a crescere, che mi ha appoggiato nei momenti difficili e fortunatamente sono anche riuscito a scrivere il mio nome nella storia rossonera. […] Penso che tutti ovviamente abbiano dei sogni, delle ambizioni, delle sfide da voler affrontare. Io ambisco ad avere una nuova sfida in un nuovo campionato. E se questo dovesse accadere, sarei molto contento. Anche perché ho realizzato di aver fatto un buon lavoro al Milan. […] Adesso la cosa più importante per me è il Mondiale. Voglio fare un buon Mondiale, riuscire ad aiutare la mia Nazionale. E poi quando arriverà il momento, studierò le migliori opzioni per il futuro della mia carriera, per continuare a competere ai massimi livelli nel calcio europeo.

Rafael Leão è il simbolo perfetto di un talento sprecato a metà: ha tecnica, velocità, colpi da fuoriclasse, eppure troppo spesso nel Milan ha giocato come se la partita non lo riguardasse davvero. Un’azione straordinaria ogni tanto non può cancellare novanta minuti di superficialità e atteggiamenti svogliati. Nel calcio dei grandi, il talento senza carattere diventa solo un’illusione ripetuta. Il problema di Leão non è che sia scarso (non lo credo affatto e sono certo che ovunque andrà farà benissimo): è che da anni ci raccontano un campione che nei momenti decisivi continua a non presentarsi davvero.

Il fatto che non si renda conto che la pessima stagione del Milan sia anche colpa sua, non depone a suo favore. Certo, non esistono più i Maldini, i Totti o gli Zanetti (è il business, bellezza!), ma un po’ più di rispetto verso la maglia rossonera e sana autocritica non avrebbe guastato. 

Eco e l’umana sete di prefazioni

Sul Foglio Weekend di questa settimana c’è un interessante articolo su Umberto Eco e su una sua inedita raccolta pubblicata da La nave di Teseo.

Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue Bustine di Minerva e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani. Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questo volume di “scritti liminari” copre un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, di attualità e costume, sui fumetti e una selezione di testi di carattere filosofico e semiotico. Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni.

Pensieri notturni

C’è qualcosa nella notte che cambia il modo in cui si scrive. Non saprei dire se renda più lucidi oppure soltanto più sinceri, ma succede spesso: parole che durante il giorno sembrano irraggiungibili, dopo mezzanotte iniziano improvvisamente a trovare il loro posto.

Forse è una questione di silenzio. Di quel tipo di silenzio raro, quasi irreperibile nelle ore diurne. Di notte il mondo rallenta: le notifiche smettono di rincorrerti, il rumore si abbassa, le richieste degli altri si fanno più lontane. Restano una stanza, una luce accesa e il suono irregolare dei propri pensieri.

Scrivere di notte significa anche esporsi meno al giudizio immediato. Durante il giorno si scrive spesso con la sensazione di essere osservati, valutati, interrotti. La notte invece sospende qualcosa: permette di scrivere male, di cancellare, di tentare senza fretta. È un tempo meno performativo, meno esibito.

Di notte affiorano cose che il giorno tende a nascondere: i pensieri irrisolti, le nostalgie, i dubbi, certe malinconie leggere che alla luce del sole sembrano quasi fuori posto. Non è un caso se tante pagine intense, intime, perfino necessarie, siano nate nelle ore in cui il resto del mondo dormiva.

Naturalmente c’è anche il rischio della notte: quello di credere geniale ciò che al mattino apparirà soltanto confuso. Chi scrive lo sa bene. Esistono testi partoriti alle due del mattino che, riletti il giorno dopo, chiedono pietà. Ma fa parte del gioco. La scrittura vive anche di eccessi, di entusiasmi temporanei, di frasi salvate all’ultimo momento prima di essere cancellate.

Eppure, nonostante tutto, scrivere di notte conserva qualcosa di speciale. È un gesto quasi clandestino. Una forma di dialogo silenzioso con sé stessi. Come se il buio autorizzasse una sincerità diversa, meno filtrata.

Forse perché di notte siamo un po’ meno distratti. O forse perché, quando il mondo tace, si sente finalmente meglio ciò che abbiamo dentro da dire.

La complessità di Morin

Ieri è venuto a mancare Edgar Morin.

È stato uno di quei pensatori che non hanno mai offerto idee chiuse o facilmente consumabili. Quando ho letto uno dei suoi libri, ho avuto la sensazione di entrare in un modo diverso di guardare il mondo: più lento, più attento, meno sicuro di sé, ma proprio per questo più vicino alla realtà.

Edgar Morin partiva da un’intuizione semplice: la realtà non procede mai in modo lineare. Non è composta da elementi separati o da alternative nette, ma da un insieme di relazioni intrecciate che si influenzano continuamente, spesso in modo imprevedibile.

Per questo, nel suo pensiero, parlare di complessità non significa descrivere qualcosa di caotico o indecifrabile: significa piuttosto riconoscere che le cose stanno insieme anche quando non possono essere ridotte a una sola spiegazione. È un invito a rallentare il bisogno di semplificare, perché nel tentativo di rendere tutto più chiaro si rischia di perdere ciò che è essenziale.

Morin ha insistito a lungo su un punto: siamo abituati a ragionare per opposizioni nette (vero o falso, giusto o sbagliato, natura o cultura, individuo o società). Eppure, secondo lui, la realtà non funziona così. Queste categorie non si escludono, ma si sovrappongono e si intrecciano: comprendere davvero qualcosa significa imparare a tenere insieme ciò che appare contraddittorio.

Dentro questa visione c’è anche un’idea precisa di essere umano: non siamo individui isolati, autonomi e indipendenti in senso assoluto. Siamo invece il prodotto di una rete fitta di relazioni familiari, sociali, culturali e linguistiche. E allo stesso tempo contribuiamo a trasformare quella rete: siamo dentro il sistema e al tempo stesso lo influenziamo continuamente.

Un altro aspetto centrale del suo pensiero riguarda la conoscenza: per Morin non esiste un sapere definitivo o assoluto. Ogni forma di conoscenza è sempre parziale, legata a un punto di vista e quindi inevitabilmente esposta all’errore. Ma questo non è un difetto da eliminare: è una condizione strutturale del pensiero umano. Anzi, spesso è proprio dall’errore che nasce una comprensione più profonda.

In questa prospettiva, anche la scuola dovrebbe cambiare direzione. Non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni separate, ma insegnare a costruire connessioni, perché la realtà non è fatta di compartimenti stagni: la storia dialoga con la geografia, la scienza con la società, l’economia con la vita quotidiana delle persone. Imparare significa soprattutto imparare a vedere questi legami.

Tutto questo rende il pensiero di Morin estremamente attuale. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, ma spesso frammentate, rapide e scollegate tra loro. Eppure le grandi questioni del nostro tempo (ambientali, sociali, tecnologiche) non possono essere comprese da un unico punto di vista: richiedono uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme le diverse dimensioni.

Alla fine, la lezione che ci lascia Morin è una forma di umiltà intellettuale: non ci promette di capire tutto, ma ci invita a capire meglio, accettando la complessità invece di rifugiarsi in spiegazioni troppo semplici. Forse è proprio questo il suo insegnamento più prezioso: non cercare scorciatoie nel pensiero, ma restare dentro la realtà così com’è, anche quando appare intrecciata e difficile da ordinare.

Oggi, tutto questo sembra quasi controcorrente. E quindi, mancherà.

“Due spicci” di Zerocalcare e la voce dei quarantenni di oggi

L’impatto di Zerocalcare sui quarantenni di oggi (categoria alla quale appartengo anch’io) può forse riassumersi in una sensazione molto semplice: sentirsi finalmente raccontati senza essere giudicati.

Per una generazione cresciuta tra promesse enormi e una realtà spesso più complicata del previsto, Zerocalcare rappresenta uno specchio: non quello deformante della nostalgia facile o dell’epica generazionale, ma uno specchio imperfetto, ironico, talvolta persino crudele, dentro il quale riconoscersi davvero.

I quarantenni di oggi appartengono a una generazione particolare: adolescenti analogici e adulti digitali. Hanno conosciuto i telefoni fissi, il rumore dei modem, le cassette, MTV, i centri sociali, i forum online e l’idea (poi rivelatasi meno certa del previsto) che studiare molto avrebbe garantito stabilità e sicurezza. Poi sono arrivati la precarietà, le crisi economiche, i cambiamenti sociali rapidissimi e una trasformazione continua delle relazioni umane.

In questo passaggio spesso confuso, Zerocalcare è riuscito a raccontare proprio ciò che molti sentivano senza riuscire a nominarlo: il senso di inadeguatezza, la fatica emotiva, le amicizie che resistono al tempo, il rapporto ambiguo con il passato, la paura di diventare adulti senza sentirsi mai davvero tali.

La sua forza non è mai stata quella di offrire risposte o soluzioni. Anzi. Zerocalcare piace ai quarantenni proprio perché non fa il guru, non pontifica, non semplifica ma racconta l’ansia senza trasformarla in moda, la malinconia senza indulgere nella retorica, l’impegno politico senza ridurlo a slogan.

E soprattutto racconta una fragilità maschile rimasta per anni invisibile o caricaturale: uomini pieni di dubbi, emotivamente impacciati, incapaci di dire certe cose ma profondamente attraversati dalle emozioni. Figure lontanissime dall’idea di mascolinità granitica con cui molti quarantenni sono cresciuti.

C’è poi un elemento fondamentale: la memoria condivisa. Le citazioni pop, i riferimenti culturali e le ossessioni generazionali non sono mai un semplice esercizio nostalgico, ma strumenti per costruire un linguaggio comune. Chi legge i fumetti o guarda le serie di Zerocalcare spesso non prova soltanto la sensazione di capire ciò che sta vedendo: prova soprattutto quella, più rara, di sentirsi capito.

Forse il vero impatto di Zerocalcare sui quarantenni sta proprio nell’aver dato dignità narrativa a una generazione spesso raccontata male: troppo giovane per sentirsi davvero adulta, troppo adulta per considerarsi ancora giovane, sospesa tra aspettative disattese e una continua ricerca di senso.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler apparire sicuri, risolti, performanti, Zerocalcare continua ostinatamente a ricordare una verità semplice: si può essere pieni di dubbi e andare avanti lo stesso.

Ed è forse proprio questo il cuore di Due spicci, la nuova serie uscita su Netflix in questi giorni. Non cerca di stupire con grandi effetti o moralismi, ma racconta quel territorio emotivo che molti conoscono bene: le amicizie che cambiano, le paure che restano, il tempo che passa, il senso di inadeguatezza, la difficoltà di comprendere sé stessi e gli altri.

Zerocalcare non racconta una generazione: racconta il modo in cui si sopravvive al tempo che passa senza diventare qualcun altro e se ci riconosciamo nelle sue storie, non è perché siano perfette, ma perché somigliano alle nostre crepe. Quelle che non spariscono, ma imparano a restare illuminate abbastanza da non farci più paura.

I lacci dell’ignoranza

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a pensare alla mia ignoranza: a quanto sia inevitabilmente limitato ciò che conosco rispetto all’enorme quantità di cose che ignoro.

Rendersi conto di non sapere abbastanza è, in fondo, una risorsa preziosa. È ciò che spinge a leggere, approfondire, studiare davvero. Non per accumulare nozioni in modo sterile, ma per comprendere un po’ meglio il mondo, avanzando lentamente attraverso dubbi e nuove consapevolezze, sapendo che ogni scoperta apre inevitabilmente altre zone d’ombra.

C’è però una distinzione importante da fare: esiste l’ignorante discreto, quello che evita di parlare di ciò che non conosce (e talvolta tace persino su ciò che conosce) ed esiste quello rumoroso, che sente il bisogno di esibire le proprie convinzioni su tutto, trasformando il non sapere in spettacolo pubblico.

Forse ci farebbe bene recuperare il valore del silenzio, oggi diventato quasi una rarità. Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, opinioni, esposizione costante di sé. I social hanno amplificato un bisogno già esistente: esserci, mostrarsi, essere ascoltati.

L’impressione è che l’essere umano contemporaneo viva in una tensione continua verso il pubblico. Parla, scrive, si mette in scena (sì, ok, in qualche misura lo sto facendo anch’io) perché desidera attenzione, riconoscimento, approvazione. Talvolta perfino al prezzo di rendere evidente, senza alcun imbarazzo, la superficialità delle proprie conoscenze.

Forse il primo passo utile sarebbe proprio questo: riconoscere serenamente quanto siamo ignoranti. Tutti, in misura diversa.

Ferrari Luce

La Ferrari Luce non è solo un’auto: è una dichiarazione d’intenti.

E proprio per questo sta facendo discutere più di quanto forse Maranello avesse previsto: un’auto elettrica da oltre 600 mila euro, quattro porte, cinque posti, oltre 1000 cavalli e un design che ha poco a che vedere con l’immaginario classico del Cavallino.

E qui nasce la prima frattura: non tanto tecnologica, quanto culturale.

La Luce segna infatti un cambio netto rispetto alla tradizione Ferrari: non è una berlina, non è una supercar nel senso classico, non è nemmeno un SUV nel solco della Purosangue. È qualcosa di nuovo (forse troppo?) che prova a reinterpretare il marchio per un pubblico diverso, più orientato alla tecnologia che alla liturgia del motore termico.

Il problema non è l’elettrico in sé, né la ricerca aerodinamica o le prestazioni, che sulla carta restano impressionanti. Il nodo è un altro: la percezione di identità.

Molti osservatori e appassionati hanno sottolineato come la Luce sembri parlare un linguaggio più vicino al design digitale che alla tradizione automobilistica italiana. Linee minimaliste, superfici levigate, interni quasi Apple-like, frutto della collaborazione con LoveFrom, il collettivo di design legato a Jony Ive e Marc Newson. Tutto coerente, tutto razionale. Ma anche distante da ciò che per decenni ha definito Ferrari: emozione meccanica, aggressività visiva, riconoscibilità immediata.

Ed è qui che la critica diventa più interessante: la domanda non è se la Luce sia bella o brutta. La domanda è se sia ancora una Ferrari nel senso simbolico del termine. Molti appassionati rispondono di no: troppo grande, troppo silenziosa, troppo razionale. Altri invece la vedono come un tentativo inevitabile di adattamento a un mercato che cambia, dove anche i marchi più iconici devono confrontarsi con l’elettrificazione e con nuovi pubblici globali.

C’è poi il tema del prezzo, che amplifica tutto. Una cifra che la colloca non solo nel segmento del lusso estremo, ma quasi in una dimensione parallela, dove il valore non è più legato solo alla prestazione, ma all’appartenenza simbolica.

Eppure, proprio qui sta il punto più critico: quando il simbolo diventa più importante dell’esperienza, il rischio è che l’oggetto perda il suo ancoraggio emotivo. Che diventi status puro, invece che passione.

La Ferrari Luce, in questo senso, è un esperimento radicale. Forse necessario, ma anche rischioso. Perché ogni brand vive di equilibrio tra innovazione e riconoscibilità. E spingersi troppo lontano da ciò che si è stati può aprire nuove strade oppure lasciare spaesati proprio quelli che quel marchio lo hanno amato per decenni.

In fondo, la vera domanda non è se la Ferrari Luce funzioni come auto elettrica: è se, guardandola, si riesca ancora a riconoscere la Ferrari.