Il libro dei libri proibiti

Il libro dei libri proibiti è uno di quei volumi che, già dal titolo, promettono un viaggio affascinante dentro la storia delle idee: più che un semplice elenco di testi censurati, è una mappa delle paure che, nei secoli, hanno attraversato società, istituzioni e poteri.

Dalla Chiesa alla politica, dalla morale alle dittature, ciò che emerge è un filo comune: il timore della parola libera. I libri proibiti non sono mai stati davvero pericolosi in sé, ma per ciò che potevano generare. Pensiero critico, dubbio, immaginazione. Tutto ciò che sfugge al controllo.

Il libro funziona proprio perché non si limita a raccontare i divieti, ma li contestualizza. Ogni opera censurata diventa una storia dentro la storia: di chi ha scritto, di chi ha vietato, di chi ha letto comunque. E spesso si scopre che ciò che ieri era considerato scandaloso o sovversivo oggi è parte del patrimonio culturale condiviso.

C’è anche una riflessione implicita sul presente. La censura non è scomparsa, ha solo cambiato forma. Non sempre è esplicita, non sempre arriva dall’alto. A volte passa attraverso dinamiche più sottili: economiche, sociali, culturali.

Il libro dei libri proibiti è, in fondo, un invito a leggere con maggiore consapevolezza. Perché ogni volta che un libro viene vietato, non è solo un testo a essere colpito: è la possibilità stessa di pensare liberamente.

Dai libri bruciati insieme ai loro autori nella Cina del III secolo avanti Cristo, fino a Ipazia, massacrata per la sua femminile saggezza. Dal libro sulla commedia di Aristotele ai volumi distrutti nel 642 nella biblioteca di Alessandria. Dal «falò delle vanità» promosso a Firenze nel 1497 da Girolamo Savonarola ai manoscritti maya bruciati dalla Santa Inquisizione. Dall’Index Librorum Prohibitorum del 1559 alla condanna per oscenità del Marchese de Sade, fino ai «Bücherverbrennungen» dei nazisti per poi arrivare a “Lolita” di Nabokov, ai “Ragazzi di vita” di Pasolini e perfino a “Winnie the Pooh” di Milne. E ancora Henry Miller, Jack Kerouac, Louis-Ferdinand Céline e molti altri autori, indicati nel tempo e nelle sue imprevedibili pieghe di volta in volta come «proibiti». Da sempre il potere considera i libri una delle armi più pericolose ed eversive per l’ordine costituito, per la morale, per il rispetto delle regole. La censura, ma anche semplicemente l’etica pubblica, la politica, e soprattutto la Chiesa e le varie dittature in ogni luogo del pianeta hanno deciso o tentato di decidere lungo la storia cosa la gente doveva o non doveva leggere. Perché i libri sono senza alcun dubbio uno degli elementi che costituiscono la libertà degli esseri umani.

Niccolò Fabi e il senso di responsabilità

Il Concerto del Primo Maggio è da anni una fotografia in tempo reale di ciò che sta succedendo nella musica italiana. Ogni edizione mescola generi, linguaggi, pubblici diversi. Non sempre con equilibrio, ma quasi sempre con una direzione chiara: intercettare ciò che si muove adesso. Sul palco convivono nomi consolidati e artisti emergenti, creando un contrasto che spesso racconta più di tante classifiche.

È qui che il concertone diventa un termometro: non misura solo il successo, ma le tendenze. Si capisce cosa sta crescendo, cosa sta cambiando, quali suoni stanno diventando centrali. L’urban che si trasforma, il pop che si ibrida, l’indie che si reinventa: tutto passa da lì, in forma magari imperfetta, ma visibile.

Certo, non è uno spazio neutro: ci sono scelte editoriali, equilibri televisivi, momenti più costruiti. Ma proprio per questo resta interessante: perché prova a tenere insieme musica, racconto e pubblico.

Alla fine, il Concertone non dice cosa sarà la musica italiana, ma spesso anticipa cosa potrebbe diventare. Durante quello di quest’anno mi hanno molto colpito le parole di Niccolò Fabi (sì, ok, sono di parte: è uno dei miei cantautori preferiti)

Voglio dedicare questa canzone a una categoria molto particolare di lavoratori: agli artisti, ai musicisti, ai lavoratori dello spettacolo. Praticamente a tutti noi che siamo qui davanti a voi, per ricordarci del senso di responsabilità che abbiamo quando scegliamo di scrivere o cantare delle cose. Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace. E credo che mai come in questo momento storico la pace vada raccontata e vada praticata.

C’è una sensazione diffusa nella musica italiana (e non solo): il linguaggio si è fatto più duro, più esplicito, spesso volutamente volgare. Non è una novità, ma oggi sembra diventato quasi uno standard. Le canzoni riflettono ciò che accade fuori. Il punto è capire se raccontano o se amplificano: quando la provocazione diventa formula, resta solo il rumore. E forse la vera sfida è tornare a dare peso alle parole.

In questo contesto, le parole delicate di Niccolò Fabi sembrano molto più rivoluzionarie di certe frasi urlate.

Primo Maggio

Il Primo Maggio è una di quelle date che sembrano scontate, ma non lo sono affatto: ogni anno torna con il suo carico di significato, e ogni anno costringe a fare i conti con cosa sia diventato davvero il lavoro.

Nato come giornata di rivendicazione, il Primo Maggio parla ancora di diritti, ma in un contesto profondamente cambiato: oggi il lavoro è spesso precario, frammentato, meno riconoscibile. Non è più solo fabbrica o ufficio: è consegna, piattaforma, algoritmo. Cambia forma, ma non sempre migliora.

C’è poi una distanza sempre più evidente tra chi ha tutele e chi no. Tra chi può permettersi di scegliere e chi deve accettare. E in mezzo, una sensazione diffusa di instabilità che riguarda intere generazioni.

Celebrare il Primo Maggio, allora, non è solo guardare al passato: è chiedersi che valore diamo oggi al lavoro. Se è ancora uno strumento di dignità o se, troppo spesso, è diventato qualcosa da inseguire a qualsiasi costo.

Non è una festa (forse un po’ anacronistica) che si esaurisce in un giorno: è una domanda aperta, che resta anche quando finiscono le celebrazioni.

Il cast debole di Sanremo 2026

Ricordo ancora, uscito il cast di Sanremo 2026, parecchi articoli in cui si criticavano le scelte della direzione artistica.

A due mesi dalla fine del Festival, è certificato che l’ultima edizione ha perso oltre 300 milioni di streaming rispetto agli anni precedenti.

L’unico a non avere capito per tempo di avere tra le mani interpreti più deboli, è stato Carlo Conti.

L’omicidio Poggi e i tempi della giustizia

Il delitto di Avetrana (Sarah Scazzi), l’omicidio di Yara Gambirasio, la strage di Erba, il delitto di Cogne, il mostro di Firenze, l’omicidio di Elisa Claps e il più recente caso di Giulia Cecchettin: questi crimini hanno segnato la memoria collettiva italiana, spesso seguiti da un’intensa copertura televisiva e giornalistica.

Oltre questi, c’è anche il caso dell’omicidio di Chiara Poggi del quale si parla in questi giorni per via dei recenti sviluppi.

A distanza di ben 19 anni, tra indagini, processi, appelli e sentenze, la vicenda ha attraversato un percorso lungo e complesso, fatto di svolte, ripensamenti e momenti di forte esposizione mediatica: non è solo una questione di esito giudiziario, ma di durata. Perché quando i tempi si allungano così tanto, il rischio è che la giustizia perda una parte della sua forza.

La lentezza non è solo un dato tecnico. Ha conseguenze concrete: per le famiglie coinvolte, per l’opinione pubblica, per la percezione stessa dello Stato. Una giustizia che arriva dopo molti anni rischia di sembrare meno efficace, anche quando è formalmente corretta (che poi, nel caso specifico, si può davvero essere certi che Alberto Stasi sia colpevole?)

Il caso Poggi diventa così emblematico di un sistema che fatica a trovare equilibrio tra garanzie e rapidità: i passaggi processuali sono necessari, le tutele fondamentali. Ma quando il tempo si dilata eccessivamente, si crea una distanza tra verità giudiziaria e percezione comune.

Il punto non è semplificare un sistema complesso, ma interrogarsi su come renderlo più efficiente senza sacrificare i diritti. Perché la giustizia, per essere tale, non deve solo essere giusta: deve anche arrivare in tempo.

Il vero fallimento di Gravina

Non ritengo di aver fallito. Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito, ma se vogliamo parlare dell’attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la nostra federazione è tra le più apprezzate in Europa.

Ascoltando le parole di Gabriele Gravina a Otto e mezzo, è chiaro quanto alcuni dirigenti (in tutti i campi) non abbiano percezione del proprio ruolo e delle responsabilità che ne derivano.

Il bilancio della presidenza di Gravina alla FIGC è diventato col tempo sempre più difficile da difendere: non per un singolo episodio, ma per una somma di segnali che raccontano un sistema in affanno.

Il dato più evidente è sportivo: risultati deludenti, qualificazioni mancate o complicate, un movimento che fatica a competere ai massimi livelli. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il problema è più profondo e riguarda la capacità di visione.

Negli anni, la sensazione è stata quella di una gestione che ha rincorso le emergenze invece di anticiparle. Riforme annunciate, spesso incomplete e un calcio che continua a mostrare fragilità strutturali: stadi vecchi, settori giovanili non valorizzati abbastanza, un sistema economico instabile.

C’è poi il tema della credibilità: la guida di una federazione richiede autorevolezza e capacità di tenere insieme interessi diversi. E invece il clima attorno alla FIGC è apparso spesso frammentato, segnato da tensioni e polemiche.

Il punto non è negare le difficoltà oggettive del calcio italiano, ma chiedersi quanto siano state affrontate davvero: guidare significa scegliere una direzione, non limitarsi a gestire il presente.

Alla fine, il giudizio su una presidenza si misura nel tempo: oggi la sensazione diffusa è che il tempo sia passato senza lasciare un segno chiaro. Ed è forse questa la critica più pesante: non tanto gli errori, quanto l’assenza di un vero cambiamento e la conseguente percezione di non avere alcuna colpa del fallimento.

La musica è finita

Sto leggendo in questi giorni La musica è finita di Gino Castaldo. È un libro che riesce a fare una cosa sempre più rara: raccontare la musica senza ridurla a semplice cronaca o nostalgia.

Castaldo costruisce un percorso che è insieme personale e collettivo, attraversando decenni di canzoni, artisti e cambiamenti culturali. Ma il punto non è solo ricordare: è capire cosa la musica ha significato dentro le trasformazioni della società italiana. La scrittura è appassionata, mai autoreferenziale. Si sente la competenza del critico (scrive da oltre cinquant’anni), ma anche lo sguardo di chi la musica l’ha vissuta, ascoltata, interpretata nel tempo. Non c’è distacco accademico, ma nemmeno eccesso di sentimentalismo: un equilibrio raro.

Uno dei meriti del libro è quello di restituire alla musica il suo ruolo di linguaggio culturale, non solo di intrattenimento: le canzoni diventano tracce di memoria, specchi di epoche diverse, strumenti per leggere cambiamenti sociali e generazionali.

La musica è finita non è un addio, ma una riflessione sul modo in cui la musica continua a trasformarsi. Ed è proprio questo che lo rende un libro interessante: non chiude nulla, ma apre continuamente nuove ascolti possibili.

Sulla grazia a Nicole Minetti

Il caso della grazia a Nicole Minetti riporta al centro una parola che in Italia pesa molto più di quanto sembri: clemenza.

La grazia, infatti, non cancella il reato, ma interviene sulla pena, riducendola o estinguendola. È una decisione eccezionale, nelle mani del Presidente della Repubblica, e proprio per questo ogni volta che viene concessa diventa inevitabilmente un fatto pubblico, politico, simbolico. 

Nel caso Minetti, la questione non è solo giuridica: è soprattutto percettiva. Perché ogni atto di grazia porta con sé una domanda implicita: si tratta di un gesto di umanità o di un privilegio? E questa domanda pesa ancora di più quando riguarda figure già esposte mediaticamente.

C’è poi un altro elemento: il rapporto tra giustizia, politica e opinione pubblica. La grazia nasce per correggere rigidità del sistema, per intervenire in situazioni particolari, umane prima ancora che legali. Ma nel momento in cui entra nel dibattito pubblico, rischia di essere letta come un’eccezione ingiusta rispetto a chi non ha la stessa visibilità o le stesse possibilità (e nel caso specifico è abbastanza chiaro che qualcosa non torni)

Il punto, forse, non è stabilire se una grazia sia giusta o sbagliata in assoluto: è capire quanto siamo disposti ad accettare l’idea che la giustizia non sia solo applicazione automatica delle regole, ma anche valutazione, contesto, discrezionalità.

E proprio lì nasce il disagio: nel confine sottile tra diritto e percezione: dove ogni decisione legittima può diventare, agli occhi di qualcuno, un’ingiustizia.