La buona letteratura

Via la Repubblica (e io ne ho scritto qui)

I 250.000 di Ultimo

Che si tratti di Ultimo, Vasco o degli Rolling Stones, continuo a chiedermi quale sia il senso di assistere a un concerto stando a un chilometro dal palco: alla fine non vedi l’artista, ma un maxischermo, spesso con un audio che arriva anche in ritardo.

Davvero è questa l’esperienza che si vuole offrire? Non sarebbe stato più sensato organizzare tre o cinque date invece di una sola, garantendo a tutti uno spettacolo più godibile?

Chi legge?

C’è un aspetto che ogni volta mi rattrista durante le belle giornate trascorse al mare: sembra che quasi nessuno legga più.

Escludendo me, riesco a contare sulle dita di una mano le persone che hanno con sé un libro, un iPad o un Kindle. Giornali, neanche a parlarne.

Ormai sembrano appartenere a una specie sempre più rara, quasi in via di estinzione.

Un momento di bellezza

La parola torni alla letteratura

Sulla questione delle presunte parole pronunciate da Michele Mari, quello più lucido (anche a ‘sto giro) mi sembra Michele Serra

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che “non si può più dire niente”, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato “politicamente corretto”. Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?

Una foto

Nell’epoca dell’apparire, una cosa del genere non so se mi fa più sorridere o mette tristezza.

Quando imposti i rapporti internazionali così, questo è il minimo che può capitarti.

Scambiare i complimenti per lealtà e l’affinità politica per una garanzia di affidabilità è un errore che in politica internazionale si paga caro: Giorgia Meloni sembra aver creduto che il rapporto personale con un leader dall’ego ingombrante fosse un punto di forza. In realtà, quando si entra nel suo gioco, si finisce inevitabilmente per recitare una parte nel suo spettacolo.

E a pagare il prezzo di questa illusione è l’intero Paese.

Il mondo di questi anni

È sempre interessante leggere il blog di Luca Sofri

Il mondo di questi anni ci ha abituati che su ogni cosa di qualunque scala si debba prendere posizione, a ogni critica si debba rispondere, a ogni argomento buttato lì dal primo che passa su un social network, o su un giornale che ha preceduto l’arrivo degli hater di un decennio, si debbano opporre ragioni. Anche quando non ne sappiamo niente, anche quando avremmo tutti cose migliori da fare, anche quando la questione è insignificante («eh, ma è il principio!»), anche quando è chiaro che stiamo cascando in una strumentale richiesta di attenzioni, da parte di troll o di giornali quotidiani.

Vietare i social o insegnare ad abitarli?

Vietare i social agli under 16 sembra una soluzione semplice a un problema enorme. Ed è proprio questo che mi lascia perplesso: quando un tema è complesso, le scorciatoie raramente funzionano.

Sì, i social possono essere tossici. Possono amplificare ansie, dipendenze, bullismo, solitudine. Ma davvero pensiamo che basti spegnere un interruttore per risolvere tutto?

La domanda che mi faccio è un’altra: dov’erano gli adulti mentre le piattaforme diventavano il luogo dove intere generazioni crescevano senza strumenti? Dov’era la scuola? Dov’era una vera educazione digitale? Dov’era la politica quando algoritmi pensati per catturare attenzione diventavano più forti di qualsiasi presidio educativo?

Vietare è spesso la risposta più facile. Educare è la più difficile.

E poi c’è un rischio enorme: trasformare i ragazzi in un problema da contenere, invece che in persone da accompagnare. Perché il punto non è se un quindicenne entrerà online (entrerà comunque, magari aggirando divieti e controlli) ma con quali strumenti critici lo farà.

Forse il problema non è che i ragazzi stiano troppo sui social: forse il problema è che noi adulti abbiamo smesso da tempo di capire il mondo in cui vivono.

Su Vannacci e il centrodestra

Io questa intervista a Lupi la conservo a futura memoria: non sono così sicuro che le cose vadano così.

E sinceramente, spero di sbagliarmi.

Curaçao

Il Curaçao con i suoi 180.000 abitanti ha una squadra di calcio che quest’anno gioca i Mondiali.

L’Italia con i suoi circa 59 milioni di eroi, santi, poeti, artisti, navigatori, colonizzatori e trasmigratori, no.