Il concetto in realtà è molto semplice: in un lungo incontro ha manifestato la voglia di non essere più considerato come un simbolo, ma come un semplice autore, mettendo al centro la propria opera.
In anni in cui il mondo letterario (soprattutto in Italia) ama gli incasellamenti morali, le polemiche, le battaglie simboliche fini a se stesse, gli articoli indignati e i reel sui social, le parole di Rushdie appaiono in controtendenza: ci insegnano che un autore dovrebbe essere giudicato per le parole che scrive e non per tutto quello che gli gravita intorno.
Tutte le volte che vedo ‘ste cose penso alla riluttanza da parte di una certa politica nello stare all’interno delle regole (giuste o sbagliate che siano).
Evidentemente non si rendono conto, non c’è altra spiegazione.
Nelle consultazioni elettorali o referendarie è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini.
Tra le mille storie laterali riguardanti l’intelligenza artificiale e il modo di fare giornalismo, ce n’è una che penso valga la pena essere raccontata.
Ho un’età per la quale Facebook ha rappresentato il primo vero strumento di interazione sul web. Prima c’erano MSN e Windows Live Spaces, ma il salto di qualità è avvenuto con il social di Zuckerberg.
Da qualche anno, però è chiaro abbia un problema anagrafico: per le nuove generazioni è il social dei genitori, se non dei nonni: così la proprietà ha deciso di pagare i creator per postare sulla piattaforma. Se hai più di 100 mila follower su TikTok, YouTube oppure Instagram, Meta ti offre 1.000 dollari al mese per pubblicare reel sul social snobbato dai giovani. Diventano 3.000 per chi supera il milione di seguaci. Il programma si chiama Creator Fast Track: prevede un fisso garantito (ma solo per tre mesi) che dipende dal peso che l’autore ha sulle piattaforme della concorrenza. Questi compensi si sommano ai normali ricavi pubblicitari, agendo come un bonus per chi decide di tradire la concorrenza o, più semplicemente, di diversificare i propri post o reel.
Per Facebook si tratta di un tentativo di colmare un ritardo storico. Pur avendo oltre 3 miliardi di utenti, la piattaforma ha faticato negli anni ad affermarsi come destinazione primaria per i creator, che hanno privilegiato soprattutto TikTok e YouTube.
Quello di Facebook, solo qualche anno fa, sembrava un dominio impossibile da scalfire: in poco tempo, sembra essere tutto cambiato.
Forse non ci rendiamo conto quanto vada veloce il mondo della tecnologia: ciclicamente nascono nuove piattaforme che spostano milioni di utenti.
E noi a correre da una parte e dall’altra alla ricerca di nuovi contenuti.
Tutte le volte che qualcuno a destra cerca di modificare la nostra meravigliosa Costituzione, c’è un coro a sinistra che motiva il non volere cambiare la Carta in quanto difendere la Costituzione è un dovere antifascista.
Bene. Se così realmente fosse, anche loro non dovrebbero permettersi di modificarla, difendendo lo stesso identico principio.
Eppure ricordo che la Costituzione antifascista fu cambiata sei anni fa, con la riduzione dei parlamentari voluta dal PD insieme con il Movimento Cinque Stelle (Elly Schlein era contraria, ma all’epoca era “solo” Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna).
Nel 2001, la Costituzione antifascista fu cambiata, con la modifica del Titolo V voluta dai Democratici di Sinistra, per potenziare i poteri di regioni ed enti locali.
Andiamo ancora a ritroso? Nel 1993 la Costituzione antifascista fu cambiata (anche) dal Partito Democratico della Sinistra, per cancellare l’immunità parlamentare. Certo, venivamo da Tangentopoli, ma ricordo l’ampia maggioranza raggiunta anche grazie all’intesa con il Movimento Sociale.
Eppure nel 1993, nel 2001 e nel 2020 non ricordo lo stracciarsi le vesti per salvare la Costituzione antifascista.
Ricordo male io o la Carta è da difendere solo da chi non la pensa come noi?
Quando leggo esponenti di centro destra come Matteo Salvini giustificare l’operato della famiglia nel bosco (qui un breve riassunto della vicenda) criticando aspramente l’intervento dei giudici del Tribunale de L’Aquila, mi viene molto da sorridere. Con il decreto 123/2023 (voluto e votato dall’attuale maggioranza, definito Decreto Caivano) si prevede l’arresto per chi non manda i propri figli a scuola.
Il responsabile dell’adempimento dell’obbligo scolastico che, ammonito ai sensi dell’articolo 114, comma 4, del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, non prova di procurare altrimenti l’istruzione del minore o non giustifica con motivi di salute, o con altri impedimenti gravi, l’assenza del minore dalla scuola, o non ve lo presenta entro una settimana dall’ammonizione, è punito con la reclusione fino a due anni. Il responsabile dell’adempimento dell’obbligo scolastico che, ammonito ai sensi dell’articolo 114, comma 5, secondo periodo, del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 per assenze ingiustificate del minore durante il corso dell’anno scolastico tali da costituire elusione dell’obbligo scolastico, non prova di procurare altrimenti l’istruzione del minore o non giustifica con motivi di salute, o con altri impedimenti gravi, l’assenza del minore dalla scuola, o non ve lo presenta entro una settimana dall’ammonizione, è punito con la reclusione fino a un anno.
Bisognerebbe ricordare a chi si riempie la bocca con giudizi morali sommari, che la situazione è anche figlia di quello che la propria parte politica ha approvato in Parlamento.
Prima la guerra tra Russia e Ucraina, poi i bombardamenti su Gaza, ora il conflitto in Medio Oriente: da anni ormai non possiamo che fare i conti con quello che sta succedendo nel mondo e che finisce inevitabilmente per condizionarci.
Spesso guardiamo a tutto questo con troppa distanza, poi mi è capitato di leggere questo libro e di riflettere già dalla seconda di copertina
Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro.
Come cantava Fabrizio De André, per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti…
Da oggi 19 marzo e fino al 7 aprile verrà tagliato il costo dei carburanti alla pompa di circa 25 centesimi. La misura principale del provvedimento è la riduzione delle accise, una delle componenti che formano il prezzo dal benzinaio. Di conseguenza diminuisce anche l’Iva, che si calcola sull’intero prezzo al distributore, comprensivo quindi delle stesse accise.
Ma al netto di tutto questo, qual è il costo del carburante in Italia?
– 0,993 €/litro, il gasolio – 0,818 €/litro, la benzina – 0,439 €/litro, il GPL
Il resto sono tutte imposte.
Fonte: Ministero dell’Ambiente
Ne consegue che fanno molto gettito e reggono buona parte delle spese del paese. Spese che i vari Ministeri sono costretti a tagliare:
Quando sentiamo ciclicamente proposte sull’eliminazione o comunque sul taglio delle accise, pensiamo veramente che qualche governo vi possa rinunciare a cuor leggero?