Li hanno sequestrati in un’indagine classificata come fuga di notizie: non era lei il bersaglio e non è stata accusata di alcun crimine. Aveva semplicemente più di 1100 fonti governative confidenziali.
Sono un consumatore seriale di libri (l’oggetto cartaceo ha in me un fascino indescrivibile). Negli ultimi anni, se ci fate caso, spesso alla fine, i volumi si sono ampliati con la presenza delle webliografie (o sitografie): queste, però, hanno portato una serie di problematiche che a oggi non credo siano del tutto risolte.
Mi spiego meglio: in un libro cartaceo, indicare una fonte online significa, in teoria, riportare l’URL completo: ma chi ha davvero voglia di riscrivere a mano indirizzi interminabili pieni di simboli, passando continuamente dalla carta allo schermo?
Allora mi sono fatto una domanda: non sarebbe più utile indicare solo la homepage del sito, il nome dell’autore (quando c’è) e soprattutto il titolo esatto del testo? Con titolo e autore, una ricerca su Google porta quasi sempre al risultato giusto in pochi secondi.
E, nel frattempo, la pagina resta più pulita, meno ingombrata.
Da una parte c’è il lavoro giornalistico, con la sua vocazione a indagare, mettere in discussione, portare alla luce ciò che resta opaco. Dall’altra c’è l’istituzione, che rivendica limiti, responsabilità e, spesso, il rischio di semplificazioni o forzature nel racconto mediatico.
Il punto interessante, più che lo scontro in sé, è il terreno su cui avviene: non è solo una questione personale o politica, ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione oggi: quanto può spingersi, come deve farlo, e quale rapporto deve mantenere con chi esercita il potere.
Il rischio, come spesso accade, è che il dibattito si polarizzi. Da un lato chi difende a priori il giornalismo, dall’altro chi lo accusa di spettacolarizzazione. In mezzo, però, resta una domanda più complessa: come si costruisce un’informazione credibile, capace di essere critica senza perdere rigore?
A me quello di Sigfrido Ranucci non pare un errore ma un metodo di lavoro. Spari una cazzata che faccia molta eco e poi provi a costruirci intorno un po’ di prove. Se non ci riesci chiedi vagamente scusa. Il contrario del giornalismo.
Riflettendoci un po’ su, in questi ultimi anni il modo di fare giornalismo di Report spesso viene preso (soprattutto da una parte ben definita di elettorato) come esempio di ottimo servizio pubblico: si basa su inchieste approfondite e su una forte vocazione a portare alla luce ciò che resta nascosto. Punta su documenti, testimonianze e ricostruzioni dettagliate, ma viene spesso criticato per il tono assertivo e per il rischio di semplificare temi complessi. Più che giornalismo, clamore mediatico.
Non sempre mi sono trovato d’accordo con alcune inchieste e spesso non ne ho condiviso i metodi.
Un po’ come avviene per Le iene, la sensazione è che si cerchi prima il caso e successivamente le prove per dare forza all’interrogativo.
Come scrive Mantellini, esattamente il contrario del giornalismo.
È uno di quei film che non cercano di spiegarsi subito: preferiscono restare sospesi, lasciare spazio, chiedere allo spettatore di entrare piano.
Sorrentino, dopo È stata la mano di Dio e Parthenope, torna a un cinema profondamente visivo, dove ogni inquadratura sembra costruita per dire qualcosa anche senza parole. Ma questa volta c’è una leggerezza diversa, meno barocca, più trattenuta: non rinuncia alla sua estetica, ma la usa con maggiore misura.
Il cuore del film sta tutto nel titolo: la grazia come qualcosa di fragile, intermittente, che appare e scompare: non è un concetto religioso in senso stretto, ma una condizione, un momento in cui tutto sembra trovare un equilibrio, anche solo per un attimo.
I personaggi si muovono dentro questa tensione continua tra vuoto e ricerca: non sono mai completamente definiti, e proprio per questo risultano più veri. C’è una malinconia diffusa, ma mai pesante, attraversata da momenti di ironia sottile (tipica, a dire il vero, del cinema di Sorrentino).
La grazia è un film che non si impone, ma resta. Non cerca il consenso immediato, ma costruisce un’esperienza che continua anche dopo la visione. E forse è proprio questo il suo merito più grande: lasciare qualcosa che non si esaurisce nei titoli di coda.
Acquistare un libro che forse non verrà mai letto è un gesto di speranza: il desiderio di vedersi diversi, magari migliori. È come una promessa fatta a se stessi.
Il vero problema non è avere una libreria piena di volumi ancora da aprire, magari in disordine, coperti di polvere e a tratti perfino imbarazzanti per le aspettative disattese: quella libreria resta comunque un paesaggio, una sorta di mappa delle proprie curiosità e aspirazioni, un piccolo museo di buone intenzioni.
Ci sono film che ti prendono per mano e altri che ti costringono a camminare da solo. No Other Choice – Non c’è altra scelta (in programmazione su Sky proprio in questi giorni) appartiene alla seconda categoria: non consola, non addolcisce, ma lascia addosso una lucidità quasi brutale che, paradossalmente, fa bene.
Con la regia di Park Chan-wook (sempre chirurgico quando si tratta di scavare nelle contraddizioni umane), il film costruisce una storia tesa e asciutta, dove ogni scelta pesa e ogni silenzio dice più di mille dialoghi. Non c’è spazio per scorciatoie morali: i personaggi si muovono dentro un mondo che somiglia fin troppo al nostro, fatto di compromessi, necessità e quella sensazione scomoda che, a volte, davvero non ci sia alternativa.
La forza del film sta proprio qui: non nel colpo di scena, ma nella coerenza. Tutto torna, anche quando fa male: e mentre guardi, ti accorgi che stai facendo i conti non solo con la storia, ma con te stesso.
È cinema che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo resta. Quando finiscono i titoli di coda, non hai la sensazione di aver visto un film, ma di aver attraversato qualcosa.
E oggi, tra storie spesso costruite per essere dimenticate in fretta, non è poco.
Con il continuo bombardamento di notizie, questa vicenda della scorsa settimana mi era passata del tutto sotto traccia: l’ho recuperata solo nel weekend, grazie alla newsletter de Il Post sul dannato futuro dei giornali.
La vicenda mette ancora una volta in evidenza un meccanismo ormai abbastanza tipico del dibattito online: la velocità con cui una questione editoriale si trasforma in caso pubblico. Al di là delle singole responsabilità (nel caso specifico, la ricostruzione della Lucarelli mi sembra francamente precisa e inattaccabile), colpisce soprattutto la dinamica. Una segnalazione, la diffusione sui social, la reazione immediata, poi il ritiro dal confronto pubblico. Tutto avviene in tempi molto rapidi, spesso prima che si possa costruire una discussione davvero approfondita.
Il punto non è solo stabilire cosa sia successo, ma osservare come oggi si sviluppino queste controversie: tra piattaforme e con la pressione costante dell’opinione pubblica. In questo contesto, anche gli errori non restano mai circoscritti, ma diventano immediatamente narrativi, parte di una storia più grande.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: non tanto il singolo episodio, quanto il modo in cui il sistema mediatico contemporaneo lo amplifica, lo trasforma e lo rende rapidamente irreversibile.
C’è una cerchia di intellettuali (spesso di sinistra) che sembra parlare soprattutto a se stessa: produce contenuti che si credono brillanti, spesso scollegati dalla realtà, e li offre a un pubblico sempre più ristretto e autoreferenziale. Il problema non è l’ironia o la sperimentazione, ma la distanza: il rischio è restare chiusi in una bolla che scambia l’autocompiacimento per analisi.
Fin dagli inizi ha mostrato una cosa rara: la capacità di evolversi senza perdere identità. Dai primi brani più pop fino ai lavori più recenti, il suo percorso è stato una ricerca continua, tra sperimentazione e accessibilità. Non ha mai scelto la strada più facile, ma quella più coerente.
Uno degli aspetti più riconoscibili è la scrittura: i suoi testi non cercano l’effetto immediato, ma costruiscono atmosfere, raccontano stati d’animo con una delicatezza che evita la retorica. C’è una sensibilità che si percepisce anche nei momenti più leggeri.
Dal punto di vista musicale ha saputo muoversi tra generi diversi, contaminando il pop con elettronica, indie e influenze internazionali. Senza mai sembrare fuori posto. È una versatilità che non nasce dal calcolo, ma dalla curiosità.
C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la sua credibilità. In un panorama in cui l’immagine conta molto, lei ha costruito un rapporto autentico con il pubblico, basato più sulla sostanza che sulla costruzione.
Francesca Michielin non è solo un’artista pop. È un percorso in movimento, fatto di scelte, tentativi e cambiamenti. E forse è proprio questo che la rende così interessante: non smette mai di cercare.
È da poco uscito il suo nuovo singolo Una donna non può in cui affronta il tema della differenza di genere partendo da una formula diretta, quasi provocatoria: il titolo richiama tutte quelle frasi che, ancora oggi, provano a stabilire cosa una donna possa essere, fare, dire o desiderare. Sicuramente, da ascoltare.
Scrivere qualcosa su Alex Zanardi significa toccare qualcosa che va oltre lo sport. È una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: restano, si sedimentano, cambiano il modo in cui guardi le cose.
Perché Zanardi non è stato solo un campione. È stato, ed è, un’idea ostinata di possibilità. Dopo l’incidente del 2001, quando la sua vita sembrava essersi spezzata, ha fatto qualcosa di raro: non ha solo ricominciato, ha riscritto il senso stesso di andare avanti. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per restare fedele a sé stesso.
E poi c’è quel sorriso, che torna sempre quando si parla di lui: non come immagine costruita, ma come modo di stare al mondo. Una leggerezza che non nega il dolore, ma lo attraversa.
Negli anni abbiamo imparato a riconoscerlo così: non come simbolo perfetto, ma come presenza vera. Qualcuno che, senza grandi proclami, ha insegnato che la fragilità non è la fine di qualcosa, ma può essere l’inizio di una forma diversa di forza.
Forse è questo che rende la sua storia così potente: non ci chiede di essere come lui. Ci chiede solo di non arrenderci troppo in fretta.