La fragilità dei libri

I libri sono oggetti fragili: si piegano, si macchiano, si rovinano, ingialliscono. Basta poco: una caduta, l’umidità, il tempo. Eppure continuano a sopravvivere a chi li legge.

C’è qualcosa di paradossale in questa fragilità: dentro un oggetto così vulnerabile possono restare idee potentissime, emozioni, vite intere. Un libro può attraversare decenni passando di mano in mano, conservando sottolineature, appunti, pieghe agli angoli. Segni minuscoli che raccontano non solo il testo, ma anche chi lo ha abitato.

Poi, ci sono volumi che si rovinano con più facilità rispetto ad altri, come scrive Massimo Mantellini sul suo blog

Sto leggendo questo romanzo che è stato qualche anno fa un grande successo editoriale. Sono a pagina 80 e non ho idea se mi piacerà oppure no. Ne scrivo perché una delle ragioni per cui l’ho comprato è che è un libro di Sellerio di oltre mille pagine. Mi piacciono i libri di Sellerio, mi sono sempre piaciuti in generale e mi piacciono ancora di più quando sono spessi. In particolare mi piacciono perché la copertina blu, la bellissima esile copertina blu in cartoncino dei libri grossi di Sellerio, mentre li leggi, un po’ alla volta, si rovina. Si rovina comunque, anche se tu sei cauto e i libri che leggi sei abituato a trattarli bene. Sembrano fatti apposta per rovinarsi i libri di Sellerio, per mostrarti il tempo che hai dedicato a leggerli. Spesso ho pensato (probabilmente sbagliandomi di molto) che una simile fragilità sia intenzionale, che quei bordi che si increspano e che da blu, un po’ alla volta, diventano bianchi, siano una scelta. In ogni caso quel libro cambierà sotto le tue mani, ogni volta che lo sfogli e tutte le volte che lo appoggi, e così facendo diventerà parte di te. Che è poi quello che i buoni libri fanno di solito ma in una maniera di solito differente.

I libri non danno mai l’impressione di essere invincibili: chiedono attenzione, cura, presenza. E in un mondo sempre più immateriale, continuano a ricordarci che la cultura ha anche un corpo: carta, copertina, pagine che si consumano.

La loro forza, in fondo, sta proprio lì: nell’essere fragili e resistenti allo stesso tempo.

Allora, ragioniere, che fa? Batti?

L’Inter vince la Coppa Italia e i fuochi d’artificio sparati all’Olimpico annebbiano la partita tra Darderi e Jodar agli Internazionali di Roma.

Siamo un paese meraviglioso.

I vent’anni di Spotify: la playlist dei ricordi

In occasione del suo ventesimo compleanno Spotify ha reso disponibili le statistiche degli ascolti di ogni utente da quando ha effettuato l’iscrizione sulla piattaforma.

Nel mio caso, parliamo di oltre tredici anni.

In vent’anni Spotify ha cambiato radicalmente il nostro modo di ascoltare musica: ha reso tutto immediato, infinito, disponibile ovunque. Ma insieme alla comodità è cambiato anche il rapporto con le canzoni: meno attesa, meno ritualità, più consumo veloce.

Spotify ha democratizzato l’ascolto e trasformato artisti sconosciuti in fenomeni globali. Allo stesso tempo ha spinto la musica dentro logiche sempre più algoritmiche che ci pongono davanti a un interrogativo: ascoltiamo davvero di più o semplicemente più in fretta?

Nonostante questo, è stato simpatico sapere che la prima canzone che ho ascoltato in assoluto è stata Volami nel cuore di Mina (per un millennial come me, la musica non è sottofondo: è archivio emotivo) e che l’artista che ho riprodotto più spesso è stato Francesco De Gregori (le sue canzoni non si ascoltano davvero fino in fondo la prima volta: restano lì e spesso iniziano a spiegarsi molti anni dopo).

Vedere poi la playlist con la classifica dei brani più ascoltati (in totale controtendenza rispetto a quelli più sentiti nello stesso periodo in tutta Italia), mi ha inevitabilmente fatto fare un tuffo nel passato con il giusto mix tra ricordi e nostalgia.

Il tempo, ascoltando musica, non scorre in avanti: si stratifica. Ogni ascolto aggiunge una versione nuova sopra quella precedente, senza cancellarla davvero.

E forse è per questo che certe canzoni non finiscono mai: non appartengono a un momento preciso, ma a tutti i momenti in cui siamo stati abbastanza diversi da risentirle come se fosse la prima volta.

Il Giro d’Italia in Bulgaria

C’è un evidente paradosso nel fare partire il Giro d’Italia dalla Bulgaria considerando sia una corsa nata per raccontare il Paese, le sue strade, i suoi paesaggi.

In realtà non è una novità assoluta: il Giro ha già avuto Grand Départ all’estero in diverse edizioni, per ragioni sportive, economiche e di visibilità globale. Ma ogni volta la sensazione è la stessa: un piccolo spostamento simbolico, che apre una discussione più grande su cosa rappresenti oggi il ciclismo.

Da un lato c’è l’apertura internazionale, la necessità di rendere l’evento più globale, più competitivo sul piano mediatico. Dall’altro, però, resta l’identità storica della corsa: il legame con l’Italia, con le sue salite iconiche, le sue città, la sua geografia emotiva oltre che sportiva.

Vedere il Giro partire o svolgersi lontano dalle sue strade solleva una domanda semplice ma inevitabile: quanto può cambiare un evento senza perdere ciò che lo rende riconoscibile?

Forse la risposta sta proprio nell’equilibrio: il Giro d’Italia può anche attraversare altri paesi, ma continua a essere, nel nome e nell’immaginario, una narrazione dell’Italia. E ogni volta che si sposta, in fondo, ci ricorda proprio questo: che l’identità di una corsa non sta solo nel luogo, ma nel modo in cui viene raccontata.

Pellegrino contro Sinner

La sfida tra Andrea Pellegrino e Jannik Sinner, più che una rivalità reale è un confronto che nasce soprattutto dall’immaginario del tennis italiano di oggi: quello di una generazione che sta cercando spazio accanto a un fenomeno già affermato a livello mondiale.

Sinner rappresenta ormai un punto fermo: continuità, risultati, presenza stabile ai vertici del circuito. Il suo tennis è essenziale, costruito su ritmo e solidità, con una crescita che lo ha portato rapidamente nell’élite internazionale.

Pellegrino, invece, incarna un percorso diverso: quello di un giocatore che ha dovuto costruire la propria carriera tra qualificazioni, tornei minori e occasioni da conquistare passo dopo passo. Un tennis meno mediatico, ma non meno significativo nel raccontare la profondità del movimento italiano.

Mettere i due nomi nello stesso titolo significa, in realtà, osservare due livelli diversi dello stesso ecosistema: da una parte il vertice assoluto, dall’altra la fatica quotidiana di chi prova a risalire la classifica.

Non c’è una vera sfida diretta, ma c’è un confronto implicito tra percorsi. E questo rende il discorso interessante: perché racconta un tennis italiano che non è fatto solo di un campione, ma anche di una base che continua a provare a emergere.

Un ragionevole dubbio

Da diversi giorni siamo sommersi dalle notizie sui nuovi sviluppi del caso Garlasco.

Le ipotesi si moltiplicano, gli elementi scientifici da analizzare sono tantissimi e i riferimenti temporali da ricostruire rendono tutto ancora più complesso.

In mezzo a questo caos mediatico e giudiziario, però, continua a tornarmi in mente una sola domanda: quando, durante un’indagine o un processo, esiste il ragionevole dubbio che le prove non siano sufficienti per condannare una persona, quale rischio è preferibile correre? Quello di mandare in carcere un possibile innocente oppure quello di lasciare libero un possibile colpevole?

Abbandonare un libro non è un crimine

Quante volte abbiamo continuato a leggere un libro solo per senso di colpa, non perché ci stesse piacendo? La verità è che lasciare un libro a metà non è un fallimento: è un atto di onestà verso voi stessi.

Leggere dovrebbe essere un piacere, non un obbligo. Se un libro ci annoia, irrita o confonde, perché continuare? Il mondo è pieno di storie che aspettano di catturare la nostra attenzione e il nostro tempo è prezioso.

Non tutti i libri sono per tutti, e va bene così. Abbandonare un libro ci libera, ci permette di scegliere letture che ci emozionano davvero e insegna a fidarci del nostro istinto.

La prossima volta che un libro non ci prende, chiudiamo senza rimpianti e andiamo a caccia di qualcosa che ci faccia battere il cuore.

Le città di pianura

I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario.

Giuliano Ferrara sul Foglio weekend di questa settimana.

Il piacere di fare ciò che non serve

C’è una cosa sottile che molti stanno iniziando a notare, anche senza darle subito un nome: la perdita del piacere di fare ciò che non serve.

Non ciò che è inutile in senso assoluto, ma ciò che non produce un risultato, non ottimizza, non entra in una casella misurabile: leggere senza motivo preciso, scrivere senza pubblicare, camminare senza contapassi, pensare senza arrivare a una conclusione.

Abbiamo interiorizzato l’idea che ogni gesto debba avere una funzione e così anche il tempo libero, lentamente, si è riempito di piccoli obiettivi. Persino il riposo è diventato recupero prestazioni.

Il problema è che, così facendo, si perde qualcosa di difficile da recuperare: la gratuità. Quel tipo di attività che non porta da nessuna parte, ma che proprio per questo lascia spazio mentale, emotivo e creativo.

Eppure, molte delle cose che oggi consideriamo più importanti nascono proprio lì: nel tempo non finalizzato, negli intervalli, nelle pause non giustificate.

Forse non si tratta di tornare indietro, ma di reimparare una cosa semplice: non tutto deve servire a qualcosa.

Alcune cose servono proprio perché non servono a niente.

La cura

La cura di Concita De Gregorio è uno di quei libri che non cercano di stupire, ma di restare. E ci riesce, con una semplicità solo apparente.

Al centro c’è una parola abusata (per l’appunto cura) che qui torna ad avere peso, non come concetto astratto, ma come gesto concreto, quotidiano, quasi necessario. Prendersi cura degli altri diventa un modo per restare in piedi, per attraversare il dolore senza esserne travolti. 

La scrittura è intima, ma mai chiusa. Concita De Gregorio riesce a tenere insieme fragilità e lucidità, senza cadere nella retorica. Parla di dolore, di malattia, di assenza, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità: è equilibrio.

Quello che colpisce è il tono: non c’è mai compiacimento, mai l’urgenza di spiegare tutto. Il libro lascia spazio, respira, si muove per immagini e sensazioni più che per tesi. Ed è proprio lì che arriva.

La cura è una lettura breve (176 pagine per Einaudi – Stile Libero), ma intensa. Non dà risposte definitive, ma cambia leggermente il modo in cui guardi le cose. E in un momento in cui tutto sembra accelerare, riesce a fare una cosa rara: ti costringe a rallentare.

Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.