Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò

Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò di Francesco Piccolo è un libro breve ma densissimo, che usa il tramonto artistico di Totò per raccontare qualcosa di più grande: il rapporto tra comicità, fragilità e fine.

Non è una biografia classica, ma una riflessione intima. Totò, negli ultimi anni, perde brillantezza fisica ma guadagna profondità: la sua maschera si incrina e lascia intravedere l’uomo. Ed è proprio lì che la sua arte diventa ancora più potente.

Lo sguardo di Piccolo non è mai retorico: sullo sfondo c’è anche l’incontro con Pier Paolo Pasolini, simbolo di un dialogo inatteso tra mondi lontani.

Un libro che si legge in fretta (è di sole 128 pagine) ma resta a lungo: perché parla di cosa rimane quando il sipario si chiude.

Totò non assomigliava a nessun altro. Era così noto, amato, ammirato da guadagnarsi addirittura tre funerali. Visse però con un rammarico: aver sprecato la sua carriera recitando in decine di film inutili. Del resto, sebbene fosse riconosciuto da tutti come un simbolo del cinema italiano, la critica lo aveva sempre snobbato… Ma cosa si nascondeva dietro quel volto unico, perfetto per far ridere e insieme per commuovere? Solo Francesco Piccolo poteva dare forma a un racconto sugli ultimi anni di Totò capace di racchiudere le malinconie e le delusioni, i gesti d’amore e i fallimenti, la tragicità e l’estro creativo del grande comico napoletano. “Cosa sono le nuvole” è lo specchio di un personaggio umanissimo, che per un’intera esistenza ha costruito a sua insaputa la propria immortalità. È stato uno degli attori più amati del cinema italiano. A teatro era così acclamato che il pubblico non lo faceva neppure recitare: appena apriva bocca scrosciavano applausi a non finire. Quando calava il sipario, però, lasciava in camerino quell’irresistibile maschera comica e tornava a essere Antonio De Curtis. «Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò, – diceva alla propria immagine allo specchio. – Si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa». Negli ultimi anni divenne quasi cieco. Eppure, quando sul set battevano il ciak, avveniva il miracolo. Tolti gli occhiali scuri, si muoveva tra i mobili di scena senza sfiorarli, scavalcava i cavi elettrici, orientandosi come se ci vedesse ancora. Ormai i film di maggior successo commerciale, quelli con Peppino, erano alle spalle. Ma poi incontrò Pasolini, che l’avrebbe scelto per il suo ultimo ruolo da protagonista in “Uccellacci e uccellini”: una consacrazione tardiva per un attore che temeva di aver recitato in pellicole che nessuno avrebbe ricordato. Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende.

Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Vance e l’opinione che conta più della competenza

Dopo anni in cui persone totalmente impreparate discutevano alla pari con chi ha dedicato la vita allo studio dei vaccini, oggi ci ritroviamo un ex Marines (ora Vicepresidente degli USA) che invita il Papa a fare attenzione quando parla di teologia.

Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.

Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.

Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).

AI come ansia

AI come ansia di Sonia Montegiove è un libro lucido e sorprendentemente accessibile: in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è ovunque (spesso raccontata con toni apocalittici o, al contrario, ingenuamente entusiasti) l’autrice riesce a riportare il discorso su un piano umano, concreto.

Montegiove non nega le preoccupazioni, anzi le affronta di petto: il lavoro che cambia, la privacy che si assottiglia, il senso di inadeguatezza davanti a tecnologie sempre più veloci. Ma lo fa senza cedere al panico, accompagnando il lettore in una riflessione critica e consapevole. Il merito più grande del libro è proprio questo: trasformare l’ansia in comprensione.

Lo stile è chiaro, diretto, mai accademico, capace di parlare sia a chi mastica tecnologia sia a chi ne è intimorito: gli esempi concreti aiutano a orientarsi, mentre le domande che il libro solleva restano addosso anche dopo l’ultima pagina.

AI come ansia non è solo un saggio sull’intelligenza artificiale, ma uno strumento per leggere il presente senza farsi travolgere: un invito a rallentare, capire e soprattutto non avere paura di porsi le domande giuste.

La scatola delle lacrime

La scatola delle lacrime di Han Kang (uscito oggi) è un romanzo intenso e delicato, capace di insinuarsi lentamente nel lettore e lasciarvi un segno profondo: l’autrice sudcoreana Premio Nobel per la Letteratura 2024 conferma la sua straordinaria sensibilità nel raccontare il dolore, trasformandolo in materia narrativa essenziale e mai compiaciuta.

La scrittura è limpida, quasi rarefatta, ma ogni parola pesa e vibra: Han Kang costruisce una storia fatta di silenzi, memoria e fragilità, in cui le emozioni emergono con una forza sotterranea che sorprende. Il tema della sofferenza (individuale e collettiva) viene affrontato con uno sguardo intimo, senza retorica.

Ciò che colpisce è la capacità di rendere universale ciò che è profondamente personale: il lettore non resta spettatore, ma viene coinvolto in un’esperienza emotiva autentica, quasi fisica.

La scatola delle lacrime è un libro che non si limita a raccontare, ma invita ad ascoltare. E proprio in questa sua delicatezza risiede la sua potenza più grande.

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?

Tutto corretto dall’AI, niente pensato

C’è una scorciatoia sempre più usata nell’informazione: far scrivere articoli all’intelligenza artificiale: veloce, economica, instancabile. Ma a che prezzo?

Un testo generato può essere corretto, scorrevole, persino convincente. Eppure manca qualcosa: uno sguardo. Il giornalismo non è solo mettere insieme informazioni, è scegliere cosa raccontare e come farlo. È responsabilità, esperienza, sensibilità.

Il rischio è un’informazione sempre più uniforme, fatta di articoli che si somigliano, senza voce e senza attrito. Se tutti usano gli stessi strumenti, il risultato è un racconto piatto, prevedibile, facilmente sostituibile.

C’è poi un nodo cruciale: chi risponde di ciò che viene scritto? Quando la firma è umana, la responsabilità è chiara. Quando scrive una macchina, lo è molto meno.

Esiste però una via intermedia: usare l’AI come supporto e non come sostituto. Un testo può essere generato e poi rivisto, corretto, arricchito da una persona. È lì che torna il valore umano: nella scelta delle parole, nel taglio, nelle sfumature (certo, bisogna stare un po’ attenti per evitare quello che è successo la scorsa settimana nell’edizione cartacea de La Sicilia)

Non è una guerra alla tecnologia. Ma se automatizziamo la scrittura, rischiamo di automatizzare anche il pensiero. E a quel punto, più che informare, ci limiteremo a riempire spazi.

La sconfitta di Orbán

La politica di Viktor Orbán ha rappresentato negli ultimi anni uno dei casi più discussi d’Europa: centralizzazione del potere, controllo crescente sui media, tensioni con le istituzioni europee e una retorica identitaria sempre più marcata. Un modello che molti hanno definito democrazia illiberale, formula che già da sola suona come un ossimoro politico.

In questo contesto, la sua sconfitta elettorale viene letta da molti come una buona notizia. Non tanto per la vittoria di Peter Magyar (avvocato collocato politicamente verso posizioni di centro/centrodestra), ma per ciò che implica: il ritorno dell’alternanza, il rafforzamento del pluralismo, la possibilità che il potere non si cristallizzi troppo a lungo nelle stesse mani.

Le democrazie vivono di equilibrio e ricambio. Quando il consenso si trasforma in dominio stabile e quasi ininterrotto (Orbán era in carica dal maggio 2010), il rischio è quello di assuefarsi a un’unica narrazione, riducendo lo spazio del dissenso. Per questo, ogni scossone elettorale che riapre il gioco politico viene accolto come un segnale di salute democratica.

Non è una questione di tifoserie, ma di sistema: l’idea che il potere debba sempre poter essere messo in discussione. Anche quando sembra solido, anche quando appare inattaccabile.

Soprattutto, poi, se illiberale.

Quando il confronto diventa rumore

Nel solito teatro del talk politico italiano, la lite tra Bruno Vespa e Giuseppe Provenzano segna un altro passo verso la deriva urlata del dibattito pubblico.

A colpire non è tanto il contenuto, quanto il tono: le urla del conduttore di Porta a Porta hanno sovrastato il confronto, trasformandolo in uno scontro. Più che incalzare, Vespa è sembrato voler dominare la scena, sacrificando l’ascolto in favore della tensione.

Provenzano ha provato a restare nel merito, ma in un contesto così il ragionamento diventa rumore di fondo. Ed è qui il problema: quando a vincere è chi alza di più la voce, il dibattito perde senso.

Non è solo una questione di stile, ma di responsabilità. Chi conduce dovrebbe garantire equilibrio, non alimentare il caos. E invece la politica in tv sembra ormai piegata alle logiche dello scontro facile, perfetto per i social ma povero di contenuti.

Alla fine non resta molto: qualche clip virale e la sensazione che, ancora una volta, a perdere sia la qualità del confronto.

Quando il meteo perde la pazienza

Vivo a Palermo: ieri pomeriggio il termometro della mia auto segnava ben 31 gradi, tanto da convincermi a uscire per questo weekend le magliette a maniche corte. Oggi, la situazione è questa, con successivi cambi di programma e maglioncini riesumati

Il clima non sta più cambiando lentamente come un tempo: sta accelerando, e lo fa in modo sempre più improvviso: ondate di caldo fuori stagione, piogge estreme, alluvioni lampo, sbalzi termici che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati eccezioni oggi diventano normalità.

Questa non è più solo la crisi climatica raccontata in prospettiva futura. È una realtà che si manifesta nella sua forma più evidente: l’instabilità. Il meteo non segue più schemi prevedibili, ma oscillazioni rapide che mettono in difficoltà città, infrastrutture e agricoltura.

Il punto è che non si tratta di singoli eventi isolati, ma di una tendenza che ormai è consuetudine. L’atmosfera accumula più energia e la rilascia in modo irregolare, rendendo ogni stagione meno affidabile della precedente.

Di fronte a cambiamenti così rapidi, non basta più adattarsi lentamente. Serve ripensare il modo in cui costruiamo, pianifichiamo e viviamo il territorio. 

Perché il clima, oggi, non avvisa più in anticipo: arriva.