Il rapporto tra Meloni e Trump

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump per mesi è stato un esercizio di equilibrio evidente: da un lato Meloni si è accreditata come leader affidabile in Europa e nella NATO, dall’altro ha mantenuto un canale aperto con il trumpismo.

Una scelta pragmatica, che alla lunga si è trasformata in ambiguità: il punto non è dialogare con Trump (cosa legittima e in alcuni casi necessaria) ma farlo senza incrinare la propria credibilità internazionale. E qui la linea si fa sottile.

In Europa, ogni apertura verso Trump genera diffidenza: negli Stati Uniti, invece, la Meloni appare più attendista che autorevole. Tenere insieme due mondi così distanti è possibile solo fino a un certo punto.

In questo contesto, le recenti parole di Trump non mi sorprendono, mi sorprende molto più la reazione della Meloni.

L’impressione è che tra Meloni e Trump ci sia sintonia politica, ma più simbolica che utile e reale.

Vance e l’opinione che conta più della competenza

Dopo anni in cui persone totalmente impreparate discutevano alla pari con chi ha dedicato la vita allo studio dei vaccini, oggi ci ritroviamo un ex Marines (ora Vicepresidente degli USA) che invita il Papa a fare attenzione quando parla di teologia.

Il problema non è solo l’assurdità della scena, ma la sua normalità: l’idea che ogni opinione valga quanto una competenza costruita nel tempo. E così, un giorno si mettono in discussione i virologi, il giorno dopo i teologi. Sempre con la stessa sicurezza, sempre con la stessa leggerezza. Poi, certo, tutto questo è ancora più grave se alcune parole vengono pronunciate da Trump o Vance (Presidente e VicePresidente degli Stati Uniti, mica due al bar alla quarta Ceres), ma su questo ho già scritto qui.

Più che un paradosso, è il segno di un’epoca in cui la competenza è diventata sospetta e l’improvvisazione una virtù.

Viviamo in un mondo che sembra girare al contrario (e non nell’accezione vannaccesca).

La versione di Trump

Dall’altra parte dell’oceano c’è un uomo molto ricco di settantanove anni a cui è stato dato un potere enorme, quasi senza limiti.

Ma il punto non è tanto lui: se fosse solo, il sistema democratico americano lo avrebbe già messo da parte. Il vero nodo sono le molte persone che lo appoggiano. Pensare di indebolire il suo consenso mettendo in luce le sue uscite imbarazzanti o i suoi comportamenti è inutile.

Qualcuno dice: “Guardate, ha pubblicato l’immagine con gli Obama rappresentati come scimmie” sottintendendo che è un razzista.

Qualcun altro rilancia: “Guardate, era nel giro di Epstein e adescava le ragazzine” per far notare la sua scarsa moralità.

Qualcun altro ancora: “Se ne va agli incontri di lotta, mentre Vance negozia con l’Iran” per sottolineare l’assenza di sensibilità politica.

Poi, non discutiamo neppure di quello che ha detto oggi su Leone XIV.

Non serve. I suoi sostenitori lo acclamano proprio perché è razzista, amorale e politicamente poco interessato a quello che non lo riguarda direttamente.

E sono tanti perché al mondo ci sono tanti che la pensano come Trump: tanti che al suo posto, direbbero e farebbero esattamente quello che dice e fa lui.

Leggendo in rete, guardando la TV o anche semplicemente sentendo conversazioni al bar, siamo poi così sicuri che la visione trumpiana sia così circoscritta?

La sconfitta di Orbán

La politica di Viktor Orbán ha rappresentato negli ultimi anni uno dei casi più discussi d’Europa: centralizzazione del potere, controllo crescente sui media, tensioni con le istituzioni europee e una retorica identitaria sempre più marcata. Un modello che molti hanno definito democrazia illiberale, formula che già da sola suona come un ossimoro politico.

In questo contesto, la sua sconfitta elettorale viene letta da molti come una buona notizia. Non tanto per la vittoria di Peter Magyar (avvocato collocato politicamente verso posizioni di centro/centrodestra), ma per ciò che implica: il ritorno dell’alternanza, il rafforzamento del pluralismo, la possibilità che il potere non si cristallizzi troppo a lungo nelle stesse mani.

Le democrazie vivono di equilibrio e ricambio. Quando il consenso si trasforma in dominio stabile e quasi ininterrotto (Orbán era in carica dal maggio 2010), il rischio è quello di assuefarsi a un’unica narrazione, riducendo lo spazio del dissenso. Per questo, ogni scossone elettorale che riapre il gioco politico viene accolto come un segnale di salute democratica.

Non è una questione di tifoserie, ma di sistema: l’idea che il potere debba sempre poter essere messo in discussione. Anche quando sembra solido, anche quando appare inattaccabile.

Soprattutto, poi, se illiberale.

Quando il confronto diventa rumore

Nel solito teatro del talk politico italiano, la lite tra Bruno Vespa e Giuseppe Provenzano segna un altro passo verso la deriva urlata del dibattito pubblico.

A colpire non è tanto il contenuto, quanto il tono: le urla del conduttore di Porta a Porta hanno sovrastato il confronto, trasformandolo in uno scontro. Più che incalzare, Vespa è sembrato voler dominare la scena, sacrificando l’ascolto in favore della tensione.

Provenzano ha provato a restare nel merito, ma in un contesto così il ragionamento diventa rumore di fondo. Ed è qui il problema: quando a vincere è chi alza di più la voce, il dibattito perde senso.

Non è solo una questione di stile, ma di responsabilità. Chi conduce dovrebbe garantire equilibrio, non alimentare il caos. E invece la politica in tv sembra ormai piegata alle logiche dello scontro facile, perfetto per i social ma povero di contenuti.

Alla fine non resta molto: qualche clip virale e la sensazione che, ancora una volta, a perdere sia la qualità del confronto.

E lo Stato che fa?

Tutte le volte che qualcuno perde la vita sul luogo di lavoro (vedi quello che è successo oggi a Palermo) e leggo le varie reazioni con parole di circostanza di politici e affini, mi viene in mente quella canzone di De André che a un certo punto faceva

Prima pagina, venti notizie
Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
Si costerna, s’indigna, s’impegna
Poi getta la spugna con gran dignità

1093 morti nel 2025, 71 nei primi due mesi del 2026 (dato più alto della media dell’Unione Europea): non sono incidenti, sono fallimenti di un sistema che continua a voltarsi dall’altra parte. Sistema che ritiene la sicurezza sia un inutile costo.

Il lavoro dovrebbe essere dignità, non rischio. Dovrebbe costruire futuro, non interromperlo. Continuare a raccontarla come una fatalità è il modo più comodo per non cambiare nulla.

Ed è proprio questo che non possiamo più permetterci.

Il rapporto tra Trump e la NATO

Dopo le ultime dichiarazioni di Trump, credo che l’Europa debba riflettere molto sul rapporto tra il presidente americano e la NATO. 

Storicamente è stato, fin dall’inizio, una miscela esplosiva di diffidenza, pragmatismo e provocazione: più che un’alleanza scontata, è sembrata spesso una relazione in bilico, fatta di strappi pubblici e riavvicinamenti strategici.

Con le sue dichiarazioni Trump sembra mettere sempre in discussione uno dei pilastri della NATO: il principio di difesa collettiva. Le sue critiche si concentrano soprattutto sui contributi economici dei Paesi membri, accusati di servirsi delle risorse degli Stati Uniti: una posizione che ha scosso gli equilibri interni dell’Alleanza, costringendo molti governi europei a rivedere le proprie spese militari.

Eppure, dietro i toni duri e le dichiarazioni spesso sopra le righe, si intravede una strategia precisa: ridefinire i rapporti di forza e ottenere maggiore impegno dagli alleati. In questo senso, Trump agisce più come un negoziatore aggressivo che come un vero oppositore della NATO.

Il risultato? Un’alleanza più nervosa, ma anche più consapevole delle proprie fragilità.

Il rapporto tra Trump e la NATO mi sembra racconti molto di più di una semplice e continua tensione politica: è lo specchio di un mondo in cui anche le alleanze storiche non sono più intoccabili, ma devono continuamente reinventarsi per restare rilevanti.

La politica sull’Iran di Trump ridotta a show

L’ultimo ultimatum di Donald Trump all’Iran somiglia più a un trailer hollywoodiano che a una strategia diplomatica. Scadenze che cambiano, toni apocalittici, minacce di inferno: tutto molto efficace sul piano mediatico, molto meno su quello geopolitico.

Il punto non è solo cosa viene chiesto a Teheran, ma come: la diplomazia vive di ambiguità, tempi lunghi e canali discreti. Qui, invece, si procede a colpi di dichiarazioni pubbliche e countdown. Una pressione così plateale rischia di ottenere l’effetto opposto: irrigidire l’avversario e chiudere ogni spiraglio negoziale.

L’Iran, infatti, non sembra intenzionato a cedere e quando un ultimatum non è credibile o non è sostenuto da una reale leva politica, si trasforma in un boomerang. Ogni minaccia non mantenuta erode la credibilità; ogni escalation verbale restringe lo spazio per tornare indietro senza perdere la faccia.

C’è poi un rischio più profondo: la normalizzazione dell’eccesso. Se il linguaggio politico internazionale si abitua a evocare scenari estremi come routine, la soglia dell’accettabile si sposta sempre più in alto. E la prossima crisi avrà bisogno di toni ancora più violenti per farsi ascoltare.

La forza, in diplomazia, non è solo alzare la voce, è saper costruire un esito. In questo caso, l’impressione è opposta: molta scena, poca strategia. 

E quando la politica estera diventa spettacolo, il pubblico può anche applaudire, ma il prezzo, spesso, lo paga qualcun altro.

Quale Futuro (Nazionale) per il Governo?

Venerdì sera pare che la Meloni abbia chiesto a Tajani e Salvini di aspettare i primi sondaggi post referendum per capire verso quale direzione tira il vento.

Sebbene un calo di Fratelli d’Italia fosse da considerarsi fisiologico, non credo che alla Premier faccia piacere vedere la simulazione Ipsos Doxa delle intenzioni di voto apparsa oggi sul Corriere.

Se Vannacci dovesse arrivare veramente al 3% con il suo Futuro Nazionale diventerebbe l’ago della bilancia per potere avere la maggioranza in Parlamento in un’ipotetica nuova legislatura.

Rischiare e andare al voto? Forse ci penserei un attimino…

La domenica delle Salme

Ogni anno, per la Domenica delle Palme, non posso fare a meno di ascoltare questa canzone di Fabrizio De André, oggi più che mai attuale.

La canzone è frutto di un lavoro a due mani (venne scritta con Mauro Pagani). Targa Tenco 1991 come Migliore Canzone. Faber disse a proposito che fu scritto prima il testo e solo in un secondo momento è stata cucita sulle parole una melodia. La domenica delle salme ha un lessico molto raffinato, a tratti criptico, e grazie a una miriade di riferimenti colti che l’attraversa, dal primo all’ultimo verso, è un pezzo stratificato e complesso. Disillusa, satirica e amara rappresentazione dell’Italia all’indomani della caduta del muro di Berlino, è una rappresentazione impietosa della caduta degli ideali di democrazia di cui gli anni ’80/’90 furono testimonianza. 

Il video della canzone è di Gabriele Salvatores.

La domenica delle salme
Fu una domenica come tante
Il giorno dopo c’erano i segni
Di una pace terrificante

Mentre il cuore d’Italia
Da Palermo ad Aosta
Si gonfiava in un coro
Di vibrante protesta