Ferrari Luce

La Ferrari Luce non è solo un’auto: è una dichiarazione d’intenti.

E proprio per questo sta facendo discutere più di quanto forse Maranello avesse previsto: un’auto elettrica da oltre 600 mila euro, quattro porte, cinque posti, oltre 1000 cavalli e un design che ha poco a che vedere con l’immaginario classico del Cavallino.

E qui nasce la prima frattura: non tanto tecnologica, quanto culturale.

La Luce segna infatti un cambio netto rispetto alla tradizione Ferrari: non è una berlina, non è una supercar nel senso classico, non è nemmeno un SUV nel solco della Purosangue. È qualcosa di nuovo (forse troppo?) che prova a reinterpretare il marchio per un pubblico diverso, più orientato alla tecnologia che alla liturgia del motore termico.

Il problema non è l’elettrico in sé, né la ricerca aerodinamica o le prestazioni, che sulla carta restano impressionanti. Il nodo è un altro: la percezione di identità.

Molti osservatori e appassionati hanno sottolineato come la Luce sembri parlare un linguaggio più vicino al design digitale che alla tradizione automobilistica italiana. Linee minimaliste, superfici levigate, interni quasi Apple-like, frutto della collaborazione con LoveFrom, il collettivo di design legato a Jony Ive e Marc Newson. Tutto coerente, tutto razionale. Ma anche distante da ciò che per decenni ha definito Ferrari: emozione meccanica, aggressività visiva, riconoscibilità immediata.

Ed è qui che la critica diventa più interessante: la domanda non è se la Luce sia bella o brutta. La domanda è se sia ancora una Ferrari nel senso simbolico del termine. Molti appassionati rispondono di no: troppo grande, troppo silenziosa, troppo razionale. Altri invece la vedono come un tentativo inevitabile di adattamento a un mercato che cambia, dove anche i marchi più iconici devono confrontarsi con l’elettrificazione e con nuovi pubblici globali.

C’è poi il tema del prezzo, che amplifica tutto. Una cifra che la colloca non solo nel segmento del lusso estremo, ma quasi in una dimensione parallela, dove il valore non è più legato solo alla prestazione, ma all’appartenenza simbolica.

Eppure, proprio qui sta il punto più critico: quando il simbolo diventa più importante dell’esperienza, il rischio è che l’oggetto perda il suo ancoraggio emotivo. Che diventi status puro, invece che passione.

La Ferrari Luce, in questo senso, è un esperimento radicale. Forse necessario, ma anche rischioso. Perché ogni brand vive di equilibrio tra innovazione e riconoscibilità. E spingersi troppo lontano da ciò che si è stati può aprire nuove strade oppure lasciare spaesati proprio quelli che quel marchio lo hanno amato per decenni.

In fondo, la vera domanda non è se la Ferrari Luce funzioni come auto elettrica: è se, guardandola, si riesca ancora a riconoscere la Ferrari.

Scrivere, leggere e rileggere

Scrivo continuamente. Mi viene più naturale farlo che parlare.
Ma la scrittura, per me, resta qualcosa di importante, da prendere sul serio.

Forse sarebbe più saggio fermarsi a rileggere quello che si è scritto, provando a guardarlo con gli occhi di chi leggerà, immaginando impressioni, dubbi, reazioni. È in quei momenti che emergono limiti, sbavature, imperfezioni.

A volte mi allontana dalla scrittura il timore di non trovare le parole adatte, di non riuscire a dare il giusto peso alle frasi, il tempo necessario ai pensieri.

Altre volte, invece, penso che questo spazio sia anche un allenamento. E allora lascio andare le parole, senza troppi filtri.

Dopotutto, questo resta pur sempre un luogo in cui esercitarsi.

De Luca e l’essere sionista oggi

Il punto non è tanto essere d’accordo o meno. È che una presa di posizione come quella di Erri De Luca, in questo preciso momento storico, costringe a leggerla in modo estremo: o come un gesto di lucidità rara (sicuramente la visione meno condivisibile) oppure come un’uscita totalmente fuori misura.

La giusta concentrazione

Restare concentrati solo sull’immediato, tra notizie e polemiche che si consumano nel giro di poche ore, non rischia forse di farci perdere la visione più ampia delle cose?

Forse sarebbe meglio imparare a tralasciare certi temi, certe notizie, scegliendo di approfondire soltanto ciò che conta davvero: quello che ha più possibilità di restare, di lasciare un segno e sedimentare nel tempo.

Il 23 maggio 1992 per un palermitano

Per un palermitano, la strage di Capaci non è mai solo una pagina di storia: è un prima e un dopo. È il rumore sordo di un’autostrada squarciata che ancora oggi sembra attraversare la memoria collettiva della città. Il 23 maggio 1992 non vennero assassinati soltanto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro: quel giorno fu colpita anche Palermo, nella sua coscienza più profonda.

Per chi è nato e cresciuto qui, Capaci significa convivere con una ferita e insieme con una responsabilità. Per anni Palermo è stata raccontata solo attraverso la mafia, quasi fosse il suo unico destino: eppure proprio da questa terra sono nate le voci, le lotte e il coraggio di chi quel destino ha deciso di sfidarlo. Falcone e poi Paolo Borsellino non sono soltanto simboli: sono un richiamo permanente alla possibilità di scegliere da che parte stare.

Un palermitano conosce il peso delle contraddizioni. Sa cosa significa amare una città bellissima e insieme soffrire per le sue occasioni mancate, per il silenzio, per la rassegnazione che talvolta la avvolge. Ma sa anche che Capaci ha cambiato qualcosa: ha trasformato l’indifferenza in domanda, la paura in coscienza civile, almeno per una parte di questa città.

Ogni anno, quando maggio ritorna, Palermo sembra rallentare: le sirene della memoria si riaccendono, le scuole parlano di legalità, le strade si riempiono di nomi che non devono diventare retorica. Perché il rischio più grande, dopo oltre trent’anni, è trasformare Capaci in una celebrazione rituale, dimenticando che il suo significato più autentico è scomodo: ricordarci che la mafia non è stata solo violenza criminale, ma anche cultura del compromesso, del favore, dell’omertà.

Per un palermitano, Capaci resta allora una domanda aperta: che città vogliamo essere? Una città schiacciata dal proprio passato o una capace di custodire il sacrificio di chi ha provato a cambiarla davvero?

La scarcerazione di Alaa Faraj

Avevo scritto circa un mese fa del romanzo in cui Alaa Faraj racconta la sua vicenda.

Per anni Faraj è stato raccontato come uno scafista, condannato a trent’anni per la tragedia del Ferragosto 2015, in cui morirono decine di migranti soffocati nella stiva di un barcone. Lui, però, ha sempre sostenuto di essere soltanto un passeggero: un ragazzo libico partito per sfuggire alla guerra e inseguire un futuro diverso. 

Qualche giorno fa, dopo 10 anni di carcere, Alaa Faraj è tornato in libertà.

La Corte d’appello di Messina ha ordinato la revisione del processo, una possibilità estrema e straordinaria prevista dal codice di procedura penale italiano per correggere un errore giudiziario. La Corte ha anche accolto l’istanza della difesa di sospensione dell’esecuzione della pena, concedendo quindi la liberazione di Faraj.

Perché casi come questo ricordano una cosa semplice e difficile insieme: uno Stato di diritto si misura soprattutto quando è disposto a rimettere in discussione le proprie certezze. 

Il sorpasso silenzioso del tennis sul calcio

Per anni il calcio è stato molto più di uno sport: una lingua comune, un rito domenicale, una religione civile: poi qualcosa si è incrinato. Non all’improvviso, ma lentamente. Mentre il pallone diventava sempre più caro, spezzettato tra abbonamenti, polemiche arbitrali, presidenti folkloristici e campionati spesso prevedibili, il tennis ha iniziato a fare capolino nelle abitudini degli italiani.

Prima in punta di piedi, poi con prepotenza.

Il merito è certamente dei risultati: da Jannik Sinner a Lorenzo Musetti, da Luciano Darderi alla coppia Bolelli – Vavassori, passando per un movimento finalmente competitivo, il tennis italiano ha smesso di essere l’eterna promessa per diventare protagonista.

Basti vedere i numeri: gli Internazionali di Roma quest’anno hanno raccolto oltre 400.000 presenze paganti. 22 anni fa erano 58.127, nel 2006 circa 77.000, 12 anni fa 175.697, nel 2023 298.537.

Sarebbe però troppo riduttivo spiegare tutto solo con le vittorie.

Il tennis oggi piace perché racconta storie più semplici da seguire: un atleta, il suo talento, la sua testa, i suoi limiti. Nessun alibi, poche scuse, niente è colpa del mister o del mercato. Se perdi, perdi. Se vinci, te lo sei preso punto dopo punto. In un’epoca in cui molti italiani sembrano stanchi del rumore di fondo, questa chiarezza affascina.

Anche il modo di guardarlo è cambiato: il tennis si consuma meglio sui social, nei video brevi, nei momenti iconici. Una partita può diventare epica senza bisogno di appartenere a una tifoseria storica.

Il calcio resta enorme, naturalmente, ma non è più solo in salotto. E forse questa è la vera notizia: gli italiani non hanno smesso di amare lo sport, hanno semplicemente cambiato il modo di emozionarsi.

I vent’anni di Spotify: la playlist dei ricordi

In occasione del suo ventesimo compleanno Spotify ha reso disponibili le statistiche degli ascolti di ogni utente da quando ha effettuato l’iscrizione sulla piattaforma.

Nel mio caso, parliamo di oltre tredici anni.

In vent’anni Spotify ha cambiato radicalmente il nostro modo di ascoltare musica: ha reso tutto immediato, infinito, disponibile ovunque. Ma insieme alla comodità è cambiato anche il rapporto con le canzoni: meno attesa, meno ritualità, più consumo veloce.

Spotify ha democratizzato l’ascolto e trasformato artisti sconosciuti in fenomeni globali. Allo stesso tempo ha spinto la musica dentro logiche sempre più algoritmiche che ci pongono davanti a un interrogativo: ascoltiamo davvero di più o semplicemente più in fretta?

Nonostante questo, è stato simpatico sapere che la prima canzone che ho ascoltato in assoluto è stata Volami nel cuore di Mina (per un millennial come me, la musica non è sottofondo: è archivio emotivo) e che l’artista che ho riprodotto più spesso è stato Francesco De Gregori (le sue canzoni non si ascoltano davvero fino in fondo la prima volta: restano lì e spesso iniziano a spiegarsi molti anni dopo).

Vedere poi la playlist con la classifica dei brani più ascoltati (in totale controtendenza rispetto a quelli più sentiti nello stesso periodo in tutta Italia), mi ha inevitabilmente fatto fare un tuffo nel passato con il giusto mix tra ricordi e nostalgia.

Il tempo, ascoltando musica, non scorre in avanti: si stratifica. Ogni ascolto aggiunge una versione nuova sopra quella precedente, senza cancellarla davvero.

E forse è per questo che certe canzoni non finiscono mai: non appartengono a un momento preciso, ma a tutti i momenti in cui siamo stati abbastanza diversi da risentirle come se fosse la prima volta.

Un ragionevole dubbio

Da diversi giorni siamo sommersi dalle notizie sui nuovi sviluppi del caso Garlasco.

Le ipotesi si moltiplicano, gli elementi scientifici da analizzare sono tantissimi e i riferimenti temporali da ricostruire rendono tutto ancora più complesso.

In mezzo a questo caos mediatico e giudiziario, però, continua a tornarmi in mente una sola domanda: quando, durante un’indagine o un processo, esiste il ragionevole dubbio che le prove non siano sufficienti per condannare una persona, quale rischio è preferibile correre? Quello di mandare in carcere un possibile innocente oppure quello di lasciare libero un possibile colpevole?

Abbandonare un libro non è un crimine

Quante volte abbiamo continuato a leggere un libro solo per senso di colpa, non perché ci stesse piacendo? La verità è che lasciare un libro a metà non è un fallimento: è un atto di onestà verso voi stessi.

Leggere dovrebbe essere un piacere, non un obbligo. Se un libro ci annoia, irrita o confonde, perché continuare? Il mondo è pieno di storie che aspettano di catturare la nostra attenzione e il nostro tempo è prezioso.

Non tutti i libri sono per tutti, e va bene così. Abbandonare un libro ci libera, ci permette di scegliere letture che ci emozionano davvero e insegna a fidarci del nostro istinto.

La prossima volta che un libro non ci prende, chiudiamo senza rimpianti e andiamo a caccia di qualcosa che ci faccia battere il cuore.