Su Vannacci e il centrodestra

Io questa intervista a Lupi la conservo a futura memoria: non sono così sicuro che le cose vadano così.

E sinceramente, spero di sbagliarmi.

Sionismo

Ho letto nelle ultime settimane le polemiche a seguito delle parole di Erri De Luca e ho trovato ancora più interessante la sua ultima intervista.

Mi chiedo: al di là di ogni considerazione, tra chi condanna il suo modo di pensare e chi invece rivendica la libertà di espressione, quanti conoscono davvero il significato e la storia del sionismo?

Il sionismo è un movimento politico e nazionale nato alla fine del XIX secolo con l’obiettivo di garantire al popolo ebraico una patria nella terra storicamente associata alle sue origini. La sua formulazione moderna è legata soprattutto a Theodor Herzl, che riteneva necessario creare uno Stato ebraico come risposta alle persecuzioni e all’antisemitismo diffusi in Europa.

Nel corso del tempo il sionismo ha assunto forme e interpretazioni diverse, comprendendo correnti laiche, religiose, socialiste e nazionaliste, spesso anche molto distanti tra loro. Ciò che le accomunava era l’idea che gli ebrei, come altri popoli, avessero diritto all’autodeterminazione nazionale.

Il movimento ebbe un ruolo decisivo nel processo che portò alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Per molti ebrei il sionismo rappresenta ancora oggi il legittimo diritto all’esistenza e alla sicurezza di uno Stato ebraico. Per molti palestinesi e per altri critici, invece, esso è strettamente legato alle conseguenze che la creazione di Israele ebbe sulla popolazione araba palestinese, inclusi gli sfollamenti e le perdite territoriali avvenute durante quel periodo.

Per questo motivo il termine “sionismo” è spesso oggetto di interpretazioni e controversie. A seconda del contesto, può indicare il sostegno all’esistenza di Israele come Stato ebraico, una particolare visione politica oppure un insieme di idee molto più ampio e complesso. 

Economia spicciola

Non serve essere un esperto di economia per capire che un sistema del genere non può funzionare: se in vent’anni il costo della vita sale del 50% e gli stipendi aumentano appena del 3%, è evidente che qualcosa non torna.

Semplicemente, i conti non possono reggere.

Apple affida Siri a Google

Al WWDC, Apple ha confermato che la componente cloud di Siri si basa ora su una versione personalizzata di Google Gemini, un modello da 1,2 trilioni di parametri che, secondo le indiscrezioni, costerebbe circa un miliardo di dollari all’anno in licenze.

È una scelta che fa discutere, soprattutto perché Apple ha sempre costruito la propria immagine sull’idea di controllare internamente hardware, software e servizi, oltre che sulla tutela della privacy: eppure oggi una parte fondamentale della sua strategia sull’intelligenza artificiale dipende da Google, che è anche uno dei suoi principali concorrenti.

La cosa interessante è che molte delle funzionalità più avanzate di Siri mostrate al WWDC 2024 (come la capacità di comprendere il contesto personale dell’utente, interpretare ciò che appare sullo schermo e svolgere azioni tra diverse app) non sono mai arrivate sul mercato nei tempi annunciati: dopo mesi di rinvii e persino il ritiro di alcune campagne pubblicitarie, Apple sembra aver scelto di affidarsi all’infrastruttura di Google per portare avanti questi progetti.

Il tutto arriva dopo un accordo da 250 milioni di dollari (!) raggiunto a maggio in relazione alla promozione di funzionalità di Siri che non erano ancora disponibili, e durante quello che potrebbe essere ricordato come l’ultimo keynote di Tim Cook prima delle dimissioni previste per il primo settembre.

In altre parole, Apple non ha realmente chiuso il gap nell’intelligenza artificiale con una tecnologia sviluppata interamente in casa: per il momento, ha deciso di colmarlo appoggiandosi a Google.

Persepolis

Chi ha amato Persepolis, come è successo a me, probabilmente ricorda una frase che resta impressa

Tutti hanno sempre una scelta

Quando lessi il fumetto per la prima volta, quelle parole mi colpirono profondamente. A pronunciarle è la nonna della protagonista, quasi come un insegnamento da custodire.

È un messaggio potente, quasi disarmante che mi è tornato in mente dopo la scomparsa della sua autrice, Marjane Satrapi: anche quando si subiscono ingiustizie, non lasciare che il rancore prenda il sopravvento.

Scegliere di non odiare è già una forma di resistenza. Restare fedeli a sé stessi, non smarrirsi, non concedere alle ferite il potere di trasformarti. 

Perché, in fondo, una scelta esiste sempre.

Il matrimonio di Dua Lipa a Palermo

La presenza di Dua Lipa a Palermo per celebrare il proprio matrimonio con Callum Turner, sta trasformando la città in una specie di enorme set a cielo aperto, tra entusiasmo globale e un inevitabile effetto evento blindato.

Da una parte è impossibile non vedere il lato positivo: Palermo finisce sotto i riflettori internazionali, diventa scenario di un evento che attira curiosità e immaginario, e conferma ancora una volta la sua capacità di sedurre chiunque, anche le star più globali.

Dall’altra, però, resta una sensazione un po’ stonata. Intere zone della città chiuse, sicurezza al massimo livello, accesso limitato e una città che, per giorni, sembra più una location privata che uno spazio pubblico. È il solito paradosso dei grandi eventi di lusso: portano visibilità, sì, ma rischiano anche di cancellare proprio quella vita quotidiana che rende un posto autentico.

Palermo diventa vetrina, cartolina perfetta, sfondo glamour. Ma viene da chiedersi quanto di quella Palermo reale (caotica, viva, imperfetta) riesca davvero a rimanere dentro l’inquadratura.

Tra magia mediatica e città vissuta, il confine è sempre più sottile.

L’arte dimenticata di stare zitti

Ogni volta che ascolto Enzo Iacchetti intervenire in diversi programmi di informazione su temi di politica italiana e internazionale con la sicurezza di chi discute al tavolino di un bar, finisco per comprendere la scelta di Francesco De Gregori di non esporsi.

Quando chiunque sente il bisogno di esprimere il proprio punto di vista come se fosse fondamentale e irrinunciabile, forse la decisione più sensata è restare in silenzio.

De Gregori, per le persone facili che non hanno dubbi mai

Sulle recenti parole di Francesco De Gregori e delle conseguenti polemiche ho letto di tutto.

Il punto di vista che più condivido e che mi sembra più equilibrato è quello di Walter Veltroni sul Corriere della Sera

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi.
Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump. Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone.

De Luca e l’essere sionista oggi

Il punto non è tanto essere d’accordo o meno. È che una presa di posizione come quella di Erri De Luca, in questo preciso momento storico, costringe a leggerla in modo estremo: o come un gesto di lucidità rara (sicuramente la visione meno condivisibile) oppure come un’uscita totalmente fuori misura.

La maleducazione in TV

La maleducazione in TV non è più un incidente: è diventata un formato.

C’è stato un tempo in cui la televisione italiana si reggeva su una specie di galateo implicito. Anche quando si litigava (e si litigava eccome) c’era comunque una soglia, un limite non scritto. Oggi quella soglia è saltata (vedi quello che è successo qualche giorno fa a Quarto Grado).

E non per caso: è saltata perché l’indignazione funziona, perché alza lo share, perché crea clip da rilanciare sui social.

Il punto non è solo che si alza la voce. Il punto è che si è trasformato il conflitto in intrattenimento puro. Interrompere, sovrastare, deridere l’interlocutore: non sono più scivoloni, ma strumenti narrativi. Il dibattito diventa spettacolo, e lo spettacolo ha bisogno di tensione continua. Anche artificiale.

Il risultato è una TV in cui la maleducazione non è un’eccezione, ma una grammatica. Chi resta calmo sembra debole, chi argomenta senza interrompere rischia di sparire, chi prova a spiegare viene travolto da chi urla meglio.

E qui c’è un paradosso interessante: più si alza il livello di aggressività, più si abbassa quello del contenuto. Perché la discussione non serve più a capire, ma a vincere. Non importa convincere, importa sopraffare.

Questa dinamica non nasce solo negli studi televisivi. È un riflesso del nostro ecosistema comunicativo più ampio: talk show, social network, commenti online. Tutto premia la reazione immediata, la battuta feroce, l’indignazione istantanea. La pazienza, invece, è diventata quasi sospetta.

Eppure la TV avrebbe ancora un ruolo prezioso: rallentare, dare tempo, permettere alle idee di essere spiegate. Invece spesso accelera, semplifica, esaspera. E così anche il dibattito pubblico perde profondità.

Forse la vera questione non è chiedersi perché in TV si urla così tanto, ma perché abbiamo iniziato a considerarlo normale. Perché abbiamo accettato che la maleducazione sia una forma di spettacolo legittima, persino divertente.

In fondo, spegnere il volume è facile. Più difficile è riaccendere un linguaggio civile dentro lo spazio pubblico.