Su Fedez, Meloni e la comunicazione a sinistra

Sommessamente mi permetto di fare due conti: Giorgia Meloni va da Fedez a PulpPodcast (310.000 iscritti al canale YouTube e oltre un milione di visualizzazioni per le puntate più popolari). Fedez ha oltre tredici milioni di follower solo su Instagram che a naso non coincidono con quelli di un qualsiasi leader politico italiano. Elly Schlein e Giuseppe Conte, invitati, declinano l’invito. 

Sembra proprio che l’opposizione non riesca più a stare al passo coi tempi. Il mondo è cambiato, la comunicazione anche: chi continua a fare la morale nei salottini televisivi è rimasto indietro ai primi governi Berlusconi. Oggi più che mai la politica deve parlare dove ci sono le persone, cosa che faceva benissimo la sinistra mezzo secolo fa.

Poi cosa è successo?

Perché nessun artista per il sì?

Come ben sappiamo, tra quattro giorni ci sarà il referendum costituzionale per confermare o meno la riforma della magistratura proposta dal governo Meloni, quella che viene impropriamente chiamata Riforma della giustizia (qui un utile articolo su cosa succederebbe qualora vincesse il sì).

Leggendo i giornali e facendo un giro tra i vari siti d’informazione, noto che nessun artista – o comunque nessuno che lavori nel mondo dell’arte – si è ancora schierato pubblicamente a favore del sì.

Giusto per fare un rapido (più o meno) riepilogo, invitano a votare per il no Nanni Moretti, Ficarra e Picone, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Lino Guanciale, Manuel Agnelli, Elio Germano, Antonio Scurati, Toni Servillo, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, Daniele Vicari, Mimmo Calopresti, Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi, Laura Morante, Anna Foa, Paolo Berizzi, Massimo Ghini, Daniela Padoan, Eugenio Finardi, Gianni Canova. 

E questi sono solo alcuni.

Ora, considerando che quasi tutti i sondaggi – Ipsos, SWG e Demopolis ad esempio – concordano (con ultime rilevazioni del 6 marzo 2026) nell’attribuire un leggerissimo vantaggio al no (ma molto dipenderà dall’affluenza), come è mai possibile che nessun artista si schieri apertamente a favore della riforma?

Possibile mai che non ci sia un cantante, un attore, un regista, un fonico, un fotografo, un produttore, un montatore, un oboista, un cameraman che sostenga il no? Statisticamente è possibile una cosa del genere? 

Possiamo ragionevolmente pensare che tutto quello che gravita intorno alla cultura in Italia, sembra vivere in un mondo a parte? Possiamo avere il legittimo sospetto che in certi ambienti alcune opinioni possano essere socialmente improponibili?

Autori e ristampe

Seguo da anni il collettivo Wu Ming, a pensarci bene da quando lessi Q, forse il loro romanzo più famoso e avvincente (pubblicato a fine del secolo scorso).

Mi capita spesso di fare un giro sul loro blog e proprio oggi ho notato un articolo che mi ha fatto pensare:

Le persone che avessero acquistato di recente Il fabbro di Oxford di Wu Ming 4 nella ristampa del gennaio 2026 si saranno accorte che mancano del tutto le note bibliografiche a piè di pagina. Evidentemente per una qualche disattenzione o disguido tecnico non sono state stampate, ma la tiratura è stata distribuita lo stesso. Trattandosi di un saggio, costellato di citazioni, la mancanza è chiaramente molto grave e inficia la ricezione dell’intero testo.

Consigliamo a coloro che hanno conservato la ricevuta di acquisto di restituire il volume “fallato” e farsi rimborsare i soldi; a tutti gli altri di scrivere all’editore Eterea Edizioni e protestare. Per quanto ci riguarda chiederemo l’immediato ritiro della ristampa. Teniamo a segnalare che non abbiamo alcuna responsabilità in questa clamorosa défaillance e siamo infinitamente spiacenti per coloro che avessero già acquistato il volume.

Ora, avendo lavorato per anni nel mondo dell’editoria, ci sono cose che non mi tornano e che in realtà mi fanno sorridere perché rientrano nei rapporti spesso non semplici, tesi e burrascosi tra autori (che mirano a preservare giustamente il lavoro svolto) ed editori (che come obiettivo hanno legittimamente quello di avere un prodotto accattivante abbassando quanto più possibile i costi).

Il post fa riferimento a disattenzione o disguido tecnico. Inoltre si sottolinea che la tiratura è stata distribuita lo stesso. Il termine fallato inserito tra virgolette (sottigliezza lessicale), il richiedere l’immediato ritiro della ristampa, e l’invito a protestare con la casa editrice mi fa riflettere sul fatto che probabilmente non ci sia stata molta collaborazione tra Wu Ming 4 e la Eterea Edizioni.

Com’era quella frase che spesso erroneamente si associa a Giulio Andreotti? Ah, sì… A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina!

L’identità e il marchio

Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

Via il Foglio

La guerra dell’attenzione

Per una persona fissata con la puntualità come me avere la sensazione di essere in ritardo è fastidioso, ma è esattamente così che mi sento quando ho bisogno di un po’ di tempo per elaborare notizie e sviluppare un pensiero critico partendo dal tema del giorno. 

In questi ultimi mesi mi è successo proprio questo quando per esempio sulla mia bolla social molti amici hanno cominciato a scrivere della guerra in Iran e prima ancora dei dazi imposti dall’amministrazione Trump. Ora pare che l’argomento che ci accompagnerà fino al prossimo weekend sia il voto al referendum costituzionale.

Quando ho capito veramente cosa volessi dire e come scriverlo, mi sembrava decisamente troppo tardi, un argomento superato. 

Avere un pensiero critico è faticoso: pretende studio e mente aperta per mettere in discussione tutte le proprie convinzioni, al netto delle proprie ideologie. Questa volontà di avere una risposta o una soluzione pronta sempre e comunque, credo derivi molto dal fatto di essere immersi sempre di più in una società che non lascia spazio all’attesa, al tempo sospeso, alla possibilità di percorrere una strada o un ragionamento più articolato. 

Inoltre non possiamo più permetterci di sostenere una nuova tesi per paura che la memoria digitale faccia spuntare fuori un pensiero espresso anni prima in contrasto con quanto scritto oggi, come se noi e il mondo che ci circonda rimanessimo immobili: evoluzione di pensiero scambiata per mancanza di coerenza.

Ho cercato di ragionare su tutto questo e più che darmi delle risposte ho trovato ulteriori domande: cosa ci racconta questa esibizione dell’evoluzione della guerra dell’attenzione? Perché questa cosa sta succedendo proprio ora? Perché la società ci preferisce con delle opinioni nette e formulate nel più breve tempo possibile? Perché il non avere nell’immediato un’idea netta è percepito negativamente? 

Who is Banksy really?

Che poi, è così importante conoscere la vera identità di Banksy o Elena Ferrante? Quello che è stato scoperto nei giorni passati, sono o no rivelazioni inutili tipiche di questi tempi in cui si cerca di svelare tutto, senza capirne il significato? Possiamo godere della loro arte anche solamente avendo nozione del nome per il quale vogliono essere ricordati e riconosciuti? 

Provateci voi

Ho grande stima per Michele Serra.

No, non per quello che scrive. O meglio, non solo. Non è neanche una questione di stile.

Provateci voi a scrivere da anni, ogni giorno, per circa 300 giorni l’anno, oltre trenta righe di cose più o meno sensate su argomenti spesso diversissimi. Senza essere banali.

Provateci voi.

The Sinners

Complice un pomeriggio piovoso, sono riuscito a vedere The Sinners – I peccatori su Sky, il film che quest’anno ha battuto ogni record di nomination agli Oscar (16!) la cui cerimonia di premiazione è prevista stanotte da mezzanotte (ora italiana, in diretta su RaiUno e RaiPlay).

The Sinners è la storia di due fratelli gemelli, Smoke e Stack, entrambi interpretati da Michael B. Jordan (candidato come Miglior Attore Protagonista e favorito insieme a Timothée Chalamet), che tornano sul Delta dopo aver passati anni a Chicago lavorando per Al Capone. Acquistano una vecchia segheria con l’intenzione di aprire un juke joint e inaugurarlo la sera stessa del loro arrivo. Nella prima parte del film, seguiamo tutta la preparazione fino al momento in cui i due gemelli, un gruppo di vecchi amici e parenti raccattati nel corso della giornata e la nutrita clientela, aprono finalmente il locale.

Da questo momento in poi, il film cambia registro ma per evitare inutili spoiler, mi fermo qui.

The Sinners è un film importante per chiunque voglia comprendere le radici profonde del razzismo. Attraverso una narrazione intensa e (soprattutto) simbolica, il film intreccia cultura, memoria e identità in un racconto che seppur ambientato cento anni fa, parla soprattutto al presente.

Girato in 70mm, il film punta in alto anche sul piano visivo, alternando IMAX e Ultra Panavision. La colonna sonora regge l’atmosfera con coerenza, per poi spingersi verso sonorità più teatrali e disturbanti. Nel finale, però, la narrazione accelera bruscamente, alcuni personaggi vengono messi da parte in modo sbrigativo e la tensione si dissolve troppo in fretta. Nonostante questo, The Sinners resta un film che funziona proprio perché non si preoccupa di essere perfetto (e a dirla tutta, è ben lontano dall’esserlo).

In generale, per un’opera che promette vampiri, conflitto e sangue, l’azione è sorprendentemente scarsa. Si parla molto, si tocca il tema del razzismo in modo esplicito, ma senza incarnarlo veramente nel racconto. La retorica prende il sopravvento sulla narrazione. Anche il cast non aiuta. Michael B. Jordan, impegnato in un doppio ruolo, non riesce a dare una reale differenziazione ai due personaggi: lo sdoppiamento resta un espediente più teorico che drammaturgico. Analizzando il resto del cast, le interpretazioni risultano essere sottotono, la chimica tra i protagonisti è debole, e nessuno sembra davvero in grado di sollevare una sceneggiatura che già di per sé appare fragile e dilatata.

Mi è piaciuto? Risposta secca: no. Volendo andare un po’ più a fondo, l’ho trovata una pellicola ben fatta, con una sceneggiatura a tratti interessante, ma molto distante dalle cose che mi piace vedere in un film. Sicuramente la frase che mi è venuta in mente dopo oltre due ore di visione è stata Ma come è possibile che abbia preso sedici (!) nomination gli Oscar?!

Mai dire mai

Leggo con stupore della decisione della proprietà de Il fatto quotidiano di aderire al decreto del governo Meloni che nel dicembre scorso, prevedeva un contributo straordinario all’editoria per la stampa dei giornali cartacei nella misura di dieci centesimi per ogni copia venduta.

Non credo sia eticamente sbagliato (i fondi esistono proprio per far fronte a periodi difficili come questo e quindi – anche – per scongiurare licenziamenti), ma sicuramente risulta stridere con quanto scritto fino ad ora, più volte, all’interno delle proprie pagine (il contributo si riferisce alla diffusione nel 2023, e corrisponde a 721mila euro netti).

Il Fatto Quotidiano non ha mai ricevuto, né sta ricevendo, né riceverà un euro di finanziamento pubblico. 

Il dogma sventolato continuamente dalla propria direzione è venuto meno.

Parlare di tutto, parlare di niente

Rimango spesso affascinato dai titoli dei giornali (on line e cartacei): cercare di condensare in poche parole il senso di un articolo, un saggio o un’intervista è un’arte. Certo, poi ci sono anche quei titoli che mi fanno sorridere: quelli, ad esempio che mettono insieme concetti totalmente slegati l’uno dall’altro, per catturare il click dell’utente. Che poi, nel caso sotto, l’intervista è pure interessante, ma come fai a mettere insieme in dodici parole il ricordo di un’amica, il lavoro e un’intenzione di voto?