I lacci dell’ignoranza

Negli ultimi giorni mi sono ritrovato a pensare alla mia ignoranza: a quanto sia inevitabilmente limitato ciò che conosco rispetto all’enorme quantità di cose che ignoro.

Rendersi conto di non sapere abbastanza è, in fondo, una risorsa preziosa. È ciò che spinge a leggere, approfondire, studiare davvero. Non per accumulare nozioni in modo sterile, ma per comprendere un po’ meglio il mondo, avanzando lentamente attraverso dubbi e nuove consapevolezze, sapendo che ogni scoperta apre inevitabilmente altre zone d’ombra.

C’è però una distinzione importante da fare: esiste l’ignorante discreto, quello che evita di parlare di ciò che non conosce (e talvolta tace persino su ciò che conosce) ed esiste quello rumoroso, che sente il bisogno di esibire le proprie convinzioni su tutto, trasformando il non sapere in spettacolo pubblico.

Forse ci farebbe bene recuperare il valore del silenzio, oggi diventato quasi una rarità. Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, opinioni, esposizione costante di sé. I social hanno amplificato un bisogno già esistente: esserci, mostrarsi, essere ascoltati.

L’impressione è che l’essere umano contemporaneo viva in una tensione continua verso il pubblico. Parla, scrive, si mette in scena (sì, ok, in qualche misura lo sto facendo anch’io) perché desidera attenzione, riconoscimento, approvazione. Talvolta perfino al prezzo di rendere evidente, senza alcun imbarazzo, la superficialità delle proprie conoscenze.

Forse il primo passo utile sarebbe proprio questo: riconoscere serenamente quanto siamo ignoranti. Tutti, in misura diversa.