La cura

La cura di Concita De Gregorio è uno di quei libri che non cercano di stupire, ma di restare. E ci riesce, con una semplicità solo apparente.

Al centro c’è una parola abusata (per l’appunto cura) che qui torna ad avere peso, non come concetto astratto, ma come gesto concreto, quotidiano, quasi necessario. Prendersi cura degli altri diventa un modo per restare in piedi, per attraversare il dolore senza esserne travolti. 

La scrittura è intima, ma mai chiusa. Concita De Gregorio riesce a tenere insieme fragilità e lucidità, senza cadere nella retorica. Parla di dolore, di malattia, di assenza, ma lo fa con una leggerezza che non è superficialità: è equilibrio.

Quello che colpisce è il tono: non c’è mai compiacimento, mai l’urgenza di spiegare tutto. Il libro lascia spazio, respira, si muove per immagini e sensazioni più che per tesi. Ed è proprio lì che arriva.

La cura è una lettura breve (176 pagine per Einaudi – Stile Libero), ma intensa. Non dà risposte definitive, ma cambia leggermente il modo in cui guardi le cose. E in un momento in cui tutto sembra accelerare, riesce a fare una cosa rara: ti costringe a rallentare.

Toccante e lieve, intimo e pieno di umanità, questo libro racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità e nei guasti la vita non smette di incantarci, di rivelarci nuovi mondi. «Alla fine di una lunghissima disciplina di terapia e rigore qualcosa devo aver capito meglio. Forse, azzardo: siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Un giorno d’agosto una donna si prepara a stare via per un po’. Lascia una lettera di istruzioni ai figli, perché anche in sua assenza possano trovare le cose che non trovano mai. Per esempio i doposci. Non è la stagione dello sci, ma chissà quando lei potrà tornare. Questa è la sua storia. Non è il diario di una malattia, ma la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. A risuonare in queste pagine sono le voci degli altri. La voce di Angelina, che ha il piglio di una capobanda e tratta le altre pazienti con tenerezza. La voce del Professore, cresciuto in un paesino dell’Aspromonte e diventato un luminare, che non dimentica le sue origini. La voce di un infermiere che impiantandoti un port endovenoso ti chiede quale sia la tua canzone preferita, e te la canta. In questa sinfonia di voci ci sono risate e stupore, sopracciglia tatuate e purè di carote, sigarette fumate di nascosto e pennarelli che disegnano sul corpo, madri che si preoccupano dei piedi freddi e uomini che conoscono la «logistica dell’amore». Ci sono l’intelligenza e la sensibilità di una scrittrice che ribalta ogni stereotipo, sulla malattia come sulla cura, e che è troppo curiosa delle persone per non raccontarle, perché sa che solo attraverso le storie altrui scopriamo la nostra.